Una guerra così non si era mai vista. Gli storici faranno fatica a definirla. Qualcuno parla di «guerra mondiale siriana»; tanti altri si accontentano della «guerra allo Stato Islamico (Daesh)». Forse si avvicina di più la definizione di Papa Francesco, «la Terza guerra mondiale a pezzi», e il pezzo più grosso è quello del Medio Oriente. Il pontefice ha ricordato con forza che, in ogni caso, non c’è nessuna «guerra di religione», ma solo una guerra di interessi, demistificando anche il gettonatissimo (ora un po’ meno) «scontro di civiltà».

di Cesare Sangalli

 

Fra le tante anomalie del conflitto siriano, la più vistosa (ed emblematica) è quella che riguarda l’assenza di un vero fronte, tipico di ogni guerra. Manca cioè la brutale semplificazione amico/nemico. E manca una vera linea di demarcazione, di qua e di là. Come la riva bianca e la riva nera che abbiamo ripreso nel titolo, cioè un fiume su cui «passa la frontiera», secondo quanto diceva il ritornello della famosa canzone. Ovvero, due nemici contrapposti, fossero anche due alleanze, come furono i Paesi dell’Asse contro gli Alleati, o i Paesi del «blocco comunista» contro i Paesi del «blocco occidentale», gli Stati Uniti contro l’Unione Sovietica (con due Coree contrapposte, due Vietnam contrapposti).
Al limite, israeliani contro arabi. I nemici dovevano essere sempre due, fieramente antagonisti, divisi dall’ideologia, dalla religione, dall’etnia, dalla disputa sullo stesso territorio.
Niente di tutto ciò. Lo scenario mediorientale sembra davvero un gioco crudele, a metà fra il Risiko e il Monopoli, agito da troppi attori, con obiettivi contrastanti e non dichiarati. Una partita criminale, giocata a spese della popolazione civile, una partita in cui avversari e partners si mescolano in continuazione.
Guardate la mappa della Siria: un groviglio di colori e di sigle, fra zone controllate dall’ISIS, zone controllate dal governo di Assad, zone controllate dai ribelli anti-Assad, zone controllate dai kurdi, presenza di militari russi, di truppe libanesi (gli Hezbollah), di milizie iraniane o filoiraniane, di mercenari magrebini, volontari arabi, foreign fighters europei, forze speciali e consiglieri americani, inglesi, francesi e perfino italiani.

 Il fiume Eufrate vicino alla città di Deir el-Zor, nell’est della Siria. ©Presse750/dreamstime
Il fiume Eufrate vicino alla città di Deir el-Zor, nell’est della Siria. ©Presse750/dreamstime

Lo spunto del fiume ci è stato dato proprio dall’ultimo episodio della pazzesca trama di attacchi e contrattacchi. Parliamo dell’intervento militare della Turchia nel nord della Siria, con il diktat rivolto ai combattenti curdi: «ritiratevi a est dell’Eufrate».
Ecco, ora c’è un fiume a dividere e a dirimere, l’antico Eufrate che con il fiume gemello Tigri fu culla della prima civiltà umana, ormai degenerata in terra maledetta di guerre permanenti. In realtà, prendiamo il fiume Eufrate non tanto come linea di demarcazione in sé, ma come perfetta metafora, «password» per provare ad orientarsi nel caos siriano (e iracheno), e tornare infine al dualismo classico dell’informazione, cioè vero o falso, giusto o sbagliato.
Il fiume Eufrate nasce in Turchia e poi scende in Siria, tagliandola in due, prima di curvare verso l’Iraq, dove va a ricongiungersi col Tigri. La zona a est del fiume, a ridosso del confine turco, era da sempre zona a maggioranza curda. Quando è iniziato il conflitto interno fra il regime di Assad e i ribelli, i curdi si sono chiamati subito fuori, e si sono costruiti un nuovo Stato, il Rojava, che significa semplicemente «Occidente». Un nome strettamente geografico, che però assume paradossalmente un connotato simbolico. Perché se esiste un «Occidente» come idea del vivere insieme, se esiste un «Occidente» come patrimonio di valori che vorrebbero essere universali, se esiste un «Occidente» sinonimo di libertà e democrazia, questo «Occidente» sta tutto nel Rojava, e solo nel Rojava. Per capirlo, basta leggerne la Carta costituzionale, a partire dalla sua prefazione. «Noi, i popoli (…) curdi, arabi, assiri, caldei, turcomanni, armeni e ceceni» intendiamo costruire «una società libera dall’autoritarismo, dal militarismo, dal centralismo e dall’intervento delle autorità religiose». L’esatto contrario di ciò che si è sempre fatto, con pochissime eccezioni, in Medio Oriente.

