Il 24 aprile è il centenario del Metz Yeghern, ‘il grande crimine’, il genocidio armeno. Cento anni fa la prima sistematica operazione di pulizia etnica dell’epoca moderna. Nasce qui il termine di ‘genocidio’, lo conia Raphael Lemkin nel 1944. Il 24 aprile del 1915, la polizia dei Giovani Turchi arresta a Istanbul l’élite culturale del popolo armeno, primo passo per silenziare la voce di un intero popolo, quella che avrebbe potuto gridare aiuto.

di Francesco Marilungo foto di Qedri Dêwanî

 

Nella tasca di uno degli arrestati, un mazzetto di carte proteggeva il ‘canto’ del popolo armeno,  Il canto del Pane di Daniel Varujan, ritrovato fra i beni sequestrati, viene pubblicato nel 1921 a Istanbul. Il giovane autore, astro nascente del risorgimento letterario armeno dell’inizio  secolo, muore, appena trentenne pochi mesi dopo l’arresto assieme alle altre voci che avrebbero potuto denunciare al mondo ciò che stava per accadere nelle terre dell’Armenia storica. I versi di quel libro raccontano la rottura traumatica fra una gente e la propria terra, fra gli armeni, le pianure coltivate a grano, le montagne dell’Anatolia orientale, dalla Cilicia al Monte Ararat.

Il monte Ararat
Il monte Ararat

L’Ararat, la montagna sacra sulla quale leggenda vuole si sia arenata l’arca di Noè dopo il diluvio, ricopre un ruolo fondamentale nell’immaginario culturale armeno (si veda ad esempio il film Ararat di Atom Egoyan, 2002), ma la sua imponente silhouette vista da Yerevan ricorda ogni giorno agli abitanti dell’Armenia che quasi tutto ciò che resta della loro memoria, storica e culturale, giace al di là del confine inaccessibile fra Armenia e Turchia, preda della dimenticanza, del tempo e del silenzio imposto da cent’anni di negazionismo turco. Ai massacri e alle deportazioni del 1915 di un milione e mezzo di Armeni dall’Anatolia centrale e orientale, è seguita la mordacchia imposta sull’eredità culturale armena.

Armenia, deportazione
Armenia, deportazione

La filosofia Kemalista alla base del nuovo stato turco, sorto dalle ceneri dell’Impero Ottomano, applicava alla lettera i dettami del nazionalismo europeo che i leader intellettuali kemalisti avevano studiato e conosciuto a Parigi o a Londra. Uno stato per una nazione, con una sola lingua e una sola memoria condivisa. Non c’è spazio per alcun tipo di pluralismo e tutto ciò che fa emergere tracce di un passato altro va eliminato. Laddove c’era un nome di paese, di fiume o di collina in lingua armena o curda, un nuovo nome turco lo sostituiva. La confisca dei beni dei deportati, così come la loro sostituzione in aree cruciali industriali e commerciali apriva il varco a una nuova classe imprenditoriale turca. In realtà, la scomparsa della popolazione cristiana, la rottura dei rapporti clientelari così come di quelli culturali e la scomparsa di un sapere artigianale, hanno reso il sudest della Turchia una delle aree più povere del paese; un’area dove dopo il genocidio del 1915, lo sforzo assimilatorio si è rivolto nei confronti dei curdi, ancora una popolazione altra. Cento anni di silenzio, di vento, d’intemperie hanno abbandonato il patrimonio culturale Armeno in Turchia al saccheggio progressivo dell’oblio. Ma, da qualche tempo, il passato sembra voler tornare in superficie, fra le crepe della propaganda nazionalista turca si infilano correnti di memorie alternative. Le narrative minoritarie in Turchia hanno progressivamente guadagnato legittimità nel paese, prima fra tutte quella islamista, bandita e osteggiata dal laicismo estremo dei kemalisti e questo ha facilitato il risorgere, non sempre gradito al governo, anche di altre narrative represse ed escluse per anni.

