«Terra di mezzo: mobile, contraddittoria, disorientante» avevo scritto di Cuba. Mobile, contraddittoria, più disorientata che disorientante lo è ancora, se pure in modo diverso. In attesa impaziente di un cambiamento annunciato, proiettato verso un futuro da definire, che l’elezione di Trump e la morte di Fidel hanno reso più imprevedibile. 

testo e foto di Laura Magni

 

La prima impressione, tornando all’Avana, sconcerta. La città, sempre di struggente bellezza, appare confusa, caotica, qua e là sul punto di sgretolarsi. Si tiene insieme lungo gli assi principali, il Prado, le avenidas Presidente e Linea, la Rampa, la calle 23. Ci sono cantieri ovunque, ma il tessuto sembra smagliarsi; spazzatura e detriti si ammucchiano anche nel Vedado, quartiere di magnifiche ville Liberty. C’entra il deterioramento di intonaci, di pavimentazione stradale, di strutture rugginose e friabili erose dall’inclemenza del Tropico, un’aria impietosa intrisa di acqua e di sale, un sole che cuoce la città come una terracotta dimenticata nel forno. C’entrano le conseguenze del lunghissimo isolamento forzato dal resto del mondo. E c’entra una demotivazione in crescita tra i giovani, che non hanno vissuto direttamente la storia della rivoluzione.
Subito dopo lo sbarco alla Baia dei Porci nell’aprile 1961, Cuba era stata assediata dalla violenza di un embargo che per oltre mezzo secolo avrebbe ostacolato con ogni mezzo l’arrivo sull’isola di qualsiasi cosa. La risposta di Kennedy a una battaglia di 72 ore che aveva visto gli Stati Uniti sconfitti per la prima volta in America Latina.
Dopo l’adesione al blocco da parte di tutti i Paesi americani tranne Canada e Messico, Cuba si era trovata di colpo costretta ad acquistare tutto in Europa, quasi sempre dai Paesi socialisti, con costi di trasporto elevatissimi, la necessità di fare scorte ingenti di prodotti fondamentali, compresi quelli deperibili, e di conseguenza l’immobilizzo di grandi capitali che permettessero questi acquisti.
Sull’isola mancavano petrolio, macchinari, abiti, attrezzature mediche e medicinali, lampadine, pezzi di ricambio. Tutto quello che si rompeva veniva aggiustato grazie ad assemblaggi di fortuna resi possibili dalla singolare capacità visionaria dei cubani. Parti di motori di auto mettevano in funzione lavatrici del Paleozoico, frullini smontati e collegati alle ruote di una bicicletta fungevano da microventilatori, cavi elettrici nomadi viaggiavano in continuazione, diretti per qualche ora là dove ce n’era più bisogno.
Non c’era cibo al di fuori di quello stringato garantito dalla libreta statale. Stringato ma garantito.
Altrettanto garantiti erano un efficiente sistema di assistenza sanitaria che comprendeva campagne di prevenzione, e l’istruzione pubblica. Nemmeno nel bohío più povero del più sperduto villaggio di montagna si poteva trovare un analfabeta.

Bambini ai banchi di scuola
Una scuola rurale ai lati della Farola, nella regione di Guantánamo. ©Laura Magni

Tuttavia le restrizioni, insieme all’insofferenza per l’impossibilità di viaggiare e di trasferirsi all’estero si erano impastate con lo stallo di un’economia completamente dipendente: prima dagli aiuti dell’URSS, poi dalla solidarietà di Paesi amici, in particolare del Venezuela. E intanto andavano crescendo due, tre generazioni lontane dagli ideali della rivoluzione e puntate sul raggiungimento di un livello di benessere più vicino a quello dei Paesi occidentali. Con conseguenti ondate di esuli.

Gli anni terribili, gli esuli, il mercado paralelo
Nel 1968, di fronte al dilagare del mercato nero, tutta la rete di produzione e distribuzione era stata nazionalizzata e tutti i settori erano stati inseriti in una programmazione centralizzata, ma la scarsa flessibilità del sistema aveva reso ancora più difficile e farraginosa la distribuzione delle merci e per uscire rapidamente dal sottosviluppo il governo aveva deciso di puntare sull’aumento della produzione di zucchero. Ma Cuba, ancora una volta isolata dal resto dell’America Latina, si sarebbe ben presto trovata a fare i conti con l’aggravarsi della piaga ereditata dal lungo periodo coloniale: la dipendenza da una monocoltura.

