Non è Africa e non è Asia. È un continente a sé che nell’ultimo centinaio di milioni di anni è rimasto completamente isolato. Un continente-arca con moltissime specie vegetali e animali endemiche, una straordinaria biodiversità e diciotto etnie che parlano un’unica lingua.

testo e foto di Massimo Di Felice

 

Si parte sempre da Antananarivo, quasi a 1.300 metri sull’altopiano centrale. In Madagascar «Tanà» è l’alfa e l’omega, si parte, ci si arriva, non c’è scelta. La capitale è piuttosto caotica, nelle strade strette si accalcano i quasi 2 milioni di abitanti che vivono qui, sui 21 di tutto il Paese. Per salire al punto più alto, verso l’antico palazzo del re, la coda è lunga, tra nugoli di ragazzini che vendono una versione locale di street food.
I Merina, la principale etnia, popolano l’altopiano. Di origine asiatica, sono contadini, artigiani, commercianti orgogliosi della propria intraprendenza e delle proprie radici. Guardano con superiorità le genti della costa, come i Sakalava o i Bara di origine bantù, considerati «allegri ma pigri e per questo poveri», dice il nostro autista-guida, che ci accompagnerà per tutto il mese nel sud-ovest dell’isola con la sua Land Cruiser in versione africana, indistruttibile (sei cilindri, ponte rigido, snorkel, doppio serbatoio).
Lui si chiama Andrianantenaina; fortunatamente per noi Andriana, che suona come «Ngina».

Case rossastre dall'alto
Un tipico villaggetto dell’altopiano: piccole case in terra battuta o mattoni, raggruppate in un fondovalle. ©Massimo Di Felice

Sull’altopiano attraversiamo un paesaggio più asiatico che africano: risaie, terrazzamenti luccicanti d’acqua, argini che seguono le linee di livello. In una versione semplificata dell’idea di Arcadia, fotografiamo contadini che guidano aratri trainati da zebù e casette di terra con il tetto spiovente di paglia che sembrano uscite da una fiaba dei Grimm.
In un ristorantino stretto tra la strada e un declivio mangiamo – e mangeremo fino alla fine del viaggio – riso, questa volta insaporito da carne di maiale.
«Riso, riso e ancora riso» Ngina lo dice contentissimo di trovarselo davanti tre volte al giorno, noi per fortuna solo due, onnipresente con verdure, legumi e a volte un po’ di zebù o di pesce. Verremo a sapere che tre quarti delle famiglie malgasce ne coltiva una variante rossa in piccoli appezzamenti nelle pianure e sui versanti delle colline.
Recentemente la crisi economica si è fatta sentire, e per arrotondare le entrate si è affermato un modo tutto particolare di sfruttare le risaie, secondo un criterio a rotazione. I contadini coltivano il riso fino al momento del raccolto; poi allevano le anatre e i pesci cresciuti nelle zone allagate; e infine scavano il fondo delle risaie per estrarre un’argilla che impastano con la sabbia. Fabbricano a mano migliaia di mattoni, li lasciano seccare al sole e li cuociono nei forni a legna. Vaste aree di terreno rivestite di mattoni stesi ad asciugare in campiture squadrate o sinuose costituiscono un’involontaria opera di land art.

Veduta dei mattoni dall'alto
L’effetto di puzzle geometrico creato da lunghe file di mattoni stesi ad asciugare sull’altopiano. ©Massimo Di Felice

Per chi è abituato ai paesaggi africani è strano trovare nei villaggi agricoli e nelle periferie case in muratura con colonne, porticati, balconi, tetti di tegole invece che di lamiera ondulata.
Qui d’inverno fa freddo, e nelle case le stufe a carbone vanno a mille. A ogni curva ci sono infatti pile di sacchi di carbone in vendita e incrociamo continuamente biciclette con due o tre di questi sacchi in equilibrio precario.
I legni pregiati – il palissandro, l’ebano, il bois de rose – ormai sono diventati rari, oggetto di un contrabbando fiorente. Vengono esportati clandestinamente in tutto il mondo, specialmente in Cina.
Nelle cittadine il traffico è intenso, multiforme. Moltissime le biciclette, poi auto private, 4×4 e pochi taxi. Bus o collettivi per gli spostamenti più lunghi e pousse-pousse per quelli più brevi: due ruote, una capottina e due gambe; di corsa, come i risciò cinesi, o sui pedali. E la domenica una folla di giacche e cravatte per gli uomini; abiti con pizzi, volant, raso e organze per le donne, ma soprattutto ampi cappelli colorati, vaporosi, ornati di fiori e di nastri.

