Sei mesi dopo l’insurrezione popolare dell’ottobre 2014 e sei mesi prima delle Presidenziali fissate l’11 ottobre 2015, il ‘Paese degli uomini integri’, il Burkina Faso, affronta una drammatica transizione in cui si intrecciano riforme democratiche, lotta alla corruzione e opzioni restauratrici del vecchio regime. E i movimenti di protesta e gli scioperi non sanano le finanze disastrate lasciate in eredità dal governo di Blaise Compaoré.

testo e foto di Luca Pistone

La rivoluzione burkinabé è giovane e muove i suoi primi passi dopo una dittatura durata 27 anni. Non si può spazzare via un regime così longevo e radicato come quello di Blaise Compaoré in tre giorni. Sono passati sette mesi dalle ‘giornate di Ouaga’, la capitale, quando un milione di persone riempiva piazza dell’Indipendenza – ribattezzata piazza della Rivoluzione. «Sembrava che tutto il Burkina Faso, ma che dico…il mondo intero, fosse sceso in piazza contro Blaise», dice Paul, il tassista. Come tanti in città ha partecipato alla rivolta popolare che ha messo in fuga l’ex-padre-padrone del Burkina. Parla Paul di quei giorni, degli scontri, della polizia in assetto di guerra, dei corpi dei compagni caduti e gli si arrossano gli occhi.

casa Francoise Compaoré
Esterno della casa di Francoise Compaoré

A sei mesi di distanza rimangono le macerie. Bruciate le sedi dell’odiato CDP, Congresso per la Democrazia e il Progresso, il partito unico. Saccheggiate le ville dei boss del vecchio regime come alcuni alberghi di lusso, demolita l’Assemblea Nazionale con il parcheggio pieno di carcasse di auto bruciate. Tutto è stato distrutto e qualsiasi oggetto fosse trasportabile – mattonella, porta, finestra, lampada, cavo elettrico – è stato saccheggiato. «C’era chi distruggeva per rabbia e chi si portava a casa quel che riusciva a prendere» conclude Paul.
La villa del fratello cattivo di Blaise, François Compaoré, è una costruzione in stile californiano, ormai fatiscente, in pieno centro. Attorno gruppi di giovani cercano di venderti una foto mal stampata di Thomas Sankara o un dvd pirata con le immagini e le musiche ‘ufficiali’ della rivolta. Amadou, Louis e Adama guidano all’interno della ‘tana del coccodrillo’.
François il 31 ottobre mentre fuggiva dai manifestanti ha sparato a un giovane rasta proprio davanti a questa casa ed è sfuggito al linciaggio e all’arresto grazie alla connivenza di un gruppo di gendarmi.

Una parete della casa di Compaoré dopo gli scontri
Una parete della casa di Compaoré dopo gli scontri

La villa è ora una sorta di galleria di street art: sui muri dei grandi salotti una tempo sfarzosi spicca il murale ‘Fate il tò, non la guerra’. Un soldato prepara il tò, una sorta di polenta di miglio, alimento-base  in Africa occidentale. Sui muri disegni e scritte a penna o matita che mettono alla berlina il vecchio potere inneggiando alla giustizia sociale e alla lotta popolare. Ritagli di giornali e foto completano la galleria della Rivoluzione burkinabé e la grande piscina di François è ora una discarica.

Thomas Sankara
Il nome attuale, Burkina Faso, fu istituito il 4 agosto 1984 dal presidente rivoluzionario Thomas Sankara deposto e ucciso da Compaoré nel 1987, significa ‘terra degli uomini integri’. A Ouagadougou, a Bobo-Dioulasso, seconda città ribelle del Paese, tutti parlano di Thomas Sankara e della sua eredità rivoluzionaria. Per trovare immagini e santini del ‘Che Guevara d’Africa’ bisogna andare alla sede dell’Unione per la Rinascita del Partito Sankarista. Il presidente è Stanislas Bénéwendé Sankara, militante sankarista della prima ora, avvocato della famiglia dell’ex-Presidente e di altre vittime di omicidi politici. Tutti ricordano lo studente Daud Boukari e il giornalista Norbert Zongo, ucciso nel 1998 mentre svolgeva un’inchiesta su Compaoré.