Le ceneri armene
Nel giugno 2013, la Turchia occupa i titoli di tutti i principali giornali del mondo per la poliziesca repressione del movimento ‘Occupy Gezi’. La società civile protestava contro il progetto del governo di costruire un megacentro commerciale in stile neo-ottomano sul modello di una precedente caserma militare, in uno dei pochi spazi verdi rimasti nel centro di Istanbul. Occupazione e scontri tra polizia e movimento, ma il progetto del governo che cerca di sostituire l’architettura kemalista del parco Gezi con una rinnovata narrativa ottomana, corre in realtà il rischio di far emergere incubi di un passato remoto. Il parco Gezi si erge sulle ceneri di un cimitero armeno. L’intervento neoliberista del governo, adornato coi fronzoli del passato imperiale, va così a risvegliare memorie dormienti, obliterate dagli interventi urbanistici kemalisti  e svela una presenza armena nel cuore della città.

La nuova legittimazione del passato ottomano portata avanti dal partito al governo permette in qualche misura la riemersione del patrimonio armeno

Così, anche in questa occasione, la nuova legittimazione del passato ottomano portata avanti dal partito al governo, scavalcando all’indietro quasi un secolo di storia repubblicana, permette in qualche misura la riemersione del patrimonio armeno.
Segni di distensione nei rapporti fra Turchia e Armenia si sono registrati nel 2008, quando l’allora presidente della Repubblica Abdullah Gül visita la controparte armena per la prima volta nella storia repubblicana. L’occasione è una partita di qualificazione ai mondiali fra Turchia e Armenia. I commentatori la definirono football diplomacy. Un anno prima, sulla minuscola isola di Ahtamar sul lago di Van in Turchia, veniva inaugurata con grande eco mediatica, la restaurata chiesa armena della Sacra Croce. Il progetto, finanziato dal ministero della cultura turco, cercava di mostrare al mondo la ‘buona disposizione’ del governo turco a compiere passi, quantomeno simbolici, verso la riappacificazione. In realtà, la chiesa è stata aperta al pubblico in forma di museo e nonostante una simbolica celebrazione nel settembre del 2010, la chiesa è chiusa al culto. L’isola viene turchificata cambiandone il nome – dall’armeno Ahtamar al turco Akdamar – e una bandiera turca viene piantata accanto alla chiesa. E il progetto viene inscritto nel piano di sfruttamento turistico del patrimonio culturale armeno da parte della Turchia.

I massacri di Diyarbakir
Il vero attore chiave del processo di legittimazione dell’eredità armena in Turchia è rappresentato dal partito politico curdo, che ha come suo centro la città di Diyarbakir, capitale del Regno d’Armenia dal II secolo a. c. al II secolo d.c. col nome di Dikranagerd (Tigranocerta). La narrativa politica curda decostruisce i dogmi del nazionalismo monoetnico turco e apre la possibilità del riconoscimento di tutte le minoranze, etniche e religiose, sottomesse. Diyarbakir, la città che nel 1915 fu il centro logistico delle deportazioni, era, assieme a Van e a Urfa, uno dei maggiori centri culturali, religiosi ed economici della popolazione armena. Nel Sedicesimo secolo i viaggiatori europei la definivano ‘l’Atene degli Armeni’. A Diyarbakir, la tensione fra le varie comunità della città esplode già vent’anni prima del genocidio, nel 1895 la situazione precipita in veri e propri pogrom contro la popolazione cristiana (Armena e Assira) della città. Sono i ‘massacri di Diyarbakir del 1895’. L’agente segreto britannico Gertrude Bell (recentemente celebrata da un film di Werner Herzog) sosta a Diyarbakir qualche anno dopo quegli eventi, e scrive: «Non c’è pace per la capitale senza legge del Kurdistan. Fedi in conflitto si combattono ferocemente come fossero imperi rivali e lo scontro è inasprito dagli odi di razza. L’aria pesante, stagnando fra le alte mura della città, è carica del ricordo dei massacri del 1895». Ma è con l’arrivo del Vali (Governatore) Doktor Mehmet Re?id Bey che, in piena guerra mondiale, la situazione assume le tinte tragiche del genocidio. Re?id arriva in città nel marzo di quell’anno e a maggio ha già fatto imprigionare l’élite culturale cristiana della città. 807 notabili armeni, intellettuali e uomini d’affari, vengono portati fuori dalle nere mura di basalto della città, verso le sponde del Tigri. Qui vengono caricati sulle zattere di legno usate per il commercio di legname fra Diyarbakir e Mosul e qualche chilometro più a valle vengono massacrati. Unico superstite è il vescovo Tchilgadian, lasciato vivo perchè racconti alla comunità e semini il terrore.