Azaz, Siria. Bambini giocano su un carro armato abbandonato fuori dalla moschea distrutta. Sullo sfondo un grande drappo riporta i nomi dei martiri dell’Esercito Siriano Libero, caduti durante i combattimenti per il controllo della città. ©Richard Harvey/dreamstime.
Azaz, Siria. Bambini giocano su un carro armato abbandonato fuori dalla moschea distrutta. Sullo sfondo un grande drappo riporta i nomi dei martiri dell’Esercito Siriano Libero, caduti durante i combattimenti per il controllo della città. ©RichardHarvey/dreamstime.

La Carta costituzionale del Rojava disegna uno Stato laico, multiculturale, plurietnico, basato sulla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, e le altre Convenzioni ONU

La Carta costituzionale del Rojava disegna uno Stato laico, multiculturale, plurietnico, basato sulla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, e le altre Convenzioni ONU, compresa quella sui «diritti economici, sociali, culturali», l’ultima e la più avanzata, entrata in vigore da pochi anni. La La Carta ha fortissime connotazioni sociali e ambientaliste, e contiene principi di pari opportunità. L’Articolo 26 vieta la pena di morte, quella che la Turchia vorrebbe ripristinare a furor di popolo.
La Carta riconosce altresì l’integrità della Siria, proponendosi come modello federale o confederale (con tre lingue ufficiali: il curdo, l’arabo e l’assiro), che poi è la soluzione ideata anche dai curdi della Turchia, quelli che appoggiano il PKK, sia per superare i confini assurdi decisi esattamente cento anni fa da Francia e Inghilterra, potenze coloniali vincitrici della Prima guerra mondiale, per spartirsi gran parte del defunto Impero Ottomano (accordo Sykes-Picot, 1916); sia per vincere i nazionalismi etnocentrici o religiosi, che volevano assimilare, cioè assoggettare, ogni tipo di minoranza. Utopia, si dirà, ma guardate dove hanno portato decenni di cinica realpolitik.
Fatto sta che il Rojava, dopo tre anni di esistenza relativamente tranquilla, è stato brutalmente attaccato dall’Isis, il Califfato cresciuto come un fungo velenoso nell’area fra Iraq e Siria. In realtà, armi e combattenti di Daesh non sono spuntati dalla sabbia (anche se stando ai media mainstream sembrava proprio così): il cordone ombelicale dello Stato terrorista era saldamente attaccato alla Turchia, proprio nel tratto di territorio a ovest dell’Eufrate, un territorio che i curdi (e altri gruppi minoritari del Rojava) stanno conquistando metro per metro, con un altissimo sacrificio di uomini e donne combattenti.

Rovine a Kobane, Siria. ©radekprocyk/Fotolia
Rovine a Kobane, Siria. ©radekprocyk/Fotolia

Nemmeno in un romanzo potrebbero esserci due entità così contrapposte come il Rojava e l’Isis, cioè la democrazia «femminista» dei curdi e delle altre minoranze versus il lugubre fascismo islamico del Califfo e dei suoi fanatici seguaci. L’epica battaglia di Kobane, dove la bandiera nera dei terroristi è stata ammainata, e dove sventola da un anno e mezzo quella verde, rossa e gialla del Rojava, è stata davvero una battaglia fra due opposti, quasi fossero le tenebre e la luce. Tutto intorno regna il grigio più grigio, che coinvolge