Negli anni Sessanta e Settanta i dissidenti che fuggivano da Cuba finivano a Miami. La prima generazione di “maiemini”, contrastava ferocemente Fidel Castro con ogni mezzo: dalla propaganda agli attentati appoggiati dalla CIA e dai ricchi cubani che annusando aria di rivoluzione se n’erano andati prima della caduta di Batista.
Durante la presidenza di Carter, Fidel aveva giocato la carta di una ripresa delle relazioni con gli Stati Uniti. Si era aperto tra i due Paesi un anomalo canale diplomatico e in quel clima di maggior apertura si era reso possibile anche l’incontro degli esuli cubani con le loro famiglie d’origine: un tempo detti gusanos (vermi), ora gli ex fuggiaschi venivano chiamati mariposas (farfalle).
Le mariposas, cariche di beni di consumo in regalo per i loro parenti, arrivavano in una Cuba sofferente, accerchiata dal blocco, priva dello sbocco di una possibile emigrazione e stremata da una continua tensione politica. Parte della popolazione mordeva il freno.

Gli anni Ottanta erano stati per l’economia dell’America Latina uno dei periodi più neri del secolo, «il decennio perduto». Negli stessi anni, pesanti intolleranze interne avevano provocato la fuga in massa di intellettuali, gay, artisti che, anche quando continuavano a condividere gli ideali della rivoluzione, non sopportavano la censura e l’ingerenza statale. Era lontana la nascita di Idea Loca (Pazza Idea) che avrebbe insegnato ad aggirare la censura letteraria attraverso un uso abbondante di metafore.

Un ballo all'imbrunire
I passanti improvvisano un ballo al suono di una radio portatile, sul Prado. ©Laura Magni

Ancora diversa la motivazione alla base dell’esodo negli anni Novanta: i balseros caricavano sulle loro zattere, più che dissenso ideologico, il bisogno di superare le gravi difficoltà economiche. Sbarcavano in Florida per attingere alle risorse del boom che nel decennio precedente aveva caratterizzato l’economia statunitense. Desideravano guadagnare per spedire ai loro familiari a Cuba quanto più denaro possibile.
Nel ’93-’94 la situazione era di fatto precipitata. Se ai tempi dell’URSS Cuba importava 13 milioni di tonnellate di petrolio l’anno, nel ’93 ne erano arrivati faticosamente sull’isola poco più di 3 milioni. Fermi i trasporti, per molte ore al giorno mancava la corrente elettrica. Interi quartieri dell’Avana restavano senza luce e con frigoriferi spenti. Erano gli anni in cui le vetrine delle farmacie esponevano un’unica confezione di aspirina e i mercati e i magazzini sembravano essere stati razziati da un esercito di barbari. Vivere era diventata una fatica improba.
Il mercado paralelo era una ferita aperta, sanguinante: una parte di popolazione a contatto con qualsiasi servizio turistico incassava mance che corrispondevano al salario di un chirurgo moltiplicato molte volte. Di conseguenza medici, avvocati, economisti, ingegneri e professionisti in genere, in numero via via crescente, preferivano lavorare come autisti, fattorini, facchini, camerieri. O procurarsi un secondo lavoro clandestino.

Gli USA naturalmente ci marciavano. Nel ’96 la Ley de Ajuste Cubano, denunciata da Fidel Castro come una grave forma di boicottaggio che si sommava a quella dell’embargo, nel giro di 72 ore forniva a qualsiasi esule cubano fosse riuscito a mettere piede sul suolo degli Stati Uniti un’assicurazione sanitaria gratuita, una tessera alimentare per un valore di 200 dollari (che spesso veniva rivenduta in cambio di cash), sei mesi di alloggio e la garanzia di un lavoro. Un livello di privilegi sconsiderato e beffardo, lontano anni luce dai visti concessi a qualsiasi altro straniero, emigrante in cerca di lavoro, esule richiedente asilo politico, turista, giornalista o altro che fosse.