I lemuri

Numerosissimi sull’isola e di varie specie: gli indri bianchi e neri, dai grandi occhi sgranati, emettono sonori richiami notturni che ricordano il canto delle megattere; i catta, socievoli e dotati di un codice olfattivo complesso; i sifaka, agilissimi ballerini. Mancano completamente invece i grandi selvatici africani, erbivori e carnivori, abbondano solo i coccodrilli. I serpenti sono molti, ma nessuno è velenoso. In mare si trova ancora il celacanto, un grosso pesce fossile vivente.

Un Lemure

L’incredibile foresta minerale dei Tsingy
Arrivati a Morondava, sulla costa, risaliamo a nord per otto ore di pista, con due guadi su zattere. Ne vale la pena. Quella degli Tsingy è una foresta minerale di lame taglienti, lance calcaree affilate, una distesa di vertiginose «Sagrada Familia» su scala planetaria.
Se non ci fosse un percorso segnato e facilitato con corde fisse e gradini artificiali, sarebbe impossibile procedere oltre. E anche così ci vuole determinazione e resistenza alle vertigini, oltre a un’imbragatura da rocciatori. Alla fine si arriva fino a una piattaforma di legno da cui la vista spazia, prima di attraversare il famoso ponte sospeso. Non è così tremendo, ma meglio non guardare giù.
Quest’area – una fascia di circa 100 chilometri x 6 – è quasi inesplorata, tanto è difficile l’accesso (tra chi ha provato ad attraversarla molti non sono più usciti dal dedalo di grotte e strettoie). Anche per questo c’è una grande concentrazione di endemismi e di specie rare. E nonostante il verde si limiti a cespugli, rampicanti e alberelli, qui si trovano lemuri, uccelli, serpenti, rane, camaleonti, roditori. Per nulla spaventata, una magnifica mangusta dalla coda ad anelli rosso fulvo, seduta a meno di un metro da noi, ci guarda passare.

Lame taglienti verso il cielo
Il ponte sospeso su una gola nei Grandi Tsingy, un paesaggio unico e inquietante. ©Massimo Di Felice

I Vezo, nomadi del mare
Arrivare da Morondava a Belo sur Mer non è facile. Si viaggia sulla RN 8 (Route National 8), in realtà una pista sabbiosa stretta e piena di buche che attraversa spianate aride, guadi e acquitrini, percorsa da taxi-brousse, qualche 4×4 di turisti e carretti tirati da zebù che vanno da un villaggio all’altro. Per fortuna qui le auto hanno la precedenza sugli zebù (fatto per nulla scontato); tocca a loro trovare un varco nella vegetazione spinosa che graffia le due fiancate del nostro fuoristrada.
Procediamo molto lentamente, tra gli scossoni. Non ci insabbiamo e riusciamo a tenere una media di 20 km/h, della serie slow trip.
A ridosso del cordone di dune costiere ci sono ampie zone piatte, salate, calcinate dal sole. Deserti di sale. L’unica pianta che sopravvive in questo ambiente estremo è la salicornia dai bassi steli rossi, carnosi, segmentati. Cotti, sono buoni da mangiare: li chiamano asparagi di mare, già salati per conto loro.

Una piroga nel mare azzurro
Una piroga a vela spiegata; il marinaio, in piedi sul bilancere, fa da contrappeso. ©Massimo Di Felice

Dall’altra parte, a ovest, dietro le dune c’è il mare. Qui l’acqua è poco profonda: parallela alla riva corre una piattaforma corallina che si protende verso il largo per decine di chilometri. Durante la bassa marea si scopre, disegnando pozze e canali. La piattaforma crea una zona tranquilla, molto ricca di vita marina e che permette una navigazione sicura.
Siamo nella regione dei Vezo, i nomadi del mare. Da sempre pescatori e ottimi navigatori, si spostano bordeggiando in vista della riva, da dove le tombe degli antenati li proteggono. Considerano l’interno con diffidenza; qualche tempo fa per loro era fady, tabù.
I loro villaggi, di bambù e foglie di palma, li troviamo sulla spiaggia, riparati dalle dune e vicini ai rari pozzi di acqua dolce, tra palme, tamerici e tamarindi. L’atmosfera di Belo sur Mer è rilassata, appena possibile la gente coglie l’occasione per fare festa. Le donne hanno un ruolo importante di coesione e di organizzazione della comunità; sono loro a tenere i cordoni della borsa.
La spiaggia davanti al villaggio è affollata di piroghe, meglio attrezzate dei semplici tronchi scavati che percorrono i fiumi. Sono di legno di baobab, leggero e facile da lavorare; talmente tenero che si incide con l’unghia, quindi poco durevole. Sono dipinte a colori vivaci, con disegni geometrici e scritte benauguranti (la più gettonata è «Dieu protège»), naturalistiche («Étoile de mer») o spiritose («Bon de caisse», scontrino).

