Cronaca laterale, microstoria di un viaggio lungo diciotto giorni: dai margini dell’orrore a una ripresa stentata, a un marciapiede notturno diventato alter ego di arcipelago polinesiano, al sollievo che nasce dalla musica – qui soprattutto jazz – alla necessità vitale di stare insieme, a ricadute nell’ansia, ai rischi di una deriva viscerale, a un riconquistato diritto di ridere (e di divorare baguette extralarge). Sul filo del caso.

testo e foto di Laura Magni

 

14 luglio. Un segnale morse
«Allora, Nