Parte della nostra quotidianità è scritta su Facebook e i nostri amici sono spesso più raggiungibili sul profilo WhatsApp o in qualche «gruppo» che frequentiamo… Fino a che punto questo è sano? Quanto l’iperconnessione ci sottrae invece alle relazioni con persone in carne e ossa?  

di Chiara Coppa

 

Loredana Lipperini è una giornalista, scrittrice e conduttrice radiofonica italiana. È fra i conduttori di Fahrenheit su Radio 3 e scrive per le pagine culturali de «La Repubblica».
Andrea Bocchiola ha insegnato Etica filosofica all’Università degli Studi Federico II di Napoli.
È psicoanalista appartenente all’International Psychoanalytical Association e svolge la sua attività tra Milano e il Lago Maggiore.

 

Si tratta di un processo culturale che sta trasformando la società e la psicologia: spesso le persone hanno urgenza di postare su Facebook o aggiornare i gruppi WhatsApp circa le proprie attività giorno per giorno, ora per ora, talvolta al minuto. Dai gatti ai bambini fino, talvolta, alla propria intimità più profonda… Perché secondo voi?
Loredana Lipperini: «Non sono una psicologa, quindi non sono in grado – e penso che pochi lo siano – di fornire una motivazione chiara. Immagino però che il venir meno del senso di comunità nella nostra vita ci spinga a cercare di esistere e di essere visibili… di essere conosciuti, insomma, nei social.
Una questione di ego, certo, ma anche di terribile solitudine di cui non ci rendiamo conto».
Andrea Bocchiola: «L’avvento del social network accade all’interno della nostra esperienza psicologica, all’interno di questa strategia dell’anima che opera una differenza tra mondo interno e privato, e mondo esterno, sociale e pubblico, ossia politico. E come appunto tu osservi, ciò che si produce è un progressivo travaso dell’esperienza personale e delle biografie soggettive dallo spazio privato dell’interiorità e dell’intimità a quello pubblico della socialità. Sempre più spesso l’uomo contemporaneo è sospinto a vivere sulla scena manifesta ciò che un tempo era riservato all’intimità e all’interiorità. Il cambiamento è in un certo senso epocale e destinato a fare storia. Non si tornerà indietro. La costruzione dell’esperienza personale sta prendendo percorsi pubblici per i quali non si è più in grado di abitare il proprio mondo privato se questo non viene condiviso e sostenuto dallo sguardo apparentemente amicale, ma oscenamente pubblico e anonimo, della rete.
Come osserva puntualmente Julia Kristeva, l’uomo contemporaneo è soggetto a una “spettacolare riduzione della vita interiore […] uomini e donne d’oggi evitano la fatica della messa in parola della loro esperienza. L’azione e il suo doppio, l’abbandono, si sostituiscono all’interpretazione del senso”. Come psicanalisti assistiamo sempre più alla desertificazione del pensiero, alla difficoltà a farsi una rappresentazione dell’esperienza, persino una difficoltà a sognare e a seguire i propri pensieri. La malattia del corpo o la messa in pericolo del corpo prenderà allora il posto del pensiero, come nel caso dell’infertilità psicogena, dell’impotenza sessuale, dei comportamenti coattivi come quelli bulimici, o dell’esercizio di una sessualità senza intimità e autolesiva.

In questa brutale evaporazione della capacità di rappresentare, l’uso del social network è un fenomeno assai articolato.

Il successo della psicologia e delle scienze psicologiche produce un discorso che di fatto aiuta ad aggirare lo sforzo del pensiero, nella misura in cui produce continuamente interpretazioni pregiudiziali, che valgono per tutti – e quindi per nessuno – di ciò che accade della nostra vita. Una massa di risposte precostituite che evitano lo sforzo della soggettivazione. Così un criminale senza arte né parte potrà giustificarsi dei suoi atti parlando come uno psicologo o un assistente sociale evocando l’infanzia infelice, il padre assente, il bullismo a scuola, a giustificazione e assoluzione di ciò che ha commesso.
In questa brutale evaporazione della capacità di rappresentare, l’uso del social network è un fenomeno assai articolato. Innanzitutto i social sono il contenitore di ciò che la mente non è in grado di contenere per prima e di cui non è in grado di farsi “un’idea”. Si chiede allora alla rete di farsene carico e di confermarne l’esistenza e il valore. Il punto è che si esiste solo all’interno dell’approvazione pubblica. Al nostro sguardo interiore niente di ciò che facciamo ha più valore, consistenza e durata se non grazie al passaggio sotto lo sguardo dell’altro. Non a caso la nostra è una società spesso definita “del narcisismo”. Parola che non vuol dire affatto che ciascuno di noi è concentrato su se stesso, al contrario, che ciascuno di noi è talmente dipendente dall’approvazione dell’altro da non avere più autonomia personale. Narcisismo e conformismo sono sinonimi e l’esito è una socialità in cui “sono come tu mi vuoi”. “Dimmi come godi e io te lo offrirò… altrimenti non esisto”. La rete è il medium e il contenitore di questo narcisismo conformista. È irrilevante ciò che viene scambiato e condiviso, perché ciò che conta è che ci si possa reciprocamente confermare che si è vivi e che le “nostre cose” hanno un valore che noi per primi, nel nostro mondo interno, non sappiamo riconoscergli.
La perdita dell’interiorità, di cui i social sono uno dei medium, comporta dunque anche la perdita della vita politica, di quell’area di confronto e conflitto linguistico in cui si entra nell’agone sociale come soggetti diversi e distinti. Se devo essere come tu mi vuoi non posso essere in conflitto con te. Infatti il nostro mondo profondamente spoliticizzato non ne vuole sapere di politica e di pensiero critico, ma tollera al limite la contrapposizione ottusa e vuota delle identità (noi buoni contro voi malvagi). Il potenziale critico e antagonista della rete, da questo punto di vista, è purtroppo ben compensato dal fascismo pratico che la sorregge».

