Per la letteratura francese dentro la Grande guerra, pubblichiamo le pagine iniziali del Voyage au but de la nuit di Louis-Ferdinand Céline e una scelta inedita dal Carnet de guerre di Henri Barbusse, gli appunti da cui poi la struttura portante del romanzo Le feu.

a cura di Piero Del Giudice

 

Louis Ferdinand Celine
Louis Ferdinand Celine

Louis-Ferdinand Céline (1894-1961)

 

Non sono i colonnelli che mancano

[…]

Il colonnello era sempre lì che non faceva una piega, lo guardavo ricevere, sulla scarpata, le letterine del generale che poi strappava a pezzettini, dopo averle lette senza fretta, tra le pallottole. In nessuna di quelle c’era dunque l’ordine secco di fermare quella vergogna? Dunque non gli dicevano dall’alto che c’era uno sbaglio? Un errore riprovevole? Un equivoco? Che si erano sbagliati? Che erano manovre per ridere quelle che avevano voluto fare, non degli assassinii! Ma no! «Avanti! Colonnello, siete sulla buona strada! ». Ecco senza dubbio quel che gli scriveva il generale des Entrayes, della divisione, nostro capo di tutti, da cui riceveva una busta ogni cinque minuti, attraverso un agente di collegamento, che la paura rendeva ogni volta un po’ più verde e diarroico. Ne avrei fatto un mio fratello di spavento di quel ragazzo lì!
Ma si aveva il tempo di fraternizzare nemmeno. Dunque niente errori? Quello spararsi addosso che si faceva, così, senza nemmeno vedersi, non era proibito!
Quello faceva parte delle cose che si possono fare senza meritarsi una bella sgridata. Era perfino riconosciuto, incoraggiato senza dubbio da gente seria, come le lotterie, i fidanzamenti, la caccia coi cani!…Niente da dire. Di colpo scoprivo la guerra tutta intera. Ero sverginato. Bisogna essere all’incirca solo davanti a lei come lo ero io in quel momento per vederla bene la carogna, di fronte e di profilo. Avevano appena appiccato la guerra tra noi e quelli di fronte, e adesso quella bruciava! Come la corrente tra i due carboni, nella lampada ad arco. E non era vicino a spegnersi il carbone! Ci saremmo passati tutti, il colonnello come gli altri, anche se sembrava un gran volpone, e la sua carnaccia non avrebbe fatto più arrosto della mia quando la corrente di fronte gli fosse passata tra le due spalle.
Ci sono un sacco di modi di essere condannato a morte. Ah! Cosa non avrei dato in quel momento per essere in prigione invece d’esser lì, come un cretino! Per avere, per esempio, quand’era così facile, con un po’ di previdenza, rubato qualcosa, da qualche parte, quando c’era ancora tempo. Si pensa a niente! Dalla prigione, ci esci vivo, dalla guerra no. Tutto il resto, sono parole.
Se solo avessi avuto ancora tempo, ma non ne avevo più! C’era più niente da rubare! Come sarebbe stato bello in una piccola prigione tranquilla, ecco cosa mi dicevo, dove le palle non passano! Passano mai! Ne conoscevo una bella pronta, al sole, al caldo! In un sogno, quella di Saint-Germain per l’esattezza, così vicina alla foresta, la conoscevo bene, passavo spesso di là, un tempo. Come si cambia! Ero un bambino allora, mi faceva paura la prigione. È che non conoscevo ancora gli uomini. Non crederò più a quello che dicono, a quello che pensano. È degli uomini e di loro soltanto che bisogna aver paura, sempre.

Quanto tempo doveva durare il loro delirio, perché si fermassero stremati, alla fine, ‘sti mostri? Quanto tempo poteva durare un accesso come quello? Mesi? Anni? Quanto? Forse fino alla morte di tutti quanti, di tutti i matti? Fino all’ultimo? E poiché gli avvenimenti prendevano quel giro disperato mi decidevo a rischiare il tutto per tutto, a tentare l’ultimo passo, il supremo, a cercare, io, tutto solo, di fermare la guerra! Almeno in quell’angolo dove stavo.