Stanislas Benewende Sankara

Stanislas Bénéwendé Sankara dice: «Dopo l’assassinio del presidente Sankara il 15 ottobre ’87, abbiamo conosciuto un regime del terrore, è stato il tempo degli assassini politici. Il Burkina Faso veniva presentato come il Paese dove tutto andava bene, dove le istituzioni funzionavano, dove c’era pluralismo nella informazione e crescita economica. Ma chi godeva di questa crescita? Meno del 10% della popolazione, quelli dell’apparato del partito-stato che governava su tutto».

Busto di Thomas Sankara
Busto di Thomas Sankara

L’ufficio, è pieno di altarini a ‘Tom Sank’, una statua d’oro del Capitano dietro la scrivania, ai muri quadretti con citazioni incise, stendardi e immagini votive. In cortile spicca un mezzo busto del leader scomparso. «Sotto Compaoré eravamo tutti schiavi. Ma Sankara ha insegnato al suo popolo che ‘lo schiavo che non organizza la propria ribellione non merita compassione per la sua sorte’. Ora che i burkinabé si sono liberati dalle proprie catene devono organizzarsi per prendere in mano il proprio destino. Sankara diceva: osare, reinventare il futuro, prendere in mano il proprio destino. La nostra è una rivoluzione incompiuta, il dittatore è scappato, i suoi uomini sono scappati ma il suo sistema è ancora in piedi. Quello che abbiamo fatto finora è stato ‘disturbare’ il sistema-Compaoré, ora dobbiamo destrutturarlo, distruggerlo e aprire a una società più giusta, più equa, dove la vita sarà migliore per tutti».

Dominique Konate
Nella pletora di formazioni politiche che si apprestano a presentarsi alle presidenziali dell’11 ottobre c’è di tutto: vecchi partiti, nuove formazioni, associazioni. C’è il redivivo partito sankarista, impegnato a federare attorno a Mariam Sankara, vedova di Thomas e candidata alla presidenza, una decina di partiti sankaristi. C’è il MPP, Movimento del Popolo per il Progresso, dato per favorito. Dietro il MPP la figura potente e camaleontica di Dominique Konate, tornato alla politica attiva dopo 15 anni, ex-ministro degli esteri del primo governo di transizione e direttore generale del gruppo petrolifero Shell in Burkina Faso, Mali, Senegal e Sudafrica.

dominique-konate
Dominique Konate

Konate dice: «Sono cresciuto con Sankara e Blaise, andavamo allo stesso liceo, avevamo le stesse idee. Ho partecipato al primo governo di transizione di Blaise dopo l’assassinio di Sankara, ma dopo qualche anno mi sono dimesso dagli incarichi pubblici e dedicato agli affari».
Economista, ha avuto un debole per il marxismo in gioventù: «La lotta di oggi nasce dall’eredità coloniale. L’Alto Volta doveva diventare il serbatoio di manodopera sottopagata per lo sviluppo delle colonie costiere. Qui si è formata la prima classe operaia della regione, terreno fertile per gli ideali legati alla sinistra europea, il comunismo e il socialismo. Siamo un popolo semplice, lavoratore, che sa vivere con poco. Con il lavoro dei nostri antenati sono state sviluppate le piantagioni in Costa D’Avorio, in Ghana e in Senegal. Dall’indipendenza si susseguono colpi di stato e sollevazioni popolari». Konate si è formato politicamente nel movimento studentesco e nel Sindacato degli Universitari e dei Lavoratori Burkinabé: «Ricordo il 3 gennaio 1966, avevo 12 anni, eravamo in strada e urlavamo “pane, acqua, democrazia!”. Era il tempo della dittatura di Laminzana, meno feroce di quella di Blaise. La gioventù è il principale fattore di cambiamento, rifiutare il diritto dei giovani di accedere a posti di dirigenti è una delle tare di cui soffre la società africana odierna. Sono stato ministro a 33 anni. Quando diciamo ai nostri ragazzi “siete troppo giovani per prendere il nostro posto” neghiamo la nostra stessa esperienza». Il cambiamento sostanziale, secondo Konate e molti altri burkinabé, deve passare attraverso i giovani, le donne e le riforme democratiche e istituzionali della transizione.