Alejandro: «Tra gli anni Novanta e i primi anni duemila il pH politico da sanamente acido era diventato basico. Gli uomini perdevano il lavoro e si ingegnavano come potevano. Producevano giocattoli con il metallo delle lattine vuote, intagliavano souvenir nel legno di vecchi stipiti… Spesso erano le donne a mantenere la famiglia o ad arrotondare il salario. Si improvvisavano manicure, parrucchiere, spremevano arance, vendevano succhi per strada».

Frotte di turisti assatanati che sbarcavano all’Avana e a Santiago da aerei zeppi di soli uomini gonfiavano il fenomeno delle jineteras: il turismo – da politico oppure generico com’era stato – rischiava di diventare altro, infilandosi pesantemente nell’assetto privato e sociale della vita cubana. Fidel Castro era intervenuto con decisione per combattere il turismo sessuale, che nel giro di qualche anno si sarebbe di fatto ridimensionato.

Una santera, nell’abito bianco del primo anno di iniziazione, canta e danza nel corso di un toque de santo in onore dell’orisha Oggun, presso un foco cultural di Santiago. ©Laura Magni
Una santera, nell’abito bianco del primo anno di iniziazione, canta e danza nel corso di un toque de santo in onore dell’orisha Oggun, presso un foco cultural di Santiago. ©Laura Magni

L’isola aveva tenuto duro e aveva cercato energie per cominciare a risalire. Già verso la metà degli anni Novanta si erano riaperti i mercati liberi contadini, che soprattutto nelle città si erano moltiplicati in fretta. Le stesse forze armate producevano e vendevano le loro riserve, carburante compreso. Ricominciavano a girare pullman e quei grossi autobus con la gobba detti camellos. In sordina i cubani cominciavano ad affittare ai turisti una o due stanze ritagliate nelle loro case e improvvisavano in sala da pranzo o in un patio piccoli ristoranti privati che, nati clandestini, avrebbero in seguito conquistato la legalità in cambio di una tassa e di qualche restrizione, non sempre rispettata.

L’accelerazione, la doccia fredda, la speranza
Questo cambiamento ha subito un’accelerazione dopo il passaggio del potere nelle mani di Raul Castro. Questa Cuba che si apre, meno isolata, Obama sbarcato all’Avana, cittadine a oriente e occidente più pulite e più in sesto della capitale. Hostales che nascono come funghi,
paladares in file ininterrotte lungo i due lati di intere strade – come a Trinidad, a Viñales -, alcuni dei quali di splendida architettura coloniale, con arredi anni Trenta, Quaranta, Cinquanta e in grado di offrire anche menu sofisticati e piatti cucinati con grande cura.

Sonia: «Positivo, claro, creano nuova ricchezza, però anche nuove contraddizioni. I proprietari di paladares riescono a procurarsi merce che non si trova sul mercato libero, perfino aragoste, e fanno continuamente salire il prezzo di quegli alimenti che tutti possiamo comperare. Così, piuttosto che coltivare campi o allevare bestiame, gran parte dei nostri contadini ormai preferisce emigrare in città. Quelli che possono, avviano un piccolo commercio qualsiasi e il mercato interno si è decisamente impoverito».

Aremys: «Da mesi non compaiono sulle nostre tavole pomodori, patate e cipolle. Quelli che ci sono li requisiscono i privati che cucinano per i turisti e per i cubani che si possono permettere di andarci, a cena fuori, cioè soprattutto i cubani che lavorano nel turismo o che hanno un parente con uno zampino lì».

Notte a l'Avana
L’Avana. Street art sul muro di un cantiere lungo il paseo del Prado. ©Laura Magni

Intanto l’embargo continua a produrre quello che per Cuba si era già rivelata un’arma a doppio taglio: un «genocidio silencioso» come si leggeva sui muri, e insieme un paravento dietro cui era facile nascondere i fallimenti e i guasti di un piano economico generale entrato in crisi, una volta scomparsi gli appoggi dei Paesi alleati. E a novembre, quasi contemporanee, la morte di Fidel Castro e la doccia fredda dell’elezione di Trump.

