Ogni rito che si rispetti comincia sempre allo stesso modo, spesso scaramantico. Ufficiale, sul tappeto rosso, per chi lo compie; privato per chi a questo rito assiste da sempre, con immutata passione.

di Federica Guarnieri
foto ASAC – La Biennale di Venezia, e Massimo pedrazzini

 

Ogni settembre, quando vado alla Mostra del Cinema, scatto una fotografia alla chiesa di San Simeone Piccolo, il tempietto neoclassico di fronte alla stazione di Venezia-Santa Lucia. Al Torino Film Festival mi nutro solo di croissant al cioccolato, che nel capoluogo piemontese sono molto più buoni che altrove. A Locarno corro subito a vedere il lago «sottosopra», una prospettiva che immancabilmente fa lo sgambetto ai miei ricordi infantili, quando guardavo il Lago Maggiore dal terrazzo di Meina dei miei nonni.

Proiezione in Piazza Grande al Festival del film di Locarno 2016. ©Massimo Pedrazzini
Proiezione in Piazza Grande al Festival del film di Locarno 2016. ©Massimo Pedrazzini

Sono piccoli rituali che mi sono creata e che ogni volta mi introducono alla liturgia del cinefestival, che si consuma ogni anno solenne e rassicurante, con le stesse modalità e gli stessi figuranti. Ecco dunque la tribù degli accreditati con tessera al collo e occhi sul programma, concentrati a incastrare il tetris delle 5-6 proiezioni quotidiane. E la tribù dei cacciatori di autografi, che stazionano ore sotto il sole per difendere la prima fila sul tappeto rosso. Due specie antropologiche, cinefili e vipparoli, che non si incrociano quasi mai e se capita si guardano con reciproca perplessità, ma che, in nome della liturgia, si assoggettano entrambe di buon grado a un gesto ossequioso come l’attesa o la fila fuori dalla sala. Poi ci sono i turisti della domenica, in abito da gran sera alle undici di mattina; e le guardie del corpo con occhiali da sole e auricolare, sempre in gruppo come gli Agenti di Matrix. Infine, naturalmente, ci sono gli attori, che di questa liturgia sono le vestali, e che però si sottraggono (sempre di più negli ultimi anni) agli spazi comuni preferendo rifugiarsi in luoghi protetti e uscire allo scoperto solo per recitare il proprio ruolo.
I festival sono un mondo a parte che, come ogni rito che si rispetti, regala una fugace alienazione dalla realtà: sono una bolla di vetro nella quale non entra quasi nulla dell’esterno, un po’ come nella cittadina di Seahaven di The Truman Show.

Emma Stone e Ryan Gosling danzano in una scena di La La Land di Damien Chazelle. ©ASAC
Emma Stone e Ryan Gosling danzano in una scena di La La Land di Damien Chazelle. ©ASAC

Tuttavia, a differenza dei riti canonici, ogni edizione di un cinefestival – che si tratti di Cannes, Venezia, Berlino o Locarno – dà vita a un’esperienza inedita perché ogni volta, dall’indistinto magma delle decine di proiezioni, finiscono per emergere alcune tematiche ricorrenti. Si potrebbe dire che un cinefestival è come un cosmo che prende forma giorno dopo giorno. Al principio sembra di essere travolti da una pioggia di meteoriti: volti, paesaggi, baci, sparatorie, sangue, intrighi, happy ending senza soluzione di continuità. Preso da una frenetica bulimia cinematografica, il cinefilo esce da una sala ed entra in un’altra senza il tempo di metabolizzare, inghiottendo un panino mentre corre e rinunciando al caffè per garantirsi la poltrona preferita.
Dopo due o tre giorni di visioni compulsive, però, alcuni film cominciano a farsi l’occhiolino l’un l’altro, poi a darsi di gomito, poi a intrecciare fili sottili come ragnatele, fino a raggrupparsi in ben precise costellazioni di significati.

Dai miei appunti di un cinefestival di qualche anno fa:

Quest’anno ho visto partorire 3 donne, estrarre 2 pallottole da una ferita, sgozzare 3 bestie e uccidere a freddo una mucca con uno sparo. Ho visto 3 matrimoni, 3 uomini nudi, 2 filosofi, 4 sepolture, 4 eroinomani, svariati alcolizzati, pirati somali, un gruppo di bulli di Uppsala, un fantasma, una dentatura tutta d’argento, due anziani filippini fare l’amore, il processo di impacchettamento delle verdure nei supermercati, la sabbia elastica di Mont Saint-Michel, una fattoria dello Yunnan, i treni dell’Anatolia, una baraccopoli del Texas, un’oasi algerina, il Mkad di Mosca.