Il colonnello passeggiava a due passi. Gli avrei parlato. Mai, lo avevo fatto. Era il momento di osare. Là dove noi stavamo non c’era quasi più niente da perdere. « Cosa volete? », mi avrebbe chiesto lui, immaginavo, sicuramente molto sorpreso dalla mia audace interruzione. Allora gli avrei spiegato le cose come le vedevo io. Si sarebbe visto quel che ne pensava lui. Spiegarsi è tutto, nella vita. In due si riesce meglio che da soli.
Stavo per fare quel passo decisivo quando, in quello stesso istante, arrivò verso di noi con passo ginnico, stremato, dinoccolato, un cavaliere a piedi (come allora si diceva), con l’elmo rovesciato in mano, come Belisario, e poi in più tremante e tutto imbrattato di fango, il viso ancora più verdastro di quello dell’altro portaordini. Straparlava e sembrava provare come un male inaudito, quel cavaliere, a uscire da una tomba e averne una gran nausea. Dunque non gli piacevano nemmeno a lui le pallottole, al fantasma? Le prevedeva come me?
«Cos’è?» lo fermò secco il colonnello, brutale, infastidito, gettando su quello spettro una specie di sguardo d’acciaio.
Vederlo così l’ignobile cavaliere in una tenuta tanto poco regolamentare, e tutto disfatto dall’emozione, questo lo crucciava parecchio il nostro colonnello. Gli piaceva proprio per niente la paura. Era evidente. E poi quell’elmo in mano soprattutto, come una bombetta, finiva per essere del tutto fuori posto nel nostro reggimento d’attacco, un reggimento che si lanciava nella guerra. Aveva l’aria di salutarsela lui, ‘sto cavaliere a piedi, la guerra, arrivando.

Sotto quello sguardo di riprovazione, il messaggero vacillante si rimise sull’attenti, i mignoli sulla cucitura dei pantaloni, come si fa in quei casi. Oscillava anche, irrigidito, sull’argine, il sudore che gli colava lungo la giugulare, e le mascelle tremavano così forte che mandava dei gridolini abortiti, come un cagnetto che sogna. Non si poteva capire se voleva parlarci o se piangeva.
I nostri tedeschi accovacciati in fondo alla strada avevano giusto cambiato strumento. È con la mitragliatrice che adesso continuavano le loro scemenze; ne scrocchiavano come dei grossi pacchetti di zolfanelli e tutt’intorno a noi arrivavano a volo degli sciami di palle rabbiose, tignose come vespe.
L’uomo riuscì comunque a cavarsi di bocca qualcosa di articolato.
«Il maresciallo d’alloggio Barousse è stato ucciso, colonnello», disse lui tutt’a un tratto.
«E allora?»
«È stato ucciso mentre andava a cercare il furgone del pane sulla strada delle Étrapes, colonnello!»
«E allora?»
«È stato dilaniato da una granata!»
«E allora, dio boia!»
«Ecco lì! Colonnello…»
«È tutto?»
«Sì, è tutto, colonnello»
«E il pane?» domandò il colonnello.
Quello fu la fine del dialogo perché mi ricordo bene che ha avuto il tempo di dire proprio: «E il pane?». E basta. Dopo, nient’altro che fuoco e poi rumore insieme. Ma proprio uno di quei rumori che uno non crederebbe mai possano esistere. Ci ha riempito a tal punto gli occhi, le orecchie, il naso, la bocca, all’improvviso, il rumore, che ho creduto proprio che era finita, che ero diventato fuoco e rumore io stesso.

Ci ha riempito a tal punto gli occhi, le orecchie, il naso, la bocca, all’improvviso, il rumore, che ho creduto proprio che era finita, che ero diventato fuoco e rumore io stesso.