Alejandro: «Per il futuro siamo in allerta. Siamo in un caos di speranza e paura: siamo surfisti in attesa di onde alte senza sapere se le cavalcheremo o se ci rovesceranno. La mia è la generazione degli anni Settanta, abbiamo dentro i valori in cui siamo cresciuti, siamo ancora giovani ma non lo saremo per sempre. E le generazioni dopo la nostra non tengono conto della rivoluzione, sono disimpegnate, ascoltano reguetón, si collegano continuamente a internet. Sono ragazzi irrequieti, abituati dalla nascita al tutto garantito e si lamentano perché hanno come modello la vita negli Stati Uniti così come la vedono nei telefilm. Invece bisogna tener duro. Certo le disparità create dal doppio mercato hanno provocato una corruzione capillare che ha rosicchiato e indebolito le colonne su cui si regge la nostra società, anche se finora non le ha distrutte. In certi settori sottrarre per sé beni che il lavoro mette a disposizione, è diventato normale quando non eroico».

Manuel: «Io di critiche da fare ne ho mille, ho anche cercato tre volte di andarmene da Cuba, e per tre volte non ce l’ho fatta. Però se ascolto i racconti di quelli che se n’erano andati e poi sono tornati qui, credo che sarei tornato anch’io. Forse. Non sono sicuro. E adesso invece sono contento di vivere questo momento. Como puedo explicarte, ho visto gran parte del film, non voglio perdermi la fine…».

All'ombra lungo la strada assolata
Riposo in attesa di clienti per un guidatore di bicitaxi in sosta vicino al Parque Central. ©Laura Magni

L’urbanizzazione, internet e Cuba terra di mezzo
Oggi Cuba non produce quasi nulla. L’industria è debolissima: restano attive l’estrazione di alcuni minerali – soprattutto nichel -, la biotecnologia e alcune industrie alimentari, tessili e di attrezzature sportive. Lo zucchero cubano, che veniva esportato, oggi non è più sufficiente neppure per il consumo interno e viene in parte importato dalla Cina. L’esportazione di sigari e tabacco ha subìto il contraccolpo di una cultura europea e statunitense che incoraggia a non fumare.
Resta l’esportazione di rum, economicamente poco significativa, restano gli invii di personale qualificato – medici specialisti, allenatori sportivi, maestranze per l’edilizia – in altri Paesi latinoamericani e africani (oltre al Venezuela: Ecuador, Bolivia, Angola) in cambio di petrolio, alimenti e, nel caso della Cina, anche di auto e tecnologia.
E resta il turismo. In parte legato a queste microniziative familiari che gonfiano enormemente il terziario a scapito di altri settori di base; in parte un investimento statale credibile e redditizio; in parte un azzardo: megahotel di lusso che moltiplicano la loro capacità di accoglimento, aumentano i prezzi a dismisura (anche 700-900 dollari per notte) e costruiscono sul mare infrastrutture e moli predisposti a ricevere centinaia di yacht in arrivo soprattutto dagli USA. Impazienti che questo succeda. Delusi che finora non sia successo. E chissà quanto tenendo conto che se succederà cambierà radicalmente il target turistico e tutto quello che il turismo trascina con sé insieme a flussi di ricchezza.

Farah: «Dios mío, non so cosa succederà quando insieme alle navi da crociera sbarcherà a Cuba il traffico di droga. Non siamo preparati. Non vogliamo tornare a come eravamo quando c’erano Batista e Meyer Lansky!»

Intanto internet si è diffusa in tutta l’isola. Intorno agli hotel, sulle gradinate, sulle panchine o per terra grappoli di ragazzi se ne stanno appollaiati l’uno contro l’altro per catturare la connessione. Parallelamente alla rete statale, Etecsa, che spesso rende possibile il collegamento da piazze e parchi pubblici, si è sviluppata una rete nazionale in nero tollerata dallo Stato, che non trasmette pornografia né violenza e offre in vendita paquetes a poco prezzo che contengono film stranieri, telenovelas – da quelle turche a quelle brasiliane – libri, riviste, eventi scientifici, culturali, sportivi, attualità. Seguitissime le trasmissioni musicali e Discovery Channel. Ogni tre o quattro giorni nei capoluoghi delle varie province sono in vendita per 5, 10, 12 pesos cubani chiavette USB e hard disk che contengono registrazioni personalizzate preparate su ordinazione e che vengono spesso consegnate a domicilio. Questo mercato virtuale, efficiente e diffuso anche nelle campagne, funziona attraverso annunci trasmessi da nanostazioni che amplificano il segnale per un raggio di 15 chilometri.