Quest’anno a Venezia, per esempio, erano presenti diversi film sulla fede, con in filigrana un’articolata disputa sul confine tra il diritto alla stessa e il fanatismo, condotta da Hacksaw Ridge di Mel Gibson, Monte dell’iraniano Amir Naderi, e Liberami di Federica Di Giacomo; ma sulla natura della fede si interrogavano anche l’anteprima della serie tv The Young Pope di Paolo Sorrentino e El Cristo ciego del cileno Christopher Murray.

Un altro tema ricorrente dell’ultima edizione veneziana sono stati gli adolescenti: chi doveva fare i conti con una gravidanza non cercata (Piuma di Roan Johnson), chi con una madre disfunzionale (Home della belga Fien Troch), chi con un amico scomparso (Boys in the Trees dell’australiano Nicholas Verso), chi cercava riparo da un mondo feroce (Koca Dünya del turco Reha Erdem). Ragazzi alle prese con problemi da adulti, ragazzi forse soli.

Ricordo un cinefestival nel quale uno dei temi più frequentati era la figura materna, e quante cattive madri si sono viste quell’anno! Latitano da tempo le grandi storie d’amore: se sul grande schermo ci fossero tanti baci quante sono le morti violente il mondo sarebbe migliore. È sempre fecondo, invece, il filone del nazismo e della Shoah, come un’ossessione irrisolta che martella il cervello, come un filo elettrico scoperto che continua a fare scintille.
Insomma i cinefestival sono, fra l’altro, anche tavole rotonde per immagini nelle quali i film dialogano fra loro, talvolta si contraddicono, talaltra si completano dando vita a considerazioni ricche di senso. Sono un termometro che, senza pretese di esaustività, restituisce gli umori che pervadono il cinema e, a monte, il mondo di cui il cinema si nutre.

Il filippino Lav Diaz, vincitore del Leone d’oro con The Woman Who Left. ©ASAC
Il filippino Lav Diaz, vincitore del Leone d’oro con The Woman Who Left. ©ASAC

Ma, come sempre capita con i riti, c’è chi sostiene che ormai questi pomposi carrozzoni non abbiano più ragione d’esistere. Quest’anno proprio Venezia ha aperto un vaso di Pandora di polemiche perché per il quarto anno di fila ha premiato un film di nicchia, The Woman Who Left, lungo ben tre ore e quaranta e per giunta in bianco e nero: una scelta che ha soddisfatto i cinefili (il regista filippino Lav Diaz è un maestro pluripremiato, già vincitore del Pardo d’oro nel 2014) ma che ha indispettito la cosiddetta critica generalista che si fa, a torto o a ragione, portavoce della gente comune. Secondo l’accusa si trattava di una scelta elitaria, responsabile di scavare ulteriormente il fossato che già divide il cinema che vende dal cinema che l’intellighenzia considera di qualità. In buona sostanza, il timore avanzato è che i cinefestival finiscano con l’allontanare la gente dalla settima arte invece che attirarla.

Emir Kusturica e Monica Bellucci in una scena di On the milky road. ©ASAC
Emir Kusturica e Monica Bellucci in una scena di On the milky road. ©ASAC

Forse proprio Venezia può venirci in aiuto offrendoci un destro lessicale: la rassegna leonina si chiama significativamente «mostra» e non «festival». Una differenza minima nei fatti ma interessante semanticamente se si intende un festival non solo come una festa ma come un’esposizione di ciò che si è prodotto nell’ultimo anno.
Fondamentale diventa, allora, non solo «mettere in mostra» il meglio della produzione già consolidata, ma anche registrare lo stato dell’arte dei diversi Paesi, puntando il riflettore su registi che altrimenti non troverebbero spazio in nessuna galassia e, soprattutto, intercettando cinematografie nascenti o provenienti dalle periferie del nostro mondo. Ricordo un film sudafricano, uno dei più brutti che io abbia mai visto, ma veniva da un Paese dove i film si realizzano col contagocce. Altro esempio: negli ultimi anni stanno arrivando ai festival diversi, sorprendenti film dalla Turchia: frutto di un cinema maturo, immaginifico e dolente, talvolta fin allucinato, ci cadono in grembo preziosi come un messaggio in bottiglia.