E invece no, il fuoco se n’è andato, il rumore mi è rimasto a lungo in testa, e poi le braccia e le gambe che tremavano come se qualcuno ti scuotesse da dietro. Avevano l’aria di lasciarmi, e poi a ogni modo sono restati i miei arti. Nel fumo che pungeva gli occhi ancora per un bel po’, l’odore acuto della polvere e dello zolfo ci restava come per uccidere le cimici e le pulci della terra intera.
Immediatamente dopo, ho pensato al maresciallo d’alloggio Barousse che era andato in pezzi come l’altro ci aveva raccontato. Era una buona notizia. Tanto meglio! ti ho pensato sùbito io: «Una grandissima carogna di meno al reggimento!». Aveva voluto spedirmi al consiglio di disciplina per una scatola di conserva. «A ciascuno la sua guerra», mi son detto io. Da quel lato lì, bisogna convenirne, aveva l’aria di servire a qualcosa la guerra! Ne conoscevo proprio ancora tre o quattro al reggimento, dannati fetenti che li avrei proprio volentieri aiutati a trovare una granata come Barousse.
Quanto al colonnello, a lui, non gli volevo del male. Anche lui però era morto. Non lo vidi più, di colpo. È che era stato dislocato sulla scarpata, allungato sul fianco dall’esplosione e proiettato fin nelle braccia del cavaliere a piedi, il messaggero, finito anche lui. Si abbracciavano tutti e due per il momento e per sempre, ma il cavaliere non aveva più la testa. Nient’altro che un’apertura sopra il collo, con del sangue dentro che borbottava con dei gluglù come la marmellata nella pentola. Il colonnello aveva il ventre aperto, faceva una brutta smorfia. Aveva dovuto fargli male quel colpo lì il momento che era arrivato. Tanto peggio per lui! Se fosse partito con le prime palle, quello non gli sarebbe capitato.
Tutta quella carne sanguinava insieme moltissimo.
Dei colpi di granata scoppiavano ancora a destra e a sinistra della scena.
Ho lasciato quei posti senza insistere, tutto felice di avere un così bel pretesto per svignarmela. Canticchiavo perfino un briciolino, barcollando, come quando si è finita una buona seduta di canottaggio e si hanno le gambe un po’ strane.
«Una sola granata! Se ne sistemano in fretta di cose con una sola granata», mi dicevo io. «Ah! dì un po’!» che mi ripetevo tutto il tempo «Ah! dì un po’… »
Non c’era più nessuno in fondo alla strada. I tedeschi se n’erano andati. Però avevo imparato in fretta la mossa di non camminare d’ora in poi se non dietro il riparo degli alberi. Avevo fretta di arrivare al campo per sapere se c’erano degli altri del reggimento che erano stati uccisi in ricognizione. Ci devono anche essere dei bei trucchi, mi dicevo ancora, per farsi prendere prigioniero!… Qua e là degli avanzi di acri fumate s’impigliavano nelle zolle. Son forse tutti morti a quest’ora? mi domandavo io. Dal momento che non vogliono capire niente di niente, è questo che sarebbe vantaggioso e pratico, che fossero tutti ammazzati molto in fretta…Così la finiremmo sùbito…Si tornerebbe a casa…Si ripasserebbe forse da Place Clichy in trionfo…Solo quegli uno o due che sarebbero sopravvissuti…Nei miei disegni…Ragazzi simpatici e ben piantati, dietro il generale, tutti gli altri sarebbero morti come il colonn…Come Barousse…come Vanaille…(altra carogna)…ecc. Ci coprirebbero di decorazioni, di fiori, si passerebbe sotto l’Arco di Trionfo. Entreremmo nei ristoranti, serviti senza pagare, si pagherebbe più niente, mai più nella vita! Siamo gli eroi! direbbe uno al momento del conto… I difensori della patria! E quello basterebbe!”. Si pagherebbe con delle bandierine francesi!…La cassiera li rifiuterebbe perfino i soldi degli eroi, e anzi te ne darebbe lei, con dei baci quando passi davanti alla cassa. Quello varrebbe la pena di vivere».
