Piroga. Delta del Saloum, Parco nazionale e Patrimonio Unesco. Bashar, la nostra guida, con una ciabatta nera e una marrone, guarda assorto l’orizzonte. Racconta che in lingua wolof Senegal si dice Sunugal, «la nostra barca», e che il presidente Chérif Macky Sall appena eletto ha dichiarato: «siamo tutti sulla stessa barca».

di Federica Guarnieri

 

Ci stiamo avvicinando al suo villaggio e ce ne racconta la storia; è seduto alle mie spalle ed è infervorato, perciò gesticola privo del senso dello spazio vitale e mi sfiora spesso le spalle e le orecchie con gli avambracci.
Mi chiedo che vita conduca Bashar, con le sue ciabatte di colore diverso. Innanzitutto parla inglese oltre che francese e quando gli chiediamo quante mogli ha risponde che ne ha solo una perché averne di più è old style. Forse Bashar è un intellettuale.
Prima di arrivare al suo villaggio, Djffere, dobbiamo inoltrarci nell’Atlantico. L’incontro tra il fiume e l’oceano, burrascoso già di suo, è inasprito dalla pioggia e dal vento. La nostra piroga ha il fondo coperto, penso per nascondere l’acqua che imbarca. È davvero su queste tre assi di legno che i senegalesi affrontano 2.000 chilometri di oceano aperto per scappare alle Canarie?
Poi sfociamo nell’oceano, le onde si placano come per magia e vediamo il villaggio di Bashar farsi sempre più grande.
L’attività principale di Djffere è spaccare con i sassi i gusci degli yet, molluschi grandi come un cervello umano. Attività invero molto cruenta, perché gli yet sono ipertrofici, palpitanti e al contempo inerti, come se stessero covando segrete intenzioni. Corpi lattiginosi che ti aspetti si trasformino in alieni da un momento all’altro.
Questi cervelloni vengono consumati a fettine come un filetto di manzo e intanto i gusci aumentano fino a formare colline su cui si cammina facilmente perché il calcio si compatta e non si sgretola. Quindi il villaggio di Bashar è tutto ondulato di ruvidi bitorzoli perlacei intorno ai quali sciami di adulti e bambini armeggiano per rattoppare reti da pesca, pulire barche, tritare sardine con il macinino a manovella e infilarle in sacchetti trasparenti utilizzati già chissà quante volte.

: Il villaggio di Djffere, cresciuto su una lingua di terra fra l’oceano e il delta del Saloum. ©Federica Guarnieri
Il villaggio di Djffere, cresciuto su una lingua di terra fra l’oceano e il delta del Saloum. ©Federica Guarnieri

Le foto non sono gradite. I senegalesi non vogliono farsi fotografare e ti mandano a quel paese se accidentalmente orienti l’obiettivo verso di loro. Pare sia perché un tempo i francesi scattavano loro le foto e poi le vendevano come cartoline. Una scusa, forse, per giustificare qualcosa di molto più profondo. Un opporsi alla reificazione della persona e alla sua mercificazione su larga scala.
Peccato, però, lasciar sbiadire l’immagine dei loro abiti variopinti che si mescolano tra le piroghe, colorate anch’esse.
Un viaggio in Africa comincia prima di arrivare. Per esempio allo scalo di Tunisi. All’ufficio dei transfer siamo stati a lungo gli unici bianchi, una situazione che avremmo sperimentato spesso in seguito. Sul momento, però, ci siamo guardati intorno disorientati, dopodiché ho detto: «Almeno non ci perdiamo di vista». Venticinque visi neri si sono voltati verso di noi. Ovvio: venivano anche loro da Milano.
Aspettando il volo erano affiorate storie. Un signore trentino sui sessant’anni, con grandi occhi celesti liquidi, stava accompagnando il bimbo senegalese che aveva in affido a trovare i nonni. «Anche se preferirei essere sui monti a camminare», si era confidato. Con loro c’erano lo sgangherato papà senegalese (abbandonato, pare, dalla madre bianca) e un amichetto del bimbo, senegalese anche lui. Poco più in là una ragazzona dall’accento bergamasco, alta e con i capelli rossi, coccolava due teste di riccioli scuri ciondolanti sul suo petto. Con il marito senegalese stava andando a conoscere i suoceri.