‘Balai Citoyen’
Tutto nasce per il tentativo di Blaise Compoaré di modificare la Costituzione e reinsediarsi per la terza volta alla presidenza e nasce anche ‘Balai Citoyen’, il partito della scopa, principale attore e anima del movimento.  Nel suo studio, l’avvocato Hervé Kam, portavoce e ideologo del ‘Balai Citoyen’, dice: «Noi del ‘Balai Citoyen’ abbiamo capito che i fatti di ottobre non sono che una tappa. Non è tempo di festeggiare, canteremo vittoria quando il potere sarà rimesso nelle mani di un presidente democraticamente eletto e su istituzioni rinnovate. A sei mesi della rivolta possiamo dire che – nonostante defezioni, problemi e ritardi – il cantiere del cambiamento è in marcia. Le elezioni saranno per la prima volta elezioni libere e anche se sarà eletto un diavolo sarà costretto a fare il bene della Nazione».

Hervé Kam
Hervé Kam

Insieme al Comitato della Transizione, ai vari partiti della vecchia opposizione a cui si sono aggiunte nuove formazioni politiche e ai sindacati di base, ‘Balai Citoyen’ è la formazione più influente del Burkina Faso. ‘Maître’ Kam – così viene chiamato dai suoi Hervé – ribadisce il ruolo di controllo del Balai: «Pensiamo che tutti i politici rappresentano la stessa minaccia. Se non ci saranno meccanismi di controllo chiunque prende il potere può abusarne.  Non presenteremo né appoggeremo candidati, ma sottoporremo la carta delle priorità della società civile a ogni candidato, chiedendogli di esprimersi. Faremo campagna contro chiunque si rifiuti di pronunciarsi sui nostri punti e quando saranno eletti li giudicheremo sulla base del loro operato». Hervé Kam è il portavoce di un’intera generazione che vuole un mondo migliore, più equo e giusto per tutti, un mondo dove la politica torni alla trasparenza. Ovviamente Maitre Kam si richiama direttamente a Thomas Sankara: «Thom Sank non c’è più, ma ha lasciato un’eredità politica, ha seminato idee. Lui stesso ha detto: “Uccidete Sankara, domani ne nasceranno altri mille” e oggi siamo un milione! Un milione di Sankara uniti dall’idea di patriottismo, dall’idea del sacrificio per la Nazione». Sulla rivolta d’ottobre dice «era almeno un anno che ci preparavamo alla mobilitazione. Sapevano che saremmo scesi in piazza ma non sapevamo come sarebbe finita. Abbiamo allora deciso di mettere in campo le figure di due artisti impegnati e molto popolari in Burkina, il rapper Smockey e il cantante reggae Sam K LeJah. Entrambi con un passato militante. Sam K LeJah per le trasmissioni radio in cui attaccava il regime e per essere stato oggetto di un tentativo di assassinio a cui è scampato. Smockey che ad un evento internazionale trasmesso in diretta dai maggiori canali africani ha rifiutato di ritirare il primo premio e di salutare Compaoré. In questi due artisti la popolazione e soprattutto la gioventù si è identificata.

«Ad un certo punto ci siamo detti: è arrivato il momento di scrivere la nostra Storia, vogliamo cambiare il nostro destino, provare a costruire un mondo migliore»

I giovani dicevano: “non sono dei politici, non ci tradiranno, sono come noi”. Sicuramente c’era, alla base della rivolta, un conflitto generazionale, l’insofferenza per una classe politica vecchia. I giovani non hanno conosciuto Sankara, ma un sistema politico unico impersonato da un unico presidente. Ad un certo punto ci siamo detti: è arrivato il momento di scrivere la nostra Storia, vogliamo cambiare il nostro destino, provare a costruire un mondo migliore. E ci siamo detti: bisogna spazzare, bisogna spazzare, bisogna cambiare».
In lui, in tutto il ‘Balai Citoyen’, nei giovani di Ougadougou e di Bobo-Dioulasso è vivo il fuoco della rivolta. Sei mesi non hanno cambiato la loro determinazione: «Quando riguardi le immagini dell’assalto all’Assemblea Generale protetta dai cordoni di polizia in armi, non vedi nessuno scappare nonostante gli spari e i morti per terra. Avanzano tutti con le mani in alto cantando l’inno nazionale. Chi critica la nostra rivoluzione è un negazionista che non vuole rimettersi in causa né riconoscere di aver commesso degli errori politici per cui oggi deve pagare».
La paura del cambiamento democratico è seminata dalle forze della restaurazione che preparano il terreno per un ritorno di Compaoré. Dalla sua prigione dorata di Abidjan, ospite dell’amico Ouattara in Costa D’Avorio, Blaise rimane silente e si gode la scena a distanza. Maître Kam, invece, si congeda con una metafora: «Non siamo tanto ingenui da credere che 27 anni di dittatura si possano spazzare via con due giorni di protesta. Il 30 e 31 ottobre abbiamo fatto cadere l’albero, ora dobbiamo sradicarne le radici ed è più complicato».