 La borsa di una ragazza, con due paquetes e una chiavetta internet registrati su ordinazione. ©Laura Magni
La borsa di una ragazza, con due paquetes e una chiavetta internet registrati su ordinazione. ©Laura Magni

Raúl: «Questa rete era nata per giocare tra ragazzini, una specie di Playstation, adesso funziona come un Bluetooth tra una città e l’altra, è una rete di compravendita online di tutto, case comprese».

Cuba terra di mezzo. «Non quella gloriosa della rivoluzione, non quella mortificante e mortificata dove si va a comprare donne, e neppure la Cuba già triste e ancora orgogliosa dove si viveva male, ma meglio che nel resto dell’America Latina» (Fuccillo su «La Repubblica»).
Adesso in attesa – o timore – di un generale «arrivano i nostri», ovvero aerei, yacht, turisti con le tasche imbottite di dollari.

L’uragano e il terzo dei modelli cosiddetti impossibili
Intanto, a fronte di un’Avana sovrappopolata e scricchiolante sotto il peso di masse di afrocubani che arrivano qui soprattutto dalle regioni orientali, le più povere e torride, l’isola continua a produrre anticorpi e a dimostrare di saper reagire compatta e con grinta nei momenti di emergenza. Un esempio recente: l’arrivo dell’uragano Matthew, questo ottobre.
Nei due giorni e una notte passati incollati alla tivù per seguire passo passo la minaccia e la preparazione in vista dell’arrivo del disastro, mentre si trasmettevano immagini di una Baracoa, già frustata da un vento forte e dalla pioggia, continui bollettini estremamente circostanziati aggiornavano, rassicuravano, fornivano dati in tempo reale. Spiegavano quello che stava succedendo senza chiacchiere e senza lamentele. Finalmente in assenza di talk show. Come fossero lezioni universitarie comprensibili a tutti.
Controlli capillari casa per casa in tutte le zone considerate a rischio, in particolare nella regione di Guantánamo. Gli abitanti evacuati senza drammi e sistemati nei rifugi; intere mandrie, migliaia di gabbie di polli e di alveari trasferiti al sicuro insieme ai maiali e alle scorte di cibo. Già due giorni prima dell’uragano da tutta l’isola erano arrivati nei luoghi minacciati ingegneri, tecnici e operai con nuovi pali della luce, decine di chilometri di filo elettrico, colonne di auto attrezzate per la manutenzione elettrica e idraulica, autobotti di acqua potabile, chirurghi, pediatri, medicinali d’emergenza. Le squadre di soccorso erano già sul posto per ripristinare una situazione il più normale possibile appena fosse passato l’uragano.
Era emozionante vedere come tutti reagissero ordinatamente, positivamente, con grande disciplina.
Non solo Haiti – con il suo tragico destino di terra devastata e devastabile, e le immancabili epidemie di colera che seguono ogni disastro – ma anche la Florida, la Louisiana, le Bahamas – parti del Primo Mondo – non avevano reagito  in casi simili con un’efficienza paragonabile a quella cubana. L’ONU ha infatti dichiarato di avere assunto lo schema cubano come modello esportabile di prevenzione e reazione a calamità naturali.

In bicicletta lungo la calle del Cine, a Camagüey. Numerosi qui i mural, i poster e le locandine di vecchi film famosi. ©Laura Magni
In bicicletta lungo la calle del Cine, a Camagüey. Numerosi qui i mural, i poster e le locandine di vecchi film famosi. ©Laura Magni

Cuba ha già prodotto nel corso della sua storia due modelli cosiddetti impossibili. Il primo: una piccola isola delle Antille dove la rivoluzione vince, resiste e tiene testa al gigante USA. Il secondo: la sopravvivenza a un embargo durissimo che ha superato il mezzo secolo di età.
La sfida adesso è produrne un terzo. Raggiungere un livello superiore di benessere e di libertà senza perdere quello che la rivoluzione ha procurato alla sua gente: alfabetizzazione, scolarizzazione, casa, assistenza sanitaria e cibo di base per tutti. Oltre a una cultura radicata in valori quali la dignità, la solidarietà, un’orgogliosa capacità di autoriconoscimento.