Armeni-deportazioneQualche mese più tardi Reşid offre al resto della popolazione la salvezza in cambio della conversione all’Islam. Gran parte della popolazione rifiuta e viene massacrata. Negli anni ’90 lo scrittore armeno Migirdic Margosyan, originario della città ma stabilitosi ad Istanbul, inizia a scavare nella memoria e a descrivere in brevi racconti gli anni della sua infanzia, quando nel “quartiere degli infedeli” a Diyarbakir si parlava correntemente armeno, curdo e turco per le strade e i suoi genitori ricordavano i massacri del 1915 a cui avevano assistito. Qualche anno più tardi lo scrittore curdo Mehmed Uzun, emigrato in Svezia per motivi politici, scrive in turco I fiori del melograno (Nar Çiçekleri, 1996). Uzun riallaccia i nodi della pacifica coabitazione fra curdi e armeni nell’antica città, seguendo le memorie delle collaborazioni artigianali, degli scambi culinari, delle festività condivise e dei suoni nel cielo di Diyarbakir quando alla voce del muezzin che richiama i fedeli alla preghiera risponde il rintocco della campana da una chiesa adiacente. Nel cuore di quel quartiere ‘infedele’ di Diyarbakir sorge la più grande chiesa armena di tutto il Medioriente. È chiamata Surp Giragos, costruita con la locale pietra lavica, consta di tre navate orizzontali e ben sette altari. Fino al 2009 era in abbandono e decadimento, con il tetto completamente collassato. La municipalità curda di Diyarbakir, sostenuta da una fondazione di cittadini armeni, ha restaurato la chiesa riportandola al suo stato originale e aprendola alle celebrazioni delle messe nel 2011. Durante il suo discorso inaugurale, il sindaco curdo Osman Baydemir invitava gli armeni a “tornare nella loro casa, nella loro città”. Nell’aprile del 2015 la chiesa è rimasta aperta per accogliere i visitatori durante la commemorazione del centenario del genocidio.

Il centenario
L’atteggiamento del presidente della Repubblica Erdoğan nei confronti della ricorrenza del centenario è di altra natura rispetto a quello delle amministrazioni locali curde. Un anno prima Erdoğan aveva dato segnali di ammorbidimento, porgendo le condoglianze ai familiari delle vittime, invece nel 2015 le celebrazioni sono state precedute da settimane di polemiche. La scelta del presidente di anticipare di un giorno la celebrazione della battaglia di Gallipoli – Çanakkale in turco – avvenuta il 25 aprile del 1915 e nella quale l’esercito turco guidato dall’allora generale Mustafa Kemal bloccò l’offensiva alleata sui Dardanelli, ha fatto pensare alla volontà di oscurare le celebrazioni per il centenario del genocidio, previste come ogni anno per il 24. Ed è sembrato provocatorio e irridente l’invito di partecipare alle celebrazioni di Gallipoli rivolto da Erdoğan al presidente armeno Serzh Sarkisian, col pretesto che in quella battaglia cruciale per le sorti della storia turca morirono anche cittadini armeni.

Non è solo una questione di terminologia, il valore legale del termine genocidio implica un’esatta quantificazione dei beni e delle terre confiscati durante le operazioni di deportazione

Intanto, Papa Francesco, durante l’udienza in Vaticano al sinodo della chiesa armeno-cattolica denuncia la necessità di chiamare i fatti con il proprio nome: genocidio. Non è solo una questione di terminologia, il valore legale del termine genocidio implica un’esatta quantificazione dei beni e delle terre confiscati durante le operazioni di deportazione e un corrispettivo economico da pagare alle vittime. Erdoğan risponde al Papa a mo’ di Sultano, dicendo minacciosamente che può togliere la cittadinanza ai 100.000 cittadini armeni residenti in Turchia quando vuole. L’ostracismo turco nei confronti dell’accettazione della parola genocidio, suscita da sempre commenti indignati.

