L’antica e nobile tradizione laica dello Stato francese è nata in base a un ragionamento molto semplice: tu puoi essere cristiano, ebreo, musulmano, buddista o di qualunque altro credo, ma anzitutto sei un cittadino della Repubblica, né più né meno degli altri e ovviamente con parità di diritti.

di Alfredo Somoza

 

Questo principio di base è sembrato vacillare quest’estate di fronte a una questione banale assurta a dubbio amletico prima, a scontro ideologico poi: burkini o non burkini? Il principio dell’uguaglianza senza discriminazioni davanti allo Stato è nato a tutela della diversità, non a suo discapito. Con questa logica, anche se un po’ forzata nel caso specifico, è stato introdotto nel 2004 il divieto di indossare a scuola qualsiasi simbolo religioso. La scuola, luogo pubblico per eccellenza, intesa come fucina dell’appartenenza a una comunità collettiva «superiore» rispetto a quella particolare, e nella quale nessuna distinzione può essere fatta per via dell’appartenenza religiosa o etnica.
E poi, lo scossone burkini. Una legge che riguarda l’abbigliamento privato, per quanto in un ambito pubblico, come una spiaggia. Una maldestra regolamentazione ad religionem tentata da un drappello di sindaci francesi del centrodestra che hanno cercato di reagire alla rabbia, all’onda di lacerante malcontento seguito all’attentato di Nizza con un gesto che apparisse rassicurante, difensivo, oltre che di propaganda. Queste ordinanze hanno creato ulteriori discriminazioni, tacendo ad esempio sull’abbigliamento delle donne ortodosso-ebree o delle testimoni di Geova, e rivelando una base sessista: ai maschi infatti nessuno si sognerebbe di vietare al mare la kippah ebraica o il turbante sikh.

Tra le proteste che hanno visto giovani appartenenti  a diverse religioni e laici uniti contro il divieto  di indossare il burkini, Londra è stata in prima linea. Davanti all’ambasciata francese è stata inscenata una «festa in spiaggia» in costume da bagno  - occidentale o musulmano che fosse - sul marciapiede cosparso di sabbia. ©Ms Jane Campbell/shutterstock
Tra le proteste che hanno visto giovani appartenenti a diverse religioni e laici uniti contro il divieto di indossare il burkini, Londra è stata in prima linea. Davanti all’ambasciata francese è stata inscenata una «festa in spiaggia» in costume da bagno – occidentale o musulmano che fosse – sul marciapiede cosparso di sabbia. ©Ms Jane Campbell/shutterstock

E c’è da dire che questa volta non si è trattato di una prescrizione generale come quella verso i simboli religiosi (di tutte le religioni) nelle scuole, ma di un’ordinanza mirata su un solo tipo di costume balneare: quello delle donne musulmane. Il divieto, che ha prodotto alcune ridicole multe ed episodi incresciosi soprattutto a Cannes (donne spogliate del burkini a forza dalla polizia tra gli applausi dei presenti), è stato velocemente condannato dal Consiglio di Stato francese e ha destato preoccupazione addirittura in sede ONU, con l’Alto Commissario per i Diritti Umani che da Ginevra ha messo in guardia contro iniziative che non aumentano la sicurezza e creano discriminazione.
A creare incredulità e ulteriore scandalo nell’opinione pubblica internazionale è stata però l’insistenza con la quale, a titolo personale, ha sostenuto queste posizioni in chiave nettamente elettorale il Premier Manuel Valls, nato a Barcellona da padre catalano e madre ticinese, e da sempre molto rigoroso sulle questioni legate all’immigrazione e alla multiculturalità. Valls ha rincarato la dose sul burkini sottolineando che la rappresentazione allegorica della Francia è la Marianne, che a seno nudo guida il popolo alla vittoria nel magnifico quadro di Delacroix. Polemiche e critiche piovute da tutte le parti hanno fatto notare che nella Marianne è difficile si possano rispecchiare i milioni di cittadine francesi di religione musulmana, ebrea ortodossa, mormone.

Dalla sinistra italiana una voce fuori dal coro sul tema burkini è stata quella di Paolo Flores d’Arcais: «Il burkini e il burqa sono due simboli di rapina conclamata ed esibita contro le donne nei loro diritti civili individuali - tra cui una stessa identica libertà sessuale con l’uomo - ricamati in ogni costituzione democratica». Di parere opposto, una larga fascia di intellettuali e opinionisti che hanno interpretato la legge come un segno di debolezza e di islamofobia. ©Ms Jane Campbell/shutterstock
Dalla sinistra italiana una voce fuori dal coro sul tema burkini è stata quella di Paolo Flores d’Arcais: «Il burkini e il burqa sono due simboli di rapina conclamata ed esibita contro le donne nei loro diritti civili individuali – tra cui una stessa identica libertà sessuale con l’uomo – ricamati in ogni costituzione democratica». Di parere opposto, una larga fascia di intellettuali e opinionisti che hanno interpretato la legge come un segno di debolezza e di islamofobia. ©Ms Jane Campbell/shutterstock