Mi accorsi scappando che sanguinavo dal braccio, ma solo un po’, non una ferita che poteva bastare, una scorticatura. Bisognava ricominciare.
Si rimise a piovere, i campi delle Fiandre sbavavano acqua sporca. Ancora per un bel po’ non ho incontrato nessuno, solo il vento e poi poco dopo il sole. Di quando in quando, non sapevo da dove, una palla, così, attraverso il sole e l’aria mi cercava, tutta vispa, decisa ad accopparmi, in quella solitudine, a me. Perché? Mai più, fossi anche vissuto cent’anni ancora, sarei andato a passeggio per la
campagna. Promesso. Andando per la mia strada, mi ricordavo la cerimonia della vigilia. In un prato aveva avuto luogo la cerimonia, sul rovescio di una collina; il colonnello con il suo vocione aveva arringato il reggimento: «In alto i cuori! che aveva detto…Alto i cuori! e viva la Francia! » Quando non si ha immaginazione, morire è poca cosa, quando se ne ha, morire è troppo. Ecco il mio parere. Non avevo mai capito tante cose in un colpo solo.
Il colonnello non aveva mai avuto immaginazione, lui.
Tutte le disgrazie a quell’uomo gli erano venute di lì, le nostre soprattutto. Ero dunque il solo a sapermi immaginare la morte in quel reggimento? La preferivo tardiva, la mia di morte…Tra vent’anni…Trent’anni…Anche più in là, rispetto a quella che volevano darmi sùbito, mangiar fango delle Fiandre, a bocca piena, più della bocca, spaccata fino alle orecchie, da una scheggia. Uno ha pure il diritto di avere un’idea sulla propria morte. Ma allora dove andare? Diritto davanti a me? Terga al nemico? Se i gendarmi così, m’avessero pizzicato a zonzo, credo proprio che m’avrebbero conciato per le feste. Mi avrebbero giudicato la sera stessa, in tutta fretta, alla buona, nell’aula di una scuola sbaraccata. Ce n’erano molte di aule vuote, dappertutto dove passavamo. Avrebbero giocato alla giustizia con me come si gioca quando il maestro è via. I graduati sulla predella, seduti, io in piedi, manette ai polsi davanti ai banchi. Al mattino, mi avrebbero fucilato: dodici palle, più una. Allora?
E ripensavo ancora al colonnello, prode come era quell’uomo lì, con la corazza, l’elmo e i baffi, l’avrebbero fatto vedere che passeggiava come l’avevo visto io, sotto le palle e le granate, in un music-hall, era uno spettacolo da riempire l’Alhambra di allora, avrebbe oscurato Fragson, che pure all’epoca di cui vi parlo era una vedette fantastica. Ecco quel che mi pensavo, io. Abbasso i cuori! mi pensavo io.
Dopo ore e ore di marcia furtiva e prudente, ho infine scorto i nostri soldati davanti a una borgata di cascine. Era un nostro avamposto. Quello di uno squadrone che era sistemato lì. Neanche un morto tra loro, mi annunciano quelli. Tutti vivi! E io che avevo la grande notizia: «Il colonnello è morto!», gli gridai io, quando fui abbastanza vicino alla postazione. «Mica sono i colonnelli che mancano», mi rispose il brigadiere Pistil, a brutto muso, lui che stava appunto di guardia e anche di corvé.

