Il WTO (World Trade Organization) ha appena pubblicato uno studio che conferma, dati alla mano, una realtà ormai ben percepibile: il rallentamento degli scambi commerciali mondiali, motore della globalizzazione dei mercati.

di Alfredo Somoza

 

Per il 2016, infatti, il WTO rivede le previsioni sulla crescita degli scambi commerciali globali abbassandole dal 2,7% all’1,7%. Un dato inferiore all’attesa crescita economica mondiale, che era stata stimata al 2,2%. Un dato così basso non si registrava da quindici anni, a eccezione di quel «maledetto» 2009 in cui si registrarono per la prima volta le conseguenze della crisi iniziata l’anno prima con lo scoppio della bolla dei mutui subprime negli USA.
In alcuni casi la portata del calo è impressionante. Per esempio l’America meridionale, colpita per ultima dalla crisi, nel 2016 avrà importato l’8,3% in meno di merci e servizi rispetto all’anno prima. Una lettura superficiale di questi dati porterebbe ad attribuire tutte le colpe alla crisi, ma questa crisi – diversamente da molte altre che l’hanno preceduta – dopo quasi un decennio non accenna a chiudere il ciclo, confermando in tal modo di non essere affatto ciclica, ma di avere caratteristiche di tipo strutturale.

Anche se molto è stato fatto in direzione della globalizzazione, questa utopia sta definitivamente cedendo sotto i colpi dei neo-protezionisti

Una crisi che resterà a lungo perché al momento non esistono visioni in grado di interpretarla correttamente e di incidere per cambiare il suo corso. Le ricette tradizionali, da quelle ultraliberali a quelle neokeynesiane, non bastano per capirne la profondità e soprattutto sono sprovviste di strumenti adatti per farlo.
Il direttore del WTO, Roberto Azevêdo, però la pensa diversamente. E spiega che si tratta semplicemente di un rallentamento che «deve dare la sveglia contro il diffondersi di idee anti-globalizzazione». La sua è quindi una lettura politica. Il calo degli scambi internazionali sarebbe il risultato del combinato disposto tra la crisi economica e il ritorno alle chiusure protezionistiche anche in Paesi come gli Stati Uniti, paladini mondiali dell’apertura dei mercati. Quando parla di idee no global, Azevêdo non si riferisce di sicuro ai reduci dei forum sociali di Porto Alegre, come lui stesso, ma all’azione di governi che in tutto il mondo, senza fare troppo rumore, negli ultimi cinque anni hanno introdotto centinaia di dazi e di barriere non tariffarie. Un’azione silenziosa e corale promossa da politici che a parole restano fedeli ai dettami del mercato mondiale aperto, ma che in questi anni hanno lavorato invece per sottrarvisi, proteggendo progressivamente il proprio mercato interno con le solite gabelle.

Berlino. Roberto Azevêdo a una conferenza stampa dopo una riunione con il cancelliere tedesco nel Bundeskanzleramt.
Berlino. Roberto Azevêdo a una conferenza stampa dopo una riunione con il cancelliere tedesco nel Bundeskanzleramt.

Ciò che sta andando in crisi, allora, è il concetto stesso di globalizzazione così come lo intende il WTO, cioè di un mondo totalmente aperto e senza ostacoli agli scambi di merce e servizi (ma non di persone, ovviamente). Anche se molto è stato fatto in direzione della globalizzazione, questa utopia sta definitivamente cedendo sotto i colpi dei neo-protezionisti. Quelli insospettabili, come Barack Obama, e quelli palesi, come Putin o la Cina. E ora per la prima volta, la prima potenza mondiale sarà guidata da un presidente, Donald Trump, apertamente e pubblicamente ostile alla globalizzazione, alle aree di libero scambio, alle frontiere spalancate alle merci degli altri. Con Trump la rivoluzione neo-protezionistica non è più una tendenza, ma una certezza.
In questo clima vanno lette le difficoltà che hanno portato alla paralisi non solo del TTIP, il Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti tra Stati Uniti ed Europa, ma anche di altri accordi già sottoscritti e non ancora ratificati, come il CETA tra UE e Canada e il TPP tra Stati Uniti e Paesi del Pacifico. Accordi che ora saranno ufficialmente congelati dalla nuova amministrazione di Washington. È figlia di questo clima anche la voglia di autonomia da Bruxelles manifestata da molti Stati europei: dalla clamorosa Brexit al malessere serpeggiante nei Paesi dell’Est. Un sentimento che ha trovato il suo apice nel programma economico di Trump: fine di tutti gli accordi commerciali, imposizione di barriere tariffarie ai prodotti di importazione, strangolamento economico della Cina.

Le contraddizioni insite in questa forma di globalizzazione, cioè l’avere creato sì maggiore benessere in Paesi storicamente poveri, ma sottraendolo ai Paesi storicamente benestanti, non ha retto alla prova

Insomma, le merci vengono percepite come straniere perché danneggiano la produzione nazionale, proprio come i migranti rovinerebbero l’armonia delle società del benessere. Davanti a fenomeni che non si riesce a decifrare, ancora una volta l’insicurezza sociale diffusa trova sfogo e «spiegazione» nell’autarchia, nella xenofobia, nell’isolazionismo. Il sogno degli anni duemila di una globalizzazione che risolve tutto sta andando velocemente in soffitta, ma ciò che sta arrivando al suo posto assomiglia a un incubo. Forse non sbagliavano i reduci di Porto Alegre quando, per tempo, invitavano a lavorare per un altro mondo, per un’altra globalizzazione possibile. Le contraddizioni insite in questa forma di globalizzazione, cioè l’avere creato sì maggiore benessere in Paesi storicamente poveri, ma sottraendolo ai Paesi storicamente benestanti, non ha retto alla prova. Tutti hanno chiaro che i soggetti veramente vincenti sono stati i grandi gruppi transnazionali, che hanno potuto lavorare in tutto il mondo senza pagare tasse praticamente da nessuna parte. Ora è tempo di demolire, ma speriamo che il momento  dei bilanci, per valutare gli aspetti positivi e negativi e riformulare nuove regole, arrivi presto.
Teniamo presente che per almeno 500 milioni di uomini e donne, soprattutto in Oriente, il mondo di ieri non era migliore di quello di oggi.