Hrant Dink
Forse l’intellettuale armeno più importante nella Turchia negli ultimi decenni. Giornalista e fondatore della rivista bilingue armeno-turco Agos, viene ucciso a Istanbul nel 2007 davanti all’ingresso del suo giornale da un membro di frange ultranazionaliste turche. Il tragico evento suscitò nel paese la reazione veemente della società civile turca. Decine di migliaia di persone si riversarono nelle strade al grido di “siamo tutti armeni, siamo tutti Hrant Dink”. Hrant Dink aveva il grande merito di spostare il dibattito sul genocidio da una questione di cifre di morti a una questione di sentimenti dei vivi. Ciò che gli stava più a cuore era ritrovare la via della convivenza storica fra turchi, curdi e armeni. E a questo proposito si scagliava contro gli interventi ‘politici’ di stati esterni che toccano sul vivo l’orgoglio nazionalista turco, agganciano il presente degli armeni a un passato traumatico e allontanano le possibilità concrete di collaborazione e riconciliazione. «Andrò in Francia a dire che non ci fu alcun genocidio armeno e starò in Turchia a dire che ciò che avvenne fu genocidio», dice Dink quando la Francia nel 2001 riconosce ufficialmente i fatti del 1915 come genocidio. Per scoprire l’opera di Hrant Dink il lettore italiano può far ricorso al volume L’inquietudine della colomba (Guerini e Associati, 2008). L’assassinio di Hrant Dink, ordinato per mettere a tacere una voce scomoda di dialogo fra i fronti opposti, scaturì l’effetto opposto. Ogni anno nel giorno dell’anniversario dell’assassinio, in migliaia sfilano ancora per le strade di Istanbul, gridando il bisogno di fare i conti con la storia. La Fondazione Hrant Dink, guidata dalla moglie del giornalista scomparso, Rachael Dink, organizza annualmente una conferenza intesa a rompere il muro di silenzio e a riunire intellettuali e accademici.

La letteratura della memoria
Oltre al patrimonio storico artistico, un bacino potenzialmente infinito di patrimonio immateriale è quello che sta riemergendo negli ultimi anni. C’è un’opera che segna simbolicamente il ritorno sulla scena pubblica delle memorie armene in Turchia, Anneannem (Alet, 2007, col titolo Heranush, mia nonna). Fethiye Çetin, la sua autrice, è una figura fra le più attive della Fondazione Hrant Dink. Çetin toglie il velo di silenzio steso sopra le memorie dei cosiddetti ‘criptoarmeni’, coloro che scampano al genocidio, spesso aiutati da famiglie musulmane curde e turche, si convertono all’Islam per salvare la vita durante i tragici eventi del 1915, da allora timorosi di venire allo scoperto con la loro vera identità. Lo scrittore Şeyhmus Diken, nel ricostruire la storia della città di Diyarbakir, segue le tracce degli armeni in diaspora fuggiti dalla città, rimasta nel loro immaginario come una patria amata e traumaticamente perduta. Elif Şafak, tradotta in tutto il mondo, nel suo La bastarda di Istanbul racconta la storia della riscoperta delle proprie origini armene da parte della protagonista. Il premio Nobel per la letteratura Orhan Pamuk, in un’intervista del 2005, afferma chiaramente che l’esercito dei Giovani Turchi si è reso colpevole del massacro di più di un milione di armeni. Questi interventi sono spesso seguiti da procedure legali a carico degli scrittori per aver offeso i valori di ‘turchicità’ della patria. L’editore e attivista per i diritti umani Ragıp Zarakolu è forse colui che più duramente ha sperimentato sulla propria pelle i rischi di fare opera di divulgazione sul genocidio armeno in Turchia, subendo una serie pletorica di processi e arresti per aver pubblicato opere su argomenti ‘controversi’, fondando assieme a sua moglie Ayşe, la casa editrice ‘Belge’. Ma il processo avviato sembra inarrestabile e la fetta di società civile che riconosce i fatti del 1915 esplicitamente come genocidio cresce costantemente, come dimostra il grandissimo successo di vendite del libro del giornalista e scrittore Hasan Cemal, intitolato semplicemente, 1915: il Genocidio Armeno (1915: Ermeni Soykırımı, Everest editore), pubblicato nel 2012.