da Voyage au but de la nuit, cura e traduzione di Ernesto Ferrero, ©2012 Garzanti Libri Srl

 

 

Henri Barbusse
Henri Barbusse

Henri Barbusse (1873-1935)

 

Carnet de guerre

 

Henri Barbusse inizia a scrivere il Carnet de guerre il 14 ottobre del 1915. È in prima linea da nove mesi, sul campo di battaglia dell’Artois dove, per conquistare poche centinaia di metri di terreno, sono caduti decine di migliaia di soldati. Fin dalle prime annotazioni del Carnet emerge una realtà macabra e atroce. Il Carnet, mai tradotto in italiano, è la base del più noto Le Feu, Il Fuoco (in italiano editore Castelvecchi)

 

14 ottobre 1915

Siamo in uno dei rifugi sulla strada che porta a Béthune. Io e Mamial siamo partiti stamattina alle nove e mezzo per cercare di raggiungere Souchez, approfittando della nebbia intensa che oggi copriva l’intera pianura. Saliamo sulla strada. I morti che erano lì schierati sono stati portati via. Avevano un aspetto orribile e pietoso. Ce n’era uno con la faccia completamente nera, le labbra tumefatte e spente, le mani scorticate, due manine da bambino con il palmo scorticato; uno spettacolo mostruoso e spaventoso. Gli altri, dei fagotti informi e sudici da cui sporgevano oggetti irriconoscibili e attorno ai quali svolazzano delle lettere cadute probabilmente dalle buste mentre qualcuno, gomiti a terra, le apriva. In una si leggeva: «Caro Henri, bel tempo eh, il giorno del tuo compleanno…». Uno dei corpi era talmente malridotto che, per trasportarlo, hanno dovuto avvolgerlo in una rete metallica e in un telo di tenda, e poi legare il tutto con delle corde a un paletto. Odore pestilenziale. Mucchi di teli di tenda e di pastrani macchiati, a brandelli, induriti dal sangue secco. Percorriamo la strada che porta a Béthune, da ogni parte alberi fracassati, terrapieni solcati dalle granate, ammassi di detriti, rifiuti e macerie di ogni sorta. Tutto intorno trincee, cunicoli e diverse bandiere. A sinistra, un sentiero. Tutta la pianura è attraversata da ‘sentieri’ e cunicoli. E da poco, da quando siamo riusciti a conquistare le posizioni dominanti, abbiamo costruito anche una decauville. Del ‘Cabaret Rouge’ non c’è più traccia. Resta solo una parte dell’impiantito che ti mostrano come fosse una specie di reperto archeologico […]. Le macerie sono rossastre come i mattoni di cui era fatta la casa, quando ancora c’era. Raggiungiamo l’altra trincea di prima linea tedesca che corre quasi parallela alla strada. In alcuni punti è annerita e carbonizzata, deformata dalle granate, che hanno scavato buche vicinissime le une alle altre. Si vedono un po’ dappertutto cadaveri di tedeschi e francesi che probabilmente stanno lì da una quindicina di giorni, forse da un mese, e che nessuno ha potuto seppellire finché la linea del fuoco non si è spostata da questa zona.
Fotografati cinque tedeschi spappolati, decomposti, neri e brulicanti di insetti, dal lato opposto della trincea conquistata con l’attacco del 25-28 settembre; fotografata anche la trincea tedesca. Ho scelto un punto che mi è sembrato particolarmente straziato e stravolto. In realtà è impossibile scegliere; tutto è stato messo sottosopra, tutto è pieno di marciume e di detriti. Come dopo un cataclisma […]. Riprendiamo ad avanzare e arriviamo a Souchez; la devastazione è totale. Il villaggio è tornato a essere una pianura, disseminata di macerie, di travi. Qua e là qualche buca scavata dalle granate […]. Odore di carnaio. Camminiamo su frammenti di granate e armi rotte, ovunque ci sono bombe inesplose, equipaggiamenti disfatti, inquietanti ammassi di vestiti intrisi di una fanghiglia brunastra. Qualche cadavere. Uno è fresco. Un soldato addetto al rancio con il suo rosario di pagnotte. Attorno al corpo, le borracce dei suoi commilitoni. Deve essere successo stanotte, una scheggia gli ha squarciato la schiena. Negli ultimi giorni i tedeschi hanno bombardato Souchez di continuo. Da lontano, dal punto in cui siamo adesso, si vedeva levarsi il fumo dei pezzi da 150 o da 210 accompagnato da un terrificante frastuono di metallo sfasciato. Non è un posto molto sicuro, naturalmente, ed è una fortuna che non ci abbiano beccato! Ci spingiamo fino al capo opposto del villaggio, se così si può dire, verso l’unica abitazione di cui restano ancora le fondamenta (da un buco si vede, nel cortile, un divano inondato di sangue). Poi torniamo indietro.  Non ho mai visto un villaggio scomparire così. Ablain-Saint-Nazaire e Carency, avevano ancora l’aspetto di un paese, con le loro case semidistrutte e i cortili pieni di macerie. Qui non c’è più niente che abbia una forma, è rimasto in piedi niente, né un muro, né una cancellata […], né un portone. Sembra un terreno abbandonato, sporco, paludoso, di periferia, in cui per anni la città abbia regolarmente riversato rifiuti, materiali di risulta e ferraglie arrugginite. In primo piano la nebbia, lo scenario surreale degli alberi massacrati. Pochi cadaveri; qualche buca in cui marciscono carcasse di cavalli. Altre in cui si vedono resti sfigurati, deformati dalle ferite, che un tempo erano degli uomini. Durante il bombardamento il corso del ruscello del mulino è stato a tal punto deviato da trasformare una piazzetta in uno stagno.

