Nei giorni successivi alle elezioni USA il mondo è rimasto senza fiato. Le domande che da anni i cittadini statunitensi ponevano alla politica senza ottenere risposte si sono trasformate in milioni di voti a favore di chi, senza peli sulla lingua, ha promesso di ribaltare il tavolo a favore degli impoveriti, degli emarginati dal benessere, dei dimenticati dalla globalizzazione. E che ha promesso anche mano dura.

di Alfredo Somoza

 

Mano dura contro i clandestini, mano dura contro le banche, mano dura contro la Cina che porta via i posti di lavoro agli americani.
Un risultato molto simile a quello che pochi mesi fa hanno decretato quei milioni di cittadini britannici che hanno votato a favore della Brexit. A loro volta voti determinati da uno stato d’animo paragonabile a quello degli europei che a milioni hanno firmato contro gli accordi di libero scambio commerciale o che vorrebbero il ritorno alle frontiere chiuse per impedire l’immigrazione.
Insomma, è diventata all’improvviso dirompente la richiesta esplicita di rassicurazione da parte dei più deboli davanti alle difficoltà del mondo globalizzato, alle paure e ai rischi concreti che questa trasformazione ha comportato, all’innegabile fatto che i principali vincitori di questa fase sono stati i grandi gruppi transnazionali, la finanza offshore, i miliardari.

Una richiesta urgente di attenzioni che ha trovato risposte a Destra e a Sinistra, cancellandoStands_with_Trump dalla geografia politica il centro. Negli Stati Uniti solo due candidati avevano fatto una diagnosi corretta delle aspirazioni di quell’America profonda che non vive a Manhattan né in California. Il più bravo dei due è stato il vincitore delle elezioni, Donald Trump, l’outsider repubblicano; l’altro quel Bernie Sanders, outsider democratico, che avrebbe vinto le primarie se l’establishment del suo partito non avesse deciso, a prescindere dal volere della base, che la candidata doveva essere Hillary Clinton.

Bernie Sanders
Bernie Sanders

La differenza fra Trump e Sanders non era marginale però. Le ricette del neopresidente partono da una visione del mondo neo-protezionistica di stampo conservatore, per poi diventare neoliberismo allo stato puro in politica economica e sociale interna.
Per Sanders il protezionismo in materia di accordi commerciali internazionali si coniugava con la ricostruzione di una rete di welfare includente, con maggiori tutele del lavoro, con una tassazione in grado di ridistribuire ricchezze.
Gli antenati di Trump sono l’economista Milton Friedman e Ronald Reagan con un tocco di Roosevelt, quelli di Sanders la socialdemocrazia scandinava, l’economista Keynes e il Forum sociale mondiale di Porto Alegre. Entrambi avrebbero potuto vincere, uno ci è riuscito.
Comunque sia, il populismo di Trump è ora alla prova per verificare la distanza tra il dire e il fare. Il Parlamento controllato dai repubblicani, ma non dal presidente non amato dal suo stesso partito, dovrebbe dare il via libera allo smontaggio di alcuni capisaldi della politica estera statunitense degli ultimi cinquant’anni: dalla NATO, che andrebbe ripagata da tutti i membri, cosa impossibile, al NAFTA, l’accordo di libero scambio tra Messico, Stati Uniti e Canada entrato in vigore nel 1994.

Trump si prefigura – ma sarà difficile che lo diventi – come becchino della globalizzazione, quella formidabile spinta all’apertura dei mercati mondiali promossa e guidata proprio dal suo Paese, e che ha avuto il pregio di riportare in testa all’economia mondiale i grandi gruppi transnazionali a stelle e strisce, scardinare i mercati dei Paesi storicamente protezionisti, offrire vaste praterie alla speculazione finanziaria degli operatori di Wall Street. Un uomo proveniente dal cuore del capitalismo newyorkese, sostenitore storico di Bill Clinton, il presidente della globalizzazione, difficilmente cambierà di molto il corso di un Paese che senza un ruolo globale non ha mai saputo vivere e che nella globalizzazione ha trovato la sua grande opportunità, al netto dei posti di lavoro persi.