Augusten Luada
Un altro giovane rivoluzionario burkinabé che ha contribuito a far cadere l’albero è Augusten Luada. Siede nell’attuale governo di transizione dove ricopre la carica temporanea di Ministro della Funzione Pubblica, del Lavoro e della Sicurezza Sociale.

Il ministro Augusten Luada
Il ministro Augusten Luada

Strappato momentaneamente alla cattedra di Diritto Costituzionale della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Ouagadougou e ai suoi studenti, Augusten pone l’accento sul delirio di onnipotenza della gestione Compaoré: «Il 30 e 31 ottobre 2014 il popolo si è sollevato contro un progetto di revisione della Costituzione che il presidente Compaoré voleva far passare con la forza. Dietro questa sollevazione popolare c’è la richiesta di maggiore democrazia ma anche una richiesta di migliori condizioni di vita. Il processo di transizione che si è aperto nel nostro Paese da novembre si inscrive in una dinamica della storia dei burkinabé che dall’Indipendenza, cioè dal 1970, sono alla continua e disperata ricerca di una società più democratica. La gente chiede migliori condizioni di vita e fa pressione sul governo di transizione affinché le proprie rivendicazioni vengano prese in considerazione. Sono rivendicazioni legittime. Negli ultimi anni la crescita economica del Burkina Faso è stata significativa ma c’è stata una cattiva redistribuzione dei frutti di tale crescita. C’è una minoranza che si è accaparrata una grande fetta della torta mentre il grosso della popolazione continua a vivere in povertà».

«Non credo che ci sia un altro Sankara che possa venire e salvare il Paese. Credo piuttosto che il Capitano ci abbia lasciato in eredità valori molto forti, ancora attuali»

Alla domanda così frequente nei bar e nei mercati di Ouagadougou e Bobo-Dioulasso “c’è in giro un nuovo Sankara?”, il giovane e promettente ministro Augusten Luada risponde: «Sinceramente non credo nel messianismo. Non credo che ci sia un altro Sankara che possa venire e salvare il Paese. Credo piuttosto che il Capitano ci abbia lasciato in eredità valori molto forti, ancora attuali. Si può fare del sankarismo senza Sankara, qui come in ogni Paese del mondo. La probità, l’amore per il proprio popolo. Un dirigente deve essere un umile servitore del proprio popolo, deve amare il proprio popolo fino al sacrificio».  E Augusten Luada torna sulle difficoltà pratiche e politiche del governo di transizione, ricordando che il Burkina Faso occupa il terz’ultimo posto al mondo dell’Indice di Sviluppo Umano (ISU) «è estremamente difficile in 12 mesi risolvere tutti questi problemi. Le finanze pubbliche lasciate dal Presidente deposto non sono finanze sane. Ci sono domande che non richiedono grandi sforzi e problemi di cassa gravi. Il governo di transizione è preso fra due fuochi: da una parte le aspirazioni delle popolazioni e dall’altra le richieste dei partner finanziari che chiedono una migliore gestione delle risorse. Non possiamo soddisfare tanto rapidamente come avremmo voluto la domanda di giustizia della popolazione perché questo confligge con gli equilibri macroeconomici e con le nostre relazioni con i partner finanziari».