La velatura del volto e del corpo è una tradizione che sembra venga dagli Assiri, e storicamente non è una prerogativa dei musulmani ma è diffusa in un buon numero di culture, dal Mediterraneo all’Asia meridionale. In non pochi casi è stata anche simbolo di nobiltà e aristocrazia. Ma oggi, in Europa, dietro questa velatura si possono leggere secoli e secoli di oppressione che condanna le donne a un ruolo subalterno, dipendente e le riduce a oggetto di esclusiva proprietà di un maschio specifico. Esseri considerati un patrimonio tangibile che, con un atteggiamento provocante, potrebbero incoraggiare altri maschi ad appropriarsene. Un mix di arretratezza e di disparità di genere che purtroppo è moneta corrente in buona parte del mondo, musulmano e non.
Il burkini, creato da una stilista australiana, è stato pensato nel 2006 per permettere alle musulmane osservanti di andare in spiaggia. Senza quel costume si resta a casa. Che sia una libera scelta o no è materia di dibattito da molto tempo, ma non si possono ignorare realtà come la moltiplicazione delle ragazze di terza generazione a Parigi che dicono di scegliere liberamente il velo perché si sentono più sicure e rispettate nelle banlieue dove vivono. Forse un ritorno alla tradizione che non ha risparmiato nessuna religione, come è facile verificare nel mondo ebraico, evangelico, induista; forse anche altre ragioni che andrebbero indagate più a fondo.
Questi provvedimenti sono stati un’evidente contraddizione della democrazia occidentale. Dopo decenni di lotte per affermare il diritto al nudismo al mare (e la Francia ne è capofila) e la libertà di abbigliamento delle donne in particolare, ecco il Primo Ministro francese e un drappello di sindaci che dettano legge sull’abbigliamento «consono» da tenere in spiaggia. I vigili costretti a comminare multe sono stati ridotti al ruolo di Guardiani della Rivoluzione: non di quella francese, ma di quella iraniana, che a Teheran controllano barbe, veli e costumi.
Fortunatamente alla fine la Francia repubblicana ha fatto valere i suoi valori e corretto il tiro: lo Stato di diritto deve sempre prevalere su qualsiasi ideologia, religiosa o laica che sia.


 

«E poi, lo scossone burkini»

Non che fossero del tutto nuovi anche da noi gli interventi di regolamentazione dell’abbigliamento – sempre femminile – in nome di un «comune senso del pudore» e di una morale interpretabile a seconda del momento e del contesto. Ma l’imperativo andava sempre nella stessa direzione: copritevi! Le spalle, i capelli, le gambe…

Agli uomini era chiesto semplicemente di non usare calzoni corti, infradito (e petto nudo, qualche volta c’era bisogno di specificarlo) negli hotel e nei ristoranti della costa, oltre che naturalmente in luoghi più ufficiali.
Già il bikini – e successivamente il topless – erano stati sdoganati in tempi e modi assai diversi all’interno di uno stesso Paese e avevano suscitato un’ampia scala di reazioni contrastanti: dallo sbandieramento libero e felice a una sfida di carattere ideologico, a un entusiasmo sottaciuto per naturale riserbo, a una sdegnata riprovazione. In qualche caso si era arrivati a vere e proprie battaglie di spiaggia, con la fiera cacciata a indice teso di turiste sprovvedute che avevano dovuto battere in ritirata tra le urla («vergogna!») di sedicenti difensori di occhi infantili innocenti.
Del resto molti ristoranti pieds dans l’eau italiani, francesi – ma non solo – vietano tuttora di sedere a tavola in costume da bagno, anche se il tavolo è a due metri dal mare. In questo caso la motivazione slitta dalla morale al decoro. Comprensibile, tenendo conto che un’autoregolamentazione automatica, semplicemente legata al buon senso e al buon gusto, non è cosa da tutti. La situazione diventa paradossale se si tratta di turisti occidentali nei Paesi del Sud del mondo, dove a suon di dollari (si fa per dire) ci si sente in diritto di entrare dove si vuole come si vuole: anche in shorts e camicia trasparente in un antico monastero copto.
Adesso invece una pugnalata alle spalle. Ma come, avevamo appena imparato a non esporre seni al sole e al vento dove non sono graditi, ad avvolgerci in un pareo prima di sederci per ordinare il fritto di pesce, a mimetizzarci etno-pop o etno-chic dentro tuniche che hanno i meravigliosi colori dei sari, dentro sottane africane lunghe fino alle caviglie… ed ecco che salta fuori il burkini. E il copritevi diventa di colpo spogliatevi. Se no multa.
Essere donne è difficile. Lo sappiamo. Ma non sappiamo mai abbastanza quanto.
L. M.