Mercato del pesce
Il mercato del pesce di Dakar sulla spiaggia di Soumbedioune. ©Federica Guarnieri

Dakar ci accoglie di notte, una notte anonima, silenziosa e senza stelle: potremmo essere ovunque. Mi guardo intorno alla ricerca di un segno distintivo negli impiegati dell’aeroporto con le divise fuori misura, dentro i gabbiotti disadorni ricavati nell’angusta sala dell’accoglienza stranieri, nella burocrazia dei fogli da firmare, nel suono antico dei timbri sul tavolo di legno, nella ventola che gira pigra sul soffitto. Ma sento solo l’aria notturna, troppo calda e umida. Subito fuori dall’aeroporto trovo quello che avrei imparato a riconoscere: ovunque ci sia un cenno di vita, un carico di cipolle, un benzinaio, un incrocio, c’è qualcuno che cerca di fare affari. Ai semafori, per esempio, ci sono i «vu cumprà». Non se lo sono inventati una volta sbarcati da noi: già agli incroci di casa loro avevano l’abitudine di proporre merce improbabile alle auto in sosta. Qui offrono tergicristalli, perlopiù. E intorno si srotolano decine di bancarelle sudice e colorate. Chissà se riesci a comprarti un mango mentre aspetti il verde.
L’Africa è per noi europei quello che per i gatti d’appartamento è la strada. Una minaccia da affrontare seriamente equipaggiati. Si comincia due settimane prima con le vaccinazioni, poi c’è il pastiglione della malaria da ricordare e l’acqua che non devi bere. Niente cibi dai venditori ambulanti, per carità, e assolutamente non camminare scalzi sulla sabbia perché potresti pestare certi animaletti invisibili, che se ti entrano sottopelle scavano tunnel lunghissimi nei piedi.

E ti senti proprio un turista. Del resto sei un turista. In ogni caso non puoi fare finta di essere altro. Non è una vacanza di fuga, l’Africa

E poi ci sono loro, i senegalesi, che non sono affatto affabili. Del famoso teranga («il locale spirito di ospitalità e condivisione») non ho trovato traccia, almeno apparentemente. Anzi, guardano i bianchi con la perplessità con cui un cane lupo guarda uno yorkshire. Ti si rivolgono schiettamente e senza formalismi, talvolta con aria di sfida, talvolta con ironia, talvolta con composta cortesia, ma sempre dando l’impressione che ti chiedano da dove arrivi solo per capire se devono guardarsi da te. A volte, mossi dalla pietà, ti aiutano, ma poi scuotono la testa sconcertati. E ti senti proprio un turista. Del resto sei un turista. In ogni caso non puoi fare finta di essere altro. Non è una vacanza di fuga, l’Africa.

Però sono belli davvero qui, uomini e donne, e maniaci della forma fisica. Fanno jogging sul lungomare, ballano la capoeira al tramonto e si allenano sulla spiaggia sollevando bilancieri che al posto dei pesi hanno le ruote delle auto. Nessuno fuma, sono islamici.
Gli italiani non sono ben visti. Dell’Europa il telegiornale trasmette solo notizie che riguardano la popolazione di colore e, ahimè, spesso non sono positive. Perciò, quando scoprono che sei italiano, ammiccano tra loro: «Raciste…». Una specie di razzismo al contrario, diciamolo pure. E io che ingenuamente mi sono sempre chiesta perché il popolo di colore non sia ostile ai bianchi come dovrebbe. Forse lo sono, buon per loro. Certo non è un caso che la barca per Gorée fosse piena di turisti africani, e ancora una volta noi intrusi: Gorée è una sorta di Ellis Island dove si va per omaggiare i propri avi perché era il centro di smistamento per le colonie americane; vi arrivavano schiavi anche da Benin, Guinea, Costa d’Avorio, Namibia, Ghana, Nigeria, Togo. Lungi dall’essere tetra, oggi assomiglia a una località balneare, con la spiaggia e i ragazzini che fanno il bagno, i frutti polposi sugli alberi e i colori sgargianti delle abitazioni, i pasciuti pellicani in colonna per la strada e le file di panni svolazzanti ad asciugare. Una vitalità che si cristallizza oltrepassato il muro di cinta del museo, ricavato nell’edificio in cui i francesi rinchiudevano gli schiavi, divisi per sesso ed età, prima di deportarli. Sono esposti gli attrezzi usati per immobilizzarli, contorti come geroglifici che la mente non vuole comprendere.
Solo in un luogo è consentito fotografare la gente senza divieti: un villaggio nel deserto che il capo tribù ha trasformato in una sorta di museo vivente. Si può perfino sbirciare nella capanna della sua seconda moglie, che ti guarda vacua e rassegnata. Alla fine paghi pedaggio al mercato del paese.
Invece i bambini si lasciano fotografare volentieri, e anzi si mettono in posa facendo un sacco di smorfie, poi ti tirano la maglia per vedere che cosa hai scattato. Ti leggono nella mente quando, titubante, infili la mano nello zaino per estrarne un regalino, e qualunque cosa sia, gessetti colorati, una maglietta, una marionetta, te la strappano di mano con vorace rapidità. Un gesto talmente veloce che lo realizzi solo quando incredulo ti guardi il palmo vuoto. Intanto quello che hai dato è già sparito e loro ancora lì, agognanti come cagnolini, in attesa di qualcos’altro.