15 ottobre
Insieme al 5. battaglione sono andato alla scarpata degli Zuavi, quella che abbiamo preso nell’assalto del 28 e che gli zuavi e i marocchini hanno raggiunto in quello del 7. Gli assalitori, che erano arrivati qui dalla Croix de Berthonval e si erano poi rintanati alla meno peggio ai piedi della collina, in certe buche nelle quali non entrava più di una persona, trasformando quest’area in una specie di alveare, sono stati presi di fianco dalle mitragliatrici nemiche e massacrati. Il vallone e le scarpate, lunghi diversi chilometri, non sono altro che un’immensa necropoli. Dappertutto corpi simili a mummie, scheletri, mucchi d’ossa agglutinati da una fanghiglia rossastra. Qua e là spuntano fuori la suola di una scarpa, un piede, un lembo di stoffa che segnalano la presenza di un cadavere. Ce ne sono moltissimi che i tedeschi, quando occupavano questa posizione, hanno lasciato marcire.

Su uno zaino strappato c’è una testa che fa pensare a Ramsete II, e poi tibie, femori, ossa di mani e di piedi, disposte come nel gioco degli aliossi

Su uno zaino strappato c’è una testa che fa pensare a Ramsete II, e poi tibie, femori, ossa di mani e di piedi, disposte come nel gioco degli aliossi, accanto a un eloquente rigonfiamento. In mezzo a dei brandelli di stoffa sfilacciati, cosparsi di catrame, c’è un frammento di colonna vertebrale. Non sono più cadaveri, ma cumuli di rifiuti disseccati, gettati via insieme ad attrezzature inutilizzabili, tazze, gavette, secchi dell’immondizia. Senza contare i resti di tutte le scatolette che i soldati, che hanno vissuto là, hanno lasciato ad ammonticchiarsi tutt’intorno agli alloggiamenti. Quanto ai morti dell’assalto del 28, vengono spostati ogni giorno e ogni giorno vengono risotterrati; ce n’è una sfilza ai piedi dell’alveare degli zuavi, sono in tutto e per tutto simili a quelli che ho visto l’altro ieri, ieri, allineanti sulla strada di Béthun, coperti di fango, orribilmente mutilati e sfigurati, con la faccia gonfia, nera come la testa di un negro, e la carne tumefatta e piena di grumi di insetti e di vermi riuniti. Riponiamo i fucili.

 

Ed ecco, come una specie di intermezzo nella rappresentazione della tragedia, alcune riflessioni nel singolare linguaggio del fronte, l’argot dei ‘poilus’, che Barbusse ha trascritto con grande cura. Sono riflessioni che, sia pure con qualche variante nella forma, tutti i combattenti della guerra del ’14-’18 hanno sentito e che sono seguite da una sfilza di simpatici nomignoli…

 

Solo perché hai un gallone, non fanno altro che romperti le scatole. Era vestito bene, l’imboscato. Lindo e pinto. Con certi stivaletti. Un vero schifo. Una bambina. Proprio un bel bocconcino. Insomma, non finirà prima di Saint-Galmier. Rimettersi in arnese. Quell’uomo molliccio e disgustoso, deve essere il cuoco. Bestia, salame, salamone, coglione, pesce lesso, testa bacata, somaro, maiale, rincoglionito, bamboccione, faccia di bronzo, mollusco, faccia di culo, pidocchio, merdoso, cazzone, fancazzista.