Bambini sulla piroga
Una piroga Vezo in acque basse.
 ©Massimo Di Felice

I Vezo pescano sulla barriera in acque tranquille, a bolentino o con l’arpione; c’è ancora chi usa il lattice velenoso di una pianta per stordire i pesci. Durante la bassa marea le donne raccolgono nelle pozze polpi, oloturie, granchi, ricci, crostacei, alghe. Si può anche pescare tra le mangrovie, dove sapendosi muovere nell’intrico di passaggi si possono avere sorprese: in acque profonde solo qualche metro, il giorno del nostro arrivo è stato preso all’amo un barracuda da 75 chili.
Al largo si pesca con le reti o alla traina: gamberi, razze, squali, cefali, carangidi, marlin, tonni, cernie, tartarughe. I delfini sono fady, non si uccidono. Il Canale di Mozambico però è sempre più battuto da grandi pescherecci industriali, in gran parte cinesi, e il pesce si è fatto più raro.
Andrj, 20 anni, raggiunge isolette dove si rifugiano gli uccelli marini. «Appena un uccello si alza in volo lo abbatto con la mia frusta. Oppure raccolgo le uova dai nidi a terra. Facile».
Da Belo sur Mer a Morombe, e quindi a Toliara, il paesaggio è sempre lo stesso e la pista non migliora.

Una foresta di spine e i misteriosi Mikea
Un’ampia fascia di costa sud-occidentale, dove piove pochissimo – siamo ai livelli del Sahel -, è il dominio della foresta spinosa, un ecosistema sorprendente che non si trova da nessun’altra parte né del Madagascar, né del mondo. Un intrico di arbusti e tamarindi su cui svettano rari i baobab. Per centinaia di chilometri non si vede che questo: una pista (anche se si chiama RN 9) di terra sabbiosa ocra o rosso vivo, vegetazione riarsa, qualche radura salina, zebù e pochi villaggi di capanne malconce.

Verghe spinose tra sabbia e cielo
Questi strani cespugli della foresta spinosa assomigliano a cactus, ma sono invece endemici. ©Massimo Di Felice

In questo ambiente, racconta Ngina davanti all’ennesima ciotola di riso, si nasconde la diciannovesima etnia del Madagascar (quelle ufficiali sono diciotto): i misteriosi Mikea. Elusivi, rifuggono ogni contatto e vivono isolati, lontano dalle piste, protetti dalle spine e dalla generale mancanza di interesse altrui per questo angolo di terra povero di risorse. Leggende metropolitane li danno per popolazioni ancestrali – i mitici Vazimba, i primi abitanti del Madagascar – o per una bizzarra etnia di pigmei. Altri li ritengono fantasmi. Sono nomadi al limite della sopravvivenza; si sparpagliano ogni giorno in tutte le direzioni alla ricerca di cibo, macinano chilometri e si tengono in contatto cantando ad alta voce.
Per molti mesi la loro unica fonte di acqua è il babo, un tubero spugnoso con la polpa bianca simile all’anguria; per raggiungerlo scavano con un bastone per oltre un metro nel terreno morbido. Molti giovani Mikea vanno però a lavorare sulla costa. Uno di loro, Theo, è diventato famoso arrangiando all’occidentale le canzoni tradizionali, ed è stato in Europa per una serie di concerti. In un improbabile negozietto del mercato di Toliara – una baracchina di legno sopraelevata, tappezzata di copertine di CD, con sei o sette ragazzi pigiati e un computer magicamente funzionante – uno di loro in mezz’ora ha riversato per noi i file mp3 di Theo su due CD cinesi che adesso fanno da colonna sonora alla stesura di questo articolo.