Il vecchio regime
La Comunità Internazionale non smette, attraverso il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, di fare pressione per un rapido ritorno alla stabilità, denunciando arresti arbitrari, intimidazioni di ex dirigenti del vecchio regime, pratiche ‘poco democratiche’ che ogni rivoluzione si porta dietro. Bastian Kone (il nome è di fantasia per l’esplicita richiesta di anonimato) è un politico dell’ancien régime a cui oggi il movimento, i giudici e il governo di transizione danno la caccia. Una caccia che Bastian Kone, ex deputato veterano del partito di Blaise Compaoré, definisce ‘caccia alla streghe’: «A ottobre ho avuto paura per la mia sicurezza e per la sicurezza dei nostri camerati. È normale, non potevamo non avere paura, non era mai successo nulla di simile prima, nemmeno ai tempi della rivoluzione di Sankara avevamo conosciuto tanta violenza. Oggi, in Burkina Faso, c’è insicurezza politica e un banditismo dilagante. Soltanto ieri uno dei nostri militanti è stato ucciso nella mia provincia, al sud. Era un consigliere politico di Blaise ed è stato brutalmente assassinato».

«Sono diventati tutti rivoluzionari, tutti sankaristi; bruciano, distruggono, picchiano. Mi chiedo come faremo di questo passo ad arrivare a elezioni democratiche»

Oggi il signor Kone si guarda le spalle quando cammina, esce solo protetto dai vetri oscurati della sua jeep e da un muscoloso autista. Accetta di parlare in un luogo pubblico solo perché non l’ha mai fatto prima: «Sono diventati tutti rivoluzionari, tutti sankaristi; bruciano, distruggono, picchiano. Mi chiedo come faremo di questo passo ad arrivare a elezioni democratiche. Questa situazione rischia di degenerare, c’è rancore, odio e sete di vendetta. Non c’è più tolleranza, non c’è più perdono in questa società. E l’annunciata riconciliazione?». Non nomina Compaoré, ma a lui si riferisce nello sfogo: «Avrebbe potuto resistere fino all’ultimo, dare l’ordine di rispondere ai manifestanti, non saremmo qui a parlare di elezioni e lui non si troverebbe fuori dal Paese. Ci saremmo trovati forse con le Nazioni Unite a negoziare fra le parti in conflitto, ma lui sarebbe ancora qui, anche se sarebbero stati tanti i cadaveri da seppellire». I nostalgici del vecchio regime si stanno riorganizzando attorno a sigle poco chiare come la neonata ‘Organizzazione della società civile anti-esclusione’, approfittano degli spazi democratici e manifestano contro il giro di vite, approvato in marzo, sui candidati. «Riguardo alle sanzioni sui candidati vicini a Compaoré, penso che se realmente la maggioranza della popolazione non vuole più questi dirigenti, perché non lasciare che si presentino alle elezioni? Il popolo li sanzionerà se non li vuole più. Sappiamo invece che, se si ripresentano, il popolo li eleggerà ancora. Per questo si cercano mezzi legali per impedirlo».
Il negazionismo, la distanza dalla base popolare e il non riconoscimento della sconfitta politica sono i puntelli del pensiero di Bastian Kone e dei tanti nostalgici di Blaise. «Se fossimo riusciti a mobilitare tutti i nostri sostenitori delle campagne, quelli della protesta nelle città sarebbero stati in minoranza. Ougadougou e Bobo-Diulasso non fanno il Burkina che è in maggioranza un paese rurale». Sul futuro l’ex-deputato ha le idee chiare. Non crede ad un ritorno imminente del proprio leader, ma al partito-sistema sì: «Il partito è rimasto al suo posto. Se oggi i militanti non fossero terrorizzati e non stessero subendo tutti questi duri colpi, saremmo già tornati al potere. Nelle province tutti i governatori e i quadri politici fanno parte del partito e sono rimasti ai propri posti di comando. È che abbiamo paura, ora. Prima dell’insurrezione il partito stava già morendo di morte naturale, ma adesso più ci scacciano, più ci terrorizzano più noi torneremo forti».

Il Burkina Faso è una nazione giovane. Il 70% della popolazione ha meno di 27 anni. Sono loro che muovono i primi passi liberi e incerti verso una transizione democratica guadagnata dal sacrificio della piazza. «Qualcuno cadrà oggi, ma tutti gli altri avranno un futuro migliore» gridava il manifestante a volto scoperto icona della rivolta d’ottobre.