Dopo il dolore, le devastazioni e i lutti seguiti al terremoto che il 24 agosto ha colpito una parte di Italia centrale, soprattutto i Comuni di Amatrice, Accumoli e Arquata del Tronto, alle polemiche è seguita la necessità di cominciare a riflettere. Di seguito il parere di un esperto.

testo e foto di Massimiliano Stucchi, ex direttore della Sezione Rischio Sismico del CNR e della Sezione di Milano dell’INGV.

 

Questo evento non ha certo sorpreso i sismologi, poichè la zona colpita ricade fra quelle a maggior pericolosità sismica della penisola. E non avrebbe dovuto sorprendere nemmeno gli amministratori locali e gli abitanti, in quanto quest’area è inserita in zona sismica di prima e seconda categoria. Il Comune di Amatrice è stato inserito in zona sismica di seconda categoria fin dal 1915. Quello di Accumoli dal 1927; entrambi sono stati inseriti in prima categoria dal 2003. Il Comune di Arquata del Tronto è inserito in seconda categoria dal 1983.

Il Comune di Amatrice è stato inserito in zona sismica di seconda categoria fin dal 1915. Quello di Accumoli dal 1927; entrambi sono stati inseriti in prima categoria dal 2003. Il Comune di Arquata del Tronto è inserito in seconda categoria dal 1983

Nei territori inseriti in zona sismica ci si deve attendere un terremoto, presto o tardi. Nonostante questo, un po’ di sorpresa c’è stata, in verità, ma non come quella manifestatasi in occasione del terremoto dell’Emilia del 2012 («Non ci aveva detto niente nessuno»). In quel caso erano stati colpiti Comuni inseriti in zona sismica solo nel 2003, e, in alcuni casi, gli obblighi normativi erano stati rinviati addirittura al 2009.
La zona colpita è conosciuta anche per altri elementi che pure hanno concorso alla determinazione della pericolosità sismica. In particolare, sono note alcune faglie attive che bordano il massiccio della Laga e la parte meridionale dei Monti Sibillini, nella catena degli Appennini. Inoltre un terremoto abbastanza simile a quello del 24 agosto ha colpito la stessa area nel 1639. La zona si trova compresa fra le aree danneggiate dal terremoto di Norcia del 1979 (a nord) da quello dell’Aquila del 2009 (a sud).
Il terremoto non è stato preceduto da una sequenza di scosse di minore energia, come nel caso del terremoto dell’Aquila. Non vi è stato quindi, questa volta, il consueto dibattito sulla prevedibilità a breve termine dell’evento. Va ricordato che, nel caso del terremoto del 2009, in conseguenza della riunione degli esperti nel capoluogo abruzzese una settimana prima dell’evento, questa problematica aveva portato all’incriminazione e condanna in primo grado degli esperti della Commissione Grandi Rischi, poi annullata in sede di Appello e di Cassazione. Viceversa le critiche hanno investito, in modo pesante, gli aspetti legati alla qualità delle costruzioni, in relazione sia alla progettazione sia alla realizzazione, alla manutenzione e ai controlli.


Va detto che i sopralluoghi effettuati subito dopo il terremoto, quando cioè erano ancora visibili gli effetti prodotti direttamente dall’evento – al netto degli interventi di soccorso e prima delle inevitabili demolizioni -, hanno mostrato una grande varietà di tipologie edilizie, con prevalenza di murature a sacco tenute insieme maldestramente, oppure caricate di pesi elevati (cordoli di cemento). Molti edifici presentavano rimaneggiamenti recenti, effettuati probabilmente in assenza di reale know-how ingegneristico o comunque di attenzione ai possibili scuotimenti orizzontali che, nel caso dei terremoti, determinano il danneggiamento.
Mentre si deve riconoscere che alcuni edifici sembrano aver sopportato le scosse senza gravi danni, l’attenzione maggiore è stata richiamata da quegli edifici che sarebbero stati ristrutturati di recente in chiave antisismica, e che hanno riportato danni strutturali. Questo è il caso, ad esempio, della scuola di Amatrice, fortunatamente vuota al momento del terremoto, e del campanile di Accumoli, che è caduto su una casa vicina provocando la morte di alcune persone.
Ci si chiede se ci siano stati errori di progettazione o di realizzazione, oppure se questo sia il risultato di frodi e di controlli insufficienti. La magistratura è all’opera, anche se determinare con precisione le cause del collasso di un edificio non è sempre facile.
Nell’insieme, questo terremoto ha provocato molti danni, anche se su un’area limitata. Il livello di danno riscontrato non si vedeva in Italia dal terremoto di Irpinia e Basilicata del 1980. Il numero di vittime, pari circa a quello riscontrato in occasione del terremoto del 2009, è molto elevato e dipende anche dal fatto che buona parte degli edifici crollati erano occupati da villeggianti, molti dei quali originari della zona.

Molte delle frazioni danneggiate erano già spopolate rispetto a qualche decina di anni fa. Occorre forse rassegnarsi a pensare che anche i paesi hanno una loro vita, non infinita, e che i terremoti possono accelerare processi già in atto

Subito dopo il terremoto si è aperto il dibattito sulla ricostruzione e, inevitabilmente, sulla necessità di mettere in sicurezza l’intero patrimonio edilizio nazionale.
Per quanto riguarda la ricostruzione sono necessarie stime, valutazioni e conti che richiedono un certo tempo. Molte delle frazioni danneggiate erano già spopolate rispetto a qualche decina di anni fa e contenevano un patrimonio abitativo ben superiore all’attuale utilizzo. Occorre forse rassegnarsi a pensare che anche i paesi hanno una loro vita, non infinita, e che i terremoti possono accelerare processi già in atto. Sicuramente l’eventuale «rammendo» che propone Renzo Piano, precisando saggiamente che potrebbe richiedere una o due generazioni (!), avrebbe un costo da valutare in rapporto ai benefici attesi.
Per quanto riguarda la messa in sicurezza dell’intero patrimonio edilizio nazionale, va ricordato che fin dal terremoto del 1980 sono state fatte stime dei possibili costi, tutte rimaste nei cassetti e puntualmente aggiornate dopo i terremoti successivi. Si tratta, come è ovvio, di cifre enormi e di un’operazione a lungo termine, che offre scarse contropartite politiche nel breve.
Infine si può porre una questione generale: chi deve pagare i costi della ricostruzione e della messa in sicurezza? In Italia i primi sono tradizionalmente a carico dello Stato, ossia di tutti i cittadini, sia pure con percentuali diverse per le prime case e per le altre. Lo stato italiano in sostanza funziona da assicurazione, mentre le assicurazioni private – non obbligatorie, a differenza di paesi più sviluppati e più sismici, come ad esempio Giappone e Stati Uniti – coprono solo l’1% degli edifici.
Per quanto riguarda i secondi, fin qui lo Stato ha speso qualcosa per le scuole e gli edifici pubblici. Per le abitazioni private da qualche anno è possibile dedurre dalle imposte il 65% delle spese per la messa in sicurezza sismica; questa cifra però viene rimborsata in dieci anni.
Le risorse necessarie per l’operazione che il Governo italiano ha chiamato «Casa Italia» sono enormi e, per ora, non definite.