La fotografia, il cinema, la letteratura
La tradizione fotografica armena in Turchia ha radici che risalgono all’atelier fotografico del sultano Abdulhamit II gestito da tre fratelli armeni, per arrivare al fotografo Ara Güler, soprannominato ‘l’occhio d’Istanbul o ‘il principe della Leica’. Cittadino turco di origine armena, Ara Güler è colui che forse più sistematicamente ha documentato la devastante trasformazione urbana d’Istanbul, testimoniando la scomparsa delle comunità di pescatori armeni e greci sulle rive del Bosforo, nel quartiere di Kumkapı, mentre tutt’attorno cresceva una megalopoli sconfinata di circa 15 milioni di abitanti. L’atelier di Ara Güler, un ristorante nel centralissimo quartiere di Beyo?lu, costituisce forse il più importante archivio di memoria visuale per la comunità armena di Istanbul.
La diaspora armena ha dato alti frutti. Dallo scrittore statunitense William Saroyan, celebre per The Human Commedy (La Commedia Umana, Marcos y Marcos, 2010) allo scacchista russo Garry Kasparov; dalla musica heavy-metal della band statunitense System of a Down, alla voce del famoso chansonnier, scrittore e diplomatico francese Charles Aznavour. In Italia è sicuramente Antonia Arslan una delle voci letterarie più lucide della diaspora armena. Non solo raccoglie le testimonianze degli armeni italiani in un importante lavoro di documentazione e compilazione, ma attraverso la sua narrativa racconta la sofferenza del suo popolo. La strada di Smirne (Rizzoli, 2009) e Il rumore delle perle di legno (Rizzoli, 2015) seguono il suo primo La masseria delle allodole (Rizzoli, 2004) dal quale i fratelli Taviani hanno tratto l’omonimo film nel 2007.

Scena dal film La masseria delle allodole dei fratelli Taviani
Scena dal film La masseria delle allodole dei fratelli Taviani

Il cinema è forse il mezzo più potente nel divulgare e far conoscere. Durante il Festival del Cinema di Venezia del 2014, è stato presentato The Cut, del regista turco-tedesco Fatih Akin. In The Cut, il protagonista interpretato da Tahar Rahim, superstite del genocidio, perde la voce e va in cerca delle sorelle sopravvissute e assimilate da famiglie musulmane. Il silenzio del protagonista sta a simbolizzare sia la voce perduta della cultura armena a causa del ‘taglio’, sia il silenzio sui fatti imposto dalla Turchia. La prima intervista rilasciata da Akin in merito al film è stata pubblicata dal giornale fondato da Hrant Dink, Agos, il quale ha successivamente ricevuto minacce da parte di frange fasciste turche. Akin aggiunge che diversi proprietari di cinema in aree della Turchia dove la retorica ultranazionalista ha più presa, non proiettano il film nelle loro sale per paura di ritorsioni. La questione del silenzio e della trasmissione della memoria ritorna in quella che forse è la più alta recente realizzazione artistica sul genocidio armeno. Si tratta del romanzo di Varujan Vosganian, Il libro dei sussurri (Keller editore, 2011). Nell’opera di Vosganian, è proprio nella dimensione del sussurro che si racconta e si tramanda per cent’anni la memoria della tragedia, è il sussurro che sfugge al silenzio e lo sconfigge. Vosganian ricostruisce l’ossessione della memoria degli armeni in diaspora, la convinzione di essere stati depredati del ricordo tanto quanto della terra conducendo con delicatezza e malinconia il lettore dentro la cultura e i simboli ‘quotidiani’ della cultura armena (come il frutto del melograno, la pianta d’albicocche o di noce, il rito del caffè). Le pagine del Libro dei sussurri che raccontano i momenti della deportazione dall’Anatolia al deserto siriano, delle fustigazioni lungo il percorso e delle grida soffocate nelle gole assetate, sono forse fra le più crude e potenti pagine contemporanee in grado di ridare voce, in un sussurro appunto, a chi per un secolo è stato tenuto in silenzio.