2 novembre
Linee zuppe d’acqua
Un uomo, completamente fradicio, dai piedi alla testa, urlante, giovane e robusto, con i guanti e una specie di armatura di fango. Ci racconta la storia spaventosa dei soldati che stanno in prima linea, con l’acqua fino alle ginocchia, fino ai fianchi. I ripari sono crollati. Nei cunicoli non si può star fermi perché si rischia di restare intrappolati. Ma non si può andare da nessuna parte. Se non ci fossero i razzi a fare un po’ di luce, si annegherebbe. Il morale degli uomini è a terra. «Piangeva a calde lacrime» dice […] uno che è stato due ore insieme a un amico a cercare di liberare dal fango Dumas, il barelliere. Ci si domanda come sarà possibile darsi il cambio l’indomani mattina. Dumas arriva mezzo morto. Sono stati costretti a passare per la pianura e sono caduti in una buca di granata. I loro vestiti si sono strappati contro filo spinato. Il pastrano di Dumas pesa trentacinque chili. Lassù, gli uomini non mangiano da almeno ventiquattro ore.  Dei rancieri, rimasti impantanati, crollati lungo la strada. Li hanno trovati che dormivano nel fango, allo stremo delle forze. Le mitragliatrici raggruppate in cima alla scarpata, sgocciolano fango. «Non ci hanno ammazzato, è un miracolo» dice Paradis. Paradis ripete affannosamente «è un miracolo, un miracolo, un miracolo» come per tradurre la sensazione che costantemente scaturisce da tutto questo sfacelo. Il sergente, a cui il fango ha strappato i pantaloni e le mutande, lasciandogli solo i gambali sulle gambe nude. Gli uomini annegati […], delle suole strappate.
Di notte, se finisci con un piede sul bordo di una buca di granata, sei spacciato.
Non ero altro che terra.

Barbusse descrive la vita negli alloggiamenti delle retrovie con la stessa scrupolosa meticolosità e veridicità con cui descrive l’esperienza della prima linea. La guerra non è solo la tragedia cruenta, è anche la triste monotonia delle ore trascorse negli alloggiamenti che, si sa, sono solo una breve pausa prima del successivo appuntamento con la morte. Così quei giorni, quelle settimane di riposo, che per altri, per i suoi giovani commilitoni, erano una sorta di miracoloso ritorno alla vita, suggerivano, alla sua lucida maturità, solo altri pensieri malinconici.

Nei quartieri d’inverno: il cane.
Si annoia, accucciato in disparte, immobile, meditabondo, accanto a una gavetta bisunta. In questo granaio buio e umido, pieno di correnti d’aria e di sudiciume, e in cui, intirizziti, passiamo intere giornate a battere i piedi per terra o a fare avanti e indietro tra i nostri giacigli e la porta. Il cane è il simbolo della noia, la grande noia di cui non si vede la fine, la noia cadenzata che ci annienta e che ucciderà anche lui, perfino lui, se va avanti così. Ci rifugiamo nell’area greve di una bettola gremita di gente. Qui scriviamo, parliamo, gridiamo, ci scuotiamo di dosso il silenzio e la noia, poi alle otto meno un quarto capiamo, con un brivido, che bisogna rientrare.

[…]

Sentinella, che monta la guardia in trincea, sotto il cielo stellato, che pensa all’uomo. L’uomo, tutti gli uomini, innumerevoli come le stelle e altrettanto lontani gli uni dagli altri, altrettanto sconosciuti. È spaventoso questo muro di oscurità e di sangue. Si può fare qualcosa per abbatterlo? Sì, bisogna che gli uomini si cerchino. Bisogna che si liberino dei cattivi insegnamenti inculcati da chi non sa o da chi ha interesse a farli restare, ignoranti gli uni degli altri, rinchiusi in una prigione di solitudine sempre più cupa. Bisogna partire dall’inizio, con calma, precisione e saggezza, non lasciarsi guidare dai dogmi, ma dalle idee e non da idee astratte incomprensibili, ma da idee chiare, profonde, vive.
Non sapresti dire, ammettilo, come stanno le cose, quando te ne stai di guardia così, cercando di capire se qualcosa si muove nella pianura. Insomma, non riesci a capire perché sei qui. Amico mio, in fondo non c’è nessuna ragione sensata perché tu sia qui. Naturalmente ormai siamo presi in un ingranaggio, dobbiamo andare avanti e vincere. Ma dobbiamo anche guardare più lontano, oltre gli interessi dell’ora presente che sono solo dettagli, piccoli dettagli storici dentro un problema eterno.
Non leggi i giornali, ora. Ma poi dovrai diffidare di tutti quelli che cercheranno di convincerti che i popoli appartengono a specie diverse e che ce n’è uno che è destinato a comandare, il loro; se è vero per gli uni è vero anche per gli altri, e allora saremmo sempre in guerra. Si parla di nazionalità, di interessi economici. In un momento cruciale della conversazione un bottegaio mi dice: «È come al mio paese: ci sono due strade, la strada x e la strada z. Per gli abitanti non ci sono cose di per sé buone o cattive. Ci sono solo cose che convengono ai commercianti e ai proprietari della strada x oppure della strada z. Gli abitanti lo sanno benissimo…ma sia da una parte sia dall’altra sono i grossi commercianti e i grossi proprietari che decidono tutto. Per il resto della gente è questione o di vita o di morte».