Dove trovano, dove troviamo, il tempo per fare questo? E soprattutto a chi lo sottraiamo?
L.Lipperini: «La nostra percezione del tempo sta mutando. Non riteniamo inutile il tempo impiegato nei social. Lo sottraiamo, probabilmente, a noi stessi e alla possibilità di approfondimento e di comprensione di una realtà complessa».
A.Bocchiola: «Il tempo della rete è un tempo anomalo, sospeso tra un qui e ora radicale – estratti di vita che valgono per se stessi – e un’eternità virtuale destinata a causare sempre più problemi personali (come nel caso della impossibile rimozione dei nostri dati, e del materiale in generale, dalla rete), diatribe legali e impossibilità normative. Possiamo dire che questo tempo viene sottratto a qualcosa e a qualcuno? Forse, ma solo se abbiamo l’idea che vi sarebbe un altro modo di stare in relazione con se stessi e con l’altro. E tuttavia il successo della rete ci ricorda che questi altri modi sono sempre meno disponibili, che la loro esistenza è sempre più pregiudicata e invalidata. Prendiamo le app per il sexdating. Di fatto social network che ci permettono di saltare tutta la fatica della seduzione per andare subito al sodo evitando il tempo del corteggiamento e le sue incertezze. Dunque, a rigore, il tempo trascorso sui social non viene sottratto a nessuno. È un modo di declinare il nostro tempo evitando – in un certo e osceno senso – di perdere tempo nelle relazioni con persone reali. Pornografia appunto».

Galatea–SocialUna maestra a scuola ha fatto scrivere delle lettere ai suoi giovanissimi allievi indirizzate ai genitori: «Chiedi qualcosa alla mamma e al papà». Risultato: «Caro papà, cara mamma… capisco che sia molto interessante, ma quando arriviamo a casa, invece che guardare il telefono (o il tablet), potresti giocare dieci minuti con me oggi?». Che cosa ne pensa?
L. Lipperini: «Penso che probabilmente quella stessa maestra posta quotidianamente su Facebook o Twitter. Non credo all’antagonismo fra analogico e digitale. Credo, invece, alla separazione fra diversi momenti dell’esistenza, e soprattutto alla necessità di essere consapevoli che ogni parola pubblica è parola che rimane».

Una riflessione sul mondo degli adolescenti: perché la loro posizione – quasi come in un fumetto – è china verso il cellulare tenuto alto in mano? Cosa non c’è in quella mano che c’era prima e ora non c’è più? Una bandiera politica? Un luogo dove stare? Una passione? Un amico? …
L. Lipperini: «Veramente dissento. La maggior parte delle persone che vedo col cellulare in mano sono adulte, non adolescenti. E il problema sta qui»,chiude, lasciando il problema aperto e restituendolo nelle mani di noi adulti.
A. Bocchiola: «Riformulerei la domanda osservando che questo problema riguarda sì gli adolescenti, ma pure gli adulti. Io stesso sono arrivato in studio dalla macchina controllando il cellulare e i vari messaggi ed email. L’iperconnessione è di fatto un sintomo, il sintomo di una cultura cui tutti apparteniamo, per la quale il ritiro in uno spazio privato e la separazione, la distanza dall’altro e dal suo sguardo sono drammatici e spesso insostenibili. La cosa più difficile per i pazienti che arrivano nel mio studio è spesso tollerare il silenzio e la distanza. Ma il problema riguarda tutti, me compreso ovviamente».

Il web non va salvato e nemmeno condannato. Non avrebbe senso. Sarebbe come salvare o condannare la scrittura alfabetica, l’invenzione del libro, la costruzione delle ferrovie…

Il web va salvato in sostanza?
A. Bocchiola: «Il web non va salvato e nemmeno condannato. Non avrebbe senso. Sarebbe come salvare o condannare la scrittura alfabetica, l’invenzione del libro, la costruzione delle ferrovie… La rete è lo sfondo, è l’orizzonte attuale della costruzione contemporanea dell’esperienza sociale e personale. Non abbiamo nessun potere di tornare indietro ai bei tempi antichi, la cui esistenza peraltro è dubbia. Nei recenti “bei tempi antichi”, per dirne una, abbiamo avuto due guerre mondiali… I cibi forse erano meno contaminati, ma le genti delle campagne erano afflitte dalla gotta e dalla pellagra. La medicina di oggi produce molti problemi, ma non bisognerebbe scordare con quale facilità si moriva di infezione e di pandemie un tempo, quando persino andare dal dentista era un bel problema. Di fatto possiamo solo andare avanti facendoci sempre più carico dei risvolti della rete. Comprendendo e soggettivando ciò che la rete fa di noi, per esserne un poco meno sovradeterminati e sempre un poco più protagonisti».