Vando Martinelli, uomo di grande cultura, testa libera e critica, italiano che da 44 anni vive sull’isola, amico personale di Fidel Castro, in un’intervista sulla  «Gazzetta di Modena» dice: «Il riavvicinamento con gli USA è frutto di un lungo lavorìo diplomatico, perciò credo che la logica del muro contro muro sia superata, non c’è più la volontà di considerare chiunque commerci con Cuba un nemico degli Stati Uniti. Anche tra i Repubblicani oggi ci sono molti che vogliono normali relazioni con Cuba».
Fine della Guerra fredda nei Caraibi, quindi? Nonostante la crisi e la gente che morde il freno? Nonostante Trump?

Rocío: «Ho 27 anni, ho finito l’università, sto lavorando e molti miei amici se ne sono andati: in Florida, in Messico, in Spagna. Io, sono sicura, voglio restare a Cuba. Non è sempre facile, ma so quello che abbiamo e soprattutto so quello che non abbiamo. Non c’è terrorismo, qui, non c’è razzismo. La violenza, la criminalità, la droga, lo stupro esistono solo come episodi isolati, marginali, non sono problemi sociali. Gli uomini sono machos però non c’è femminicidio, e se una donna vuole separarsi, lo fa: simplemente se va, no hay problema. Giriamo tranquilli per le nostre strade. E tranquille – aggiunge ridendo -. Possiamo farcela, io ci credo.»


 

Una mujer simplemente se va

©Laura Magni
©Laura Magni

Riguardo al fenomeno «violenza sulle donne» le statistiche a Cuba risultano frammentarie e non sistematiche. È difficile dunque fotografare gli esiti privati di un istintivo machismo di fondo e di una cultura patriarcale in un Paese che pure ha fatto passi da gigante, quali l’effettiva parità nell’istruzione e nei salari, la garanzia di un accesso gratuito y seguro all’aborto e l’introduzione massiccia delle donne anche in posti chiave.
Nel corso di un’inchiesta effettuata nel 2014 in un migliaio di punti diversi dell’isola, agli intervistati – donne e uomini tra i 15 e i 49 anni – viene chiesto: «Ritieni giustificate le percosse in qualche caso? Se sì, in caso di: infedeltà, cura insufficiente dei figli o del coniuge, discussione violenta, rientro a tarda ora senza preavviso, rifiuto di un rapporto sessuale?».
Il 4% delle donne e il 7% degli uomini rispondono «Sì, in qualche caso». E specificano: in caso di rifiuto di fare sesso (donne l’1%; uomini il 4%); scarsa cura del coniuge (donne il 2%); cura insufficiente dei figli (donne l’1%; uomini il 2%); infedeltà (donne il 2%; uomini il 6%). La fascia di età in cui la giusticazione per il maltrattamento è considerata con maggiore indulgenza va dai 30 ai 34 anni per le donne, dai 35 ai 39 per gli uomini.
Alla successiva domanda «Conosci donne che hanno subìto maltrattamenti da parte del coniuge?» il 27% delle donne e il 36% degli uomini rispondono di sì.
Anche a Cuba c’è ancora molta strada da fare. In prima linea si battono oggi per le donne organizzazioni che chiedono il riconoscimento dei maltrattamenti domestici come un’aggravata «violenza di genere», promuovono studi e ricerche in tema di violenza fisica, sessuale, psicologica, economica; coordinano programmi educativi nelle scuole, concerti, laboratori e omaggi alle figure storiche del femminismo cubano.
Se è vero che la strada da percorrere è ancora lunga, è vero anche che il femminicidio (come del resto l’omicidio in genere) registra a Cuba valori molto bassi. Siamo anni luce lontani dai moltissimi Paesi – tra cui il nostro – in cui le notizie di donne uccise in modo barbaro dal partner o dall’ex partner sono talmente frequenti da rientrare in una perversa idea di cronaca normale.
In genere una donna cubana che vuole andarsene, simplemente se va.
Ma come. Eppure gli uomini cubani sono machos. Le donne, soprattutto nelle città, lavorano, spesso sono indipendenti, hanno raggiunto un’effettiva parità nel salario.
E allora perché da noi la ferita narcisistica dell’abbandono inferta a un uomo che si sente minacciato da una (più ipotizzata che reale) parità dei sessi produce con questa inaccettabile frequenza la morte di una donna?
Perché questo divario?
Non è questa la sede per fornire risposte a un interrogativo così doloroso e inquietante.
Ma per cominciare a rifletterci, sì.