Appassionate e vibranti pellicole, al 34° Torino Film Festival, dimostrano che la settima arte ha ancora tante cose da dire, importanti, anzi, urgenti.

di Maddalena Colombo

 

Se è vero, come diceva Bob Dylan, che «non ci vuole un meteorologo per capire che aria tira», a volte basta dare un’occhiata un po’ attenta a ciò che il cinema propone, specie nei suoi percorsi alternativi, nelle retrovie più dinamiche. Il Torino Film Festival, attivo e vitale già da 34 anni, lo scorso novembre ha dato un’idea piuttosto precisa degli umori generali, di necessità urgenti, dando voce anche a mondi marginali e inascoltati. E si tratta perlopiù di voci fuori dal coro, prospettive autonome e coraggiose: nel concorso ufficiale, infatti, vengono ammessi film di registi al massimo alla loro terza opera, ovvero freschi di genuina creatività, non ancora mutilata da compromessi commerciali. Un festival a tutti gli effetti militante, che seleziona e sforna i migliori tra i titoli della cinematografia indipendente; nato come rassegna di cinema giovane, un tempo esplicitamente nel suo nome, mantiene a distanza di anni questa promessa con grande rigore.

Il sorprendente film Porto di Gabe Klinger.
Il sorprendente film Porto di Gabe Klinger.

Di tutto non si può parlare, allora punteremo l’attenzione solo su alcune pellicole che in qualche modo ci hanno colpito. Il magnifico Porto del regista americano, già autore di documentari, Gabe Klinger, che racconta la ricostruzione nel ricordo di un amore viscerale, quasi ancestrale. Un film piacevolmente sovversivo, che sconvolge le regole canoniche della logica narrativa, offrendo una sensibilità espressiva che rammenta con forza la Nouvelle vague e le sperimentazioni impressioniste. Dunque un mistery metafisico tedesco Wir sind die Flut di Sebastian Hilger, che sfruttando il fascino inquietante del Baltico osa investigare con ardore sulla vicenda misteriosa della scomparsa dei bambini di un villaggio dopo il ritiro della marea. Si rimane senza parole di fronte alla sorprendente pellicola coreana Goksung di Hong-jin Na, spassosissimo horror che non rinuncia all’ironia, bizzarro e avvincente nella costruzione degli eventi.

Un fotogramma tratto dall’horror Goksung del coreano Hong-jin Na.
Un fotogramma tratto dall’horror Goksung del coreano Hong-jin Na.

Segnaliamo anche un documentario sugli affreschi del pittore Romanino, La lingua dei furfanti di Elisabetta Sgarbi: si tratta di un autore che consegna il senso dei suoi dipinti a figure marginali, spostando lo sguardo su gesti umili e dettagli nascosti. Il soggetto è dello storico della filosofia Giovanni Reale, la voce di Toni Servillo e le musiche di Franco Battiato.
Curioso anche Chi mi ha incontrato non mi ha visto di Bruno Bigoni, dove il documentarista, sulla base di una fotografia inedita di Arthur Rimbaud, compie un viaggio sulla vita del poeta alla ricerca di risposte che potrebbero rivoluzionare tutto ciò che di lui è stato scritto.

A un grande ballerino italiano, di elegantissima e sublime leggiadria, è dedicato il documentario Roberto Bolle. L’arte della danza. diretto da Francesca Pedroni. Passato e presente uniti in location antiche straordinarie, dall’Arena di Verona al Teatro Grande di Pompei, fino alle Terme di Caracalla. «Un lavoro continuo e instancabile, la ricerca costante della perfezione ma soprattutto la dedizione assoluta» racconta la regista, «fanno di Bolle una grande pop star, un re dall’eterna aria da bravo ragazzo». Ed è un piacere osservare il suo corpo che si esprime con il linguaggio della grazia e dell’estrema leggerezza. Un’idea di bellezza, come quella venerata nell’antica Grecia, importante non solo e non tanto come riferimento estetico, ma come valore storico e artistico.
A un grande ballerino italiano, di elegantissima e sublime leggiadria, è dedicato il documentario Roberto Bolle. L’arte della danza. diretto da Francesca Pedroni. Passato e presente uniti in location antiche straordinarie, dall’Arena di Verona al Teatro Grande di Pompei, fino alle Terme di Caracalla. «Un lavoro continuo e instancabile, la ricerca costante della perfezione ma soprattutto la dedizione assoluta» racconta la regista, «fanno di Bolle una grande pop star, un re dall’eterna aria da bravo ragazzo». Ed è un piacere osservare il suo corpo che si esprime con il linguaggio della grazia e dell’estrema leggerezza. Un’idea di bellezza, come quella venerata nell’antica Grecia, importante non solo e non tanto come riferimento estetico, ma come valore storico e artistico.

Da non trascurare la sezione dedicata al punk, che dà l’immagine alla locandina ufficiale del festival, con David Bowie idolo incontrastato. Sette titoli di film relativi agli anni Settanta e Ottanta che hanno accompagnato e descritto uno tra i più significativi movimenti musicali e culturali degli ultimi decenni.
Degno di nota anche il simpatico evento della Notte Horror del TFF: una maratona notturna che ha registrato un completo sold out, coinvolgendo oltre quattrocento spettatori al Cinema Massimo. Tre titoli che hanno mandato in delirio gli amanti di pellicole dell’orrore, da mezzanotte fino all’alba: dagli attuali Sam Was Here di Christophe Deroo – un angosciante viaggio in villaggi deserti di un venditore porta a porta – e Sadako v Kayako di Koji Shiraishi – scontro di due entità maligne di famose serie giapponesi -, fino a un cult americano del 1985 The Return of the Living Dead di Dan O’Bannon a metà tra punk e zombie.


 

Nirvana

Tra le tante belle iniziative della manifestazione torinese, ne segnaliamo una davvero eccezionale: la proiezione del film Nirvana di Gabriele Salvatores, Guest Director del festival, con la resa accessibile alle persone che soffrono cronicamente o temporaneamente di problemi uditivi, visivi, cognitivi e di alfabetizzazione, attraverso la sottotitolazione e l’audiodescrizione. «È un atto di civiltà», ha dichiarato il regista premio Oscar, «che rende il pubblico più ampio, aumentando la fruizione della cultura, e in particolare del cinema, del quale tutti noi sosteniamo e valorizziamo, oltre agli aspetti artistici, anche quelli educativi, di crescita e formazione».
Gabriele Salvatores. ©Claudio Iannone
Gabriele Salvatores. ©Claudio Iannone

 


 

Il noir Where the Sidewalk Ends (Sui marcipiedi, 1950) diretto da Otto Preminger, con Dana Andrews e la splendida Gene Tierney.
Il noir Where the Sidewalk Ends (Sui marcipiedi, 1950) diretto da Otto Preminger, con Dana Andrews e la splendida Gene Tierney.

Ma c’è stato anche uno sguardo ai grandi classici del cinema. Ecco, tra le pellicole del passato, un noir americano in bianco e nero datato 1950: Sui marciapiedi, diretto da Otto Preminger. Rientra in un ampio progetto, Happy Returns!, che la casa di distribuzione cinematografica Lab 80 dedica a vecchi capolavori prendendosi l’apprezzabile impegno di restaurarli nella loro versione originale. Perché è importante il cinema che ci parla di oggi, ma non dimentichiamo di riscoprire e amare ciò che di meglio ci ha lasciato nel passato, un ricco patrimonio storico-artistico di cui far prezioso tesoro.