Campo profughi di Suruç, Turchia meridionale. Profughi siriani fuggiti da Kobane. ©RadekProcyk/dreamstime
Campo profughi di Suruç, Turchia meridionale. Profughi siriani fuggiti da Kobane. ©RadekProcyk/dreamstime

ogni altro attore presente. Impossibile scegliere, infatti, fra il feroce regime di Assad e le spietate fazioni ribelli che vi si oppongono.
Impossibile scegliere fra il nazionalismo della Turchia, complice dei terrorismi islamici, e lo sciovinismo della Russia (Erdogan e Putin infatti sono passati dalla contrapposizione frontale alla connivenza), Russia che insieme all’aviazione di Assad bombarda gli ospedali e le scuole di Aleppo.
Non ci si può schierare fra l’Arabia Saudita reazionaria e capitalista che ha finanziato, con le altre petromonarchie del Golfo, l’estremismo islamico in tutto il mondo (e, direttamente o indirettamente, l’Isis), e l’Iran delle lapidazioni delle donne negli stadi e delle condanne a morte internazionali (vedi caso Salman Rushdie) emesse dai suoi ayatollah.
Ma non si può nemmeno sostenere il cinismo interessato di Israele, che approfitta del disastro dei vicini per «normalizzare» la sua occupazione illegale, il suo regime di apartheid imposto ai palestinesi, fino a restare coinvolto nel traffico di petrolio «proibito» che dal Califfato passava per la Turchia per essere rivenduto nel Mediterraneo.

Siria. Veduta di Aleppo dalla cittadella. ©mikasek/Fotolia
Siria. Veduta di Aleppo dalla cittadella. ©mikasek/Fotolia

E, ultimo ma non meno importante, non possiamo sentirci vicini (ma lo siamo eccome, intanto come membri della NATO) alla politica estera degli Stati Uniti, o della Francia, del Regno Unito e, appunto, della stessa Italia, che continuano a sostenere politicamente e a fare lauti affari con l’Arabia Saudita (primo cliente nell’acquisto di armi fabbricate negli USA e in Europa) e con le altre monarchie oscurantiste, dal Qatar agli Emirati Arabi, per non parlare dell’Egitto del dittatore Al Sissi, la fotocopia di Mubarak: stanno tutti quanti nella coalizione che sta letteralmente distruggendo lo Yemen, nel silenzio complice dei media mainstream.

Le rovine della Basilica di San Simeone, primo convento cristiano, con annesso chiostro, costruito nel nord dell’attuale Siria, circa trenta chilometri a nord-ovest della città di Aleppo. ©RafalCichawa/Fotolia
Le rovine della Basilica di San Simeone, primo convento cristiano, con annesso chiostro, costruito nel nord dell’attuale Siria, circa trenta chilometri a nord-ovest della città di Aleppo. ©RafalCichawa/Fotolia

Nessuno di questi soggetti opera veramente per la pace, anche perché la guerra è un grande business. La riprova clamorosa, drammatica, di questa politica internazionale ipocrita e degradata (purtroppo avallata in buona parte dall’ONU) è che l’unico attore che meriterebbe tutta la solidarietà internazionale, il Rojava, non è stato nemmeno invitato ai colloqui per il «cessate il fuoco», a cui erano presenti anche i leader di bande di tagliagole. E non è certo per caso che solo una sparuta minoranza di lettori (per esempio, i fan dell’autore di fumetti romano Zerocalcare, col suo bellissimo Kobane calling) ha idea di cosa sia il Rojava, mentre tutti i riflettori sono puntati sull’Isis, una parola una parola entrata ormai nel linguaggio corrente. La riva nera del passaggio di armi per i terroristi continua a essere protetta, prima dal Califfato, ora da Erdogan. Invece la riva bianca della democrazia curda e degli altri popoli del Medio Oriente deve accontentarsi dell’ambiguo, reversibilissimo, appoggio di Obama. Diamo al Rojava almeno tutta la nostra solidarietà.