[…]

Non bisogna complicare le cose, né farsi abbindolare. Si può essere felici anche senza armarsi e distruggersi a vicenda. Per essere felice, la Provenza ha forse bisogno di scontrarsi con la Bretagna o con il Poitou, o di pestare i piedi ai piccardi? Perché non può esserci la pace, che è la condizione normale, tra i paesi, così come c’è la pace tra gli abitanti delle diverse province? Se è possibile che due regioni vicine facciano i loro traffici senza che una distrugga l’altra, perché questo non dovrebbe accadere anche tra due nazioni vicine? Sono più vicine tra loro di quanto non siano gli Stati Uniti d’America. Magari non saranno grandi quanto l’Europa. Eppure tra gli stati del Nord e quelli mezzo spagnoli del Sud…Ma gli Stati Uniti sono una repubblica. Sì, lo so bene, deve esserci una repubblica, vale a dire uno stato in cui è il popolo a governare, in cui tutte le decisioni spettano a lui.

[…]

I paradossi del padrone
La Francia voleva la pace. Voleva trovare un accordo con la Germania. Il suo ideale, era la pace. Noi non abbiamo mai provocato la Germania. Non abbiamo mai parlato di ‘rivincita’, né sperato nella riconquista dell’Alsazia e della Lorena. Mai abbiamo manifestato nei confronti della Germania il minimo odio, il minimo sentimento scortese. Non dovremmo usare nessuna invenzione che non sia francese. Lo dico qui perché vorrei che Le Nouvelliste ne parlasse. «Allora uscirà manoscritto, dato che la stampa, be’, è un’invenzione tedesca. Se non erro Gutenberg è nato a Magonza nel XV secolo…». «I crucchi di una volta e quelli di oggi, non sono la stessa cosa». Tanto per cominciare bisognerebbe scoprire se è vero. C’è un ministro francese che dice che i crucchi di una volta e quelli di oggi sono la stessa cosa.

[…]

A. diceva: una grossa carica deve essere magnifica da vedere. Amico mio, è come se una mucca, al macello, dicesse: «com’è bello vedere tutte quelle mandrie di buoi che avanzano». Direbbe certamente così, la mucca. È tipico degli uomini non riuscire a vedere più in là del proprio naso. Non un briciolo di intelligenza, né di sensibilità. Tutto ciò che è esterno al loro limitato orizzonte gli è indifferente. ‘Après moi le déluge’. In fondo lo pensano tutti, anche se nessuno lo confessa. Sì, la bestialità e l’indifferenza si accontentano di quel poco che basta per stare a proprio agio.

[…]

Di notte si riuniscono le truppe per l’assalto. All’alba si parte. È la sveglia del condannato. Dall’altra parte, laggiù, altri uomini vengono strappati dal sonno per essere mandati, vacillanti sotto il loro fardello, a morire…
Molto probabilmente, a cinquanta chilometri dal fronte, nelle loro meschine preghiere della sera e del mattino, qualcuno dirà: «Dio mio fa che la guerra continui!»

A proposito delle cause della guerra
Senza scendere nei dettagli, è evidente che è piuttosto puerile dare tutte le colpe ai tedeschi e sostenere che prima della guerra la Germania fosse bellicista e la Francia pacifista. La verità è che da tutte e due le parti c’era gente favorevole alla guerra e gente contraria, con la sola differenza che in Germania le fazioni militariste erano al governo ed erano onnipotenti, e da questo è scaturito tutto il resto. In Francia, c’era un partito revanscista molto attivo e che aveva una notevole influenza sull’opinione pubblica, e poi quasi tutti, qui da noi, recriminavano per l’umiliazione militare del ’70 e speravano in un futuro costellato di vittorie conformi alla natura di molti francesi.

Carnet de guerre, a cura di Pierre Paraf, Flammarion, Parigi, 1965.
Traduzione di Lorenza Di Lella, Giuseppe Girimonti Greco