Pastore e capre su una pista sterrata
Un gregge di capre nella regione Vezo. ©Massimo Di Felice

Ils suivent les Dahalos
Li vediamo all’improvviso, dopo una curva. Una trentina di uomini giovani che corrono compatti cantando: marziali, armati di tre o quattro kalashnikov, vecchi fucili da caccia, lance e bastoni. La nostra punta di apprensione sparisce in fretta: non ci degnano di uno sguardo e correndo spariscono nella vegetazione. Ngina ci previene: «Ils suivent les Dahalos», inseguono i ladri di zebù. Del resto in Madagascar più zebù possiedi e più sei rispettato e potente, dunque non stupisce che l’abigeato sia così diffuso. Nella tradizione delle tribù di allevatori – primi tra tutti i Bara – ogni giovane guerriero doveva rubare uno zebù a spese di un villaggio vicino. Poi le tradizioni sono sparite e si sono formate bande di ragazzi violenti, sfociate in vere e proprie organizzazioni criminali. Ben armate, con molti mezzi, stanno ampliando il loro raggio d’azione. Negli ultimi anni la situazione si è acutizzata per l’arrivo dei commercianti cinesi, che pagano bene e in contanti. Intere mandrie di zebù vengono portate in punti di raccolta nella savana, caricate sui camion, macellate di nascosto e caricate sulle navi con destinazione Cina.
Per difendersi si sono stretti accordi e organizzate milizie popolari. I capi villaggio rilasciano lasciapassare a chi si deve muovere e appena si ha notizia di una razzia si allertano tutti i villaggi alleati, che mandano guerrieri insieme a sacchi di riso per sostenere le famiglie. L’inseguimento può durare giorni, con scontri a fuoco anche se le munizioni sono carissime: un proiettile di kalashnikov vale 15-20.000 ariary (5 euro), quando uno stipendio medio è di 150.000 ariary.

In difficoltà tra profonde buche
Un carro trainato da zebù si fa strada nella vegetazione spinosa che borda la pista. ©Massimo Di Felice

L’oro blu (e non si tratta di acqua)
Le famiglie colpite dalle razzie spesso cadono in povertà e migrano nelle savane tra Toliara e Fianarantsoa, spinte dal miraggio dell’oro blu, gli zaffiri. Un villaggio-simbolo di questa corsa disperata è Ilakaka, un agglomerato informe cresciuto freneticamente lungo la RN 7. Vicino alla strada le case sono in muratura, segno di ricchezza, più oltre baracche. Un delirio di gente di tutte le etnie, donne con cappelli larghi e sporte gonfie, uomini con l’aria truce e indaffarata, auto giapponesi, biciclette cinesi, moto, carriole, carretti tirati da zebù, SUV, bancarelle, chioschi, mercatini, negozi di compravendita di gemme (tutti stranieri), insegne che alludono alle pietre preziose: «Gem palace», «La terrasse gems», «Lova saphir», «Saphir hotel».
Ilakaka è nella fase del boom; quando hanno scoperto il più ricco giacimento alluvionale di zaffiri del mondo, è passata da zero a 60.000 abitanti in meno di vent’anni. E la qualità delle pietre è ottima, paragonabile a quella delle famose miniere dello Sri Lanka. I grandi compratori stranieri, soprattutto cinesi e srilankesi, arrivano in elicottero: il tempo di atterrare con valigette piene di contanti e ripartire subito con il bottino, sotto la vigilanza di guardie del corpo ben armate. I cercatori malgasci naturalmente fanno una vita grama. Scavano nel terreno sabbioso, scendono nelle buche o in pozzi profondi decine di metri, lavorano – come a Sakaraha – nei grandi crateri dalle pareti gradonate delle miniere a cielo aperto. Vivono nella savana arida in baraccopoli a perdita d’occhio, confuse col paesaggio.

Un paesaggio mozzafiato e capanne di paglia
La poverissima baraccopoli dei minatori di Ilakaka. ©Massimo Di Felice

Un intero villaggio a pesca
Area dell’Horombè, nel centro-sud, non lontano dal massiciccio dell’Isalo; stiamo risalendo verso la capitale. La mattina presto, prima di ripartire, facciamo una deviazione all’interno. L’intero villaggio è radunato sulle rive del lago, ridotto quasi una pozza dalla siccità. Tutti fissano le squadre di pescatori che, con l’acqua al polpaccio, lavorano coordinate convergendo verso il centro del lago. In fila spingono avanti una barriera fatta di fango, radici e piante acquatiche; il cerchio si stringe, riduce sempre più lo spazio disponibile per i pesci, che restano intrappolati al centro. Basteranno un paio di uomini con ceste di vimini per raccoglierli a decine e rovesciarli guizzanti nei secchi. È un giorno speciale per la comunità, un’occasione di lavoro collettivo e di guadagno che finisce con un banchetto sulla spiaggia. Rilassato, festoso, fino a tarda sera.