Dakar è una capitale giovane ed è la classica metropoli africana a due facce: di qua il quartiere di rappresentanza, lindo e silenzioso, di là il resto della città, caotico e cadente

Dakar è una capitale giovane ed è la classica metropoli africana a due facce: di qua il quartiere di rappresentanza, lindo e silenzioso, di là il resto della città, caotico e cadente. Gli statunitensi hanno recentemente costruito un’ambasciata di dimensioni elefantiache, con tre o quattro ali fitte fitte di finestre e uffici. Che cosa ci faranno con tutti quegli uffici e quelle finestre ce lo siamo chiesti noi e se lo chiedono anche i senegalesi.
La bolgia della medina di Dakar assomiglia a quella delle nostre «vasche» del sabato pomeriggio, solo che gli edifici sono bassi, la strada è lercia, nessuno mangia il gelato e tutti sono di corsa, ti passano di fianco, data l’altezza ti superano da sotto le ascelle, non ti spingono ma guadagnano posizioni solo sfiorandoti. La fretta milanese, la mia fretta, non è nulla in confronto.
Poi ti si assembrano intorno e ti chiedono con insistenza di comprare le loro collane. Inutile ostentare imperturbabilità. Se indugi devi assoggettarti al rito della contrattazione. È comprensibile. Da noi il mercato normalizza i prezzi. Lì i prezzi vanno riportati nella media in ogni singolo sfibrante confronto tra le parti. In compenso ti aggiustano un vestito per strada sul momento, con una macchina da cucire a pedale.
Del resto le immagini che rimangono nella mente sono arcaiche: i campi coltivati con l’asino che traina l’aratro di legno, le mucche di Segantini che brucano una chiazza d’erba sbiadita, i carretti tirati dai cavalli (più bassi dei nostri), le scarpe cucite a mano – che da noi, al contrario, sono segno di un artigianato raffinatissimo e costosissimo – e l’intero ciclo di lavorazione del pesce che avviene direttamente sulla spiaggia. I Malavoglia, e ancora prima.

Un mercato sotto «il più grande baobab del Senegal» a Joal-Fadiouth. Un negozio di «antiquariato» a Saint-Louis. ©Federica Guarnieri
Un mercato sotto «il più grande baobab del Senegal» a Joal-Fadiouth. Un negozio di «antiquariato» a Saint-Louis.
©Federica Guarnieri

Di sicuro è difficile resistere ai due giganti: l’albero del formaggio, che si contorce come una cattedrale gotica per toccare il cielo, e il baobab, il cui nome è proprio di origine senegalese e significa «l’albero dei mille anni». Difatti se chiedi: «Quanti anni ha questo baobab?» rispondono sempre «Mille». I baobab crollano facilmente perché hanno l’interno cavo e bastano un vento un po’ più forte o una mareggiata per buttarli giù, ma poiché hanno radici lunghissime continuano a vivere, e così ci sono decine di baobab orizzontali e rigogliosi di foglie verdi.
La medina di Dakar è sommersa di oggetti perché quasi non ci sono magazzini e quindi la merce è tutta esposta: tra pareti 20 x 2,5 metri tappezzate di infradito, muri di risme di fogli A4, piramidi technicolor di cibo in scatola, arcobaleni di stoffe, voci registrate che ossessivamente ripetono in wolof «scarpe a 200 Cfa», cinema, baracchini di caffè Touba speziatissimo, bollente e dissetante (ma se lo chiedi al ristorante scuotono la testa perplessi). Sembra di stare in uno di quei disegni della Settimana Enigmistica nei quali bisogna trovare in un marasma il nastro che il corvo ha rubato da un pacco regalo. La medina è affollata anche da moltitudini di parrucchieri. Mai visti tanti parrucchieri. Sono vanitosi, l’ho detto.