Dalla crisi del 2008 a oggi la crescita economica si è arrestata, non si sono create nuove opportunità di lavoro, gli investimenti internazionali
sono al palo

L’apertura dei mercati dopo la fine della Guerra fredda aveva avuto la positiva conseguenza di mettere in moto economie arcaiche e chiuse, come quelle cinese e indiana, offrendo loro l’opportunità di strappare dalla miseria milioni e milioni di persone. A conti fatti, la povertà nel mondo non è aumentata ma diminuita. Il punto è che le medie sono, appunto, soltanto medie: e a un calo della povertà consistente nell’Estremo Oriente corrisponde un calo del benessere in Occidente, legato soprattutto alla migrazione del lavoro. Ed è questo il problema: mentre nel resto del mondo si sviluppavano nuovi apparati industriali che offrivano impiego più qualificato e meglio retribuito rispetto a quello agricolo, in Europa e in Nordamerica si abbassavano la qualità e la quantità del lavoro. Dalla crisi del 2008 a oggi la crescita economica si è arrestata, non si sono create nuove opportunità di lavoro, gli investimenti internazionali sono al palo, e chi ha perso il lavoro in Occidente non lo ha più ritrovato.

Strasburgo, 20 aprile 2016. Centinaia di persone dimostrano nella giornata nazionale di protesta contro le riforme del lavoro proposte dal governo socialista.
Strasburgo, 20 aprile 2016. Centinaia di persone dimostrano nella giornata nazionale di protesta contro le riforme del lavoro proposte dal governo socialista.

A questo quadro già di per sé preoccupante si aggiungono l’invecchiamento inarrestabile delle nostre società e le crisi politiche e ambientali che hanno generato flussi migratori da sud verso nord. La percezione che si aveva in Europa o negli USA dell’immigrazione come fonte di forza lavoro necessaria per trainare le locomotive produttive, ora è totalmente mutata: gli immigrati sono visti come nuova concorrenza per accedere al welfare, all’abitazione, al lavoro superstite. Sono questi gli ingredienti della grande paura che taglia trasversalmente le società di oggi. Paura di non farcela, di tornare a essere poveri come i nonni, di finire sommersi da flussi di migranti disperati.

Governare la globalizzazione – o meglio, governare la complessità – è la prima e principale sfida per una politica diventata progressivamente meno credibile

La grande paura è figlia anche, e soprattutto, della mancanza di governo della globalizzazione e dell’eterna conflittualità tra gli Stati. Per molti il mondo – che doveva essere più sicuro con la fine della minaccia nucleare – è diventato in realtà più pericoloso. Non solo per i cittadini di quei Paesi che in questi anni si sono dissolti in seguito a conflitti terribili, ma per chiunque dipenda da un impiego, da una pensione, da una piccola attività commerciale o artigianale.
Da qui l’urgenza di rimettere mano all’architettura internazionale, aggiornando strumenti oggi fuori uso, come le Nazioni Unite, per regolare e prevenire le guerre e le violazioni dei diritti. Ma anche l’urgenza di discutere la missione e gli obiettivi di organismi come il WTO, che servono a poco se si limitano a regolare gli scambi economici dimenticando l’impatto che questi ultimi hanno sui popoli.
Governare la globalizzazione – o meglio, governare la complessità – è la prima e principale sfida per una politica diventata progressivamente meno credibile, sempre più sospettata di fare gli interessi di pochi, e in cui vanno scomparendo le differenze tra i vari schieramenti. È un film già visto. E ogni volta che la politica ha rinunciato alla sua capacità di governo e di cambiamento lasciando il posto agli arruffapopoli, si sono sempre verificate tragedie. Siamo ancora in tempo per impedire la prossima?