Saint-Louis, in wolof Ndar, è l’antica capitale francese e ne conserva i fasti, con il quartiere militare, gli edifici coloniali e il nostro splendido Hôtel de la Poste. Però sembra sia stata bombardata l’altroieri. Sembra di trovarsi in un Day After. Qui le cose si usano finché non sono proprio da buttare e poi si va a cercare qualcosa che ancora si regga in piedi.
Anche il pesce non si butta nemmeno quando – è doloroso dirlo – è marcio. La zona di essiccamento del pesce toglie il fiato per l’odore intensissimo e nauseabondo. Si cammina tra nugoli di mosche e tra i banchi di cemento ricolmi di quella che per noi è spazzatura, guardinghi come un soldato americano in Vietnam, ma mentre provi tutto quello schifo il tuo cuore morde perché sai che quello è il loro cibo della stagione secca.
Malinconica, Saint-Louis. Ma in Africa la malinconia è un lusso.
Ogni accrocco umano, villaggio, mercato o hotel accoglie con chilometri di rifiuti sul ciglio della strada. Dalla lunghezza dell’assurdo cordone si può capire la densità umana che seguirà. Che cosa sarà tra vent’anni? Ogni volta viaggiare in questi Paesi assume il senso di un carpe diem. Le pecore e le capre pascolano sopra la spazzatura mangiandosi il biodegradabile. Il resto finirà forse nel Sahel che si sta mangiando l’Africa centrale. L’Africa è ancora la spazzatura del mondo.

Il villaggio più misero si chiama Diogane. Ha la corrente elettrica instabile ma le parabole satellitari. L’ospedale è sgangherato ma odora di disinfettante. L’iconografia è comunque rispettata: le donne si affacciano alla porta della capanna con i seni smunti scoperti e l’ultimo nato attaccato, mentre i fratelli si tengono per mano dal più alto al più basso.

Il Senegal si dichiara con orgoglio un’isola felice in questo marasma di religioni eteroescludenti, anche in virtù dell’animismo di fondo che fa da lievito madre alla fede religiosa, qualunque sia

Poi c’è Fadiouth, che è un villaggio a maggioranza cattolica in un Paese che è per il 96% musulmano. I senegalesi vanno orgogliosi del fatto che la convivenza tra le due fedi è pacifica: il primo, adorato presidente del Senegal, il poeta Léopold Sédar Senghor, era cattolico, e la moglie di Abdoulaye Wade, il secondo presidente del Senegal, era cristiana anch’ella. Il Senegal si dichiara con orgoglio un’isola felice in questo marasma di religioni eteroescludenti, anche in virtù dell’animismo di fondo che fa da lievito madre alla fede religiosa, qualunque sia. A Fadiouth, per esempio, sono cattolici ma adorano un albero che occupa metà della piazzetta centrale. Intorno si diramano stradine candide di gusci di vongole sbiancati dalla salsedine su cui si adagiano i petali vermigli dei flamboyant, su cui pascolano maiali a volontà: mai visti tanti maiali.

Fuori dalle città la terra è rossa e la vegetazione è verde nei toni estremi di chiaro e di scuro. Il Senegal è piatto perciò si vedono a perdita d’occhio strisce rosse e verdi che quando piove si sciolgono nelle pozzanghere, arancioni come l’acqua degli acquerelli quando si dipinge un tramonto. Fra tutti, il rosso è dominante: la terra ferrosa della savana, il Lago Rosa (e tanti altri laghetti) i cui batteri arrossano le acque, la linfa del legno della mangrovia che lascia zaffate di sangue sulla sabbia. Le sabbie del Senegal, ci hanno mostrato, sono di nove sfumature diverse. Quella di Casamance, quella del Saloum, quella di Fadiouth, quella del deserto…
Chissà se il mal d’Africa è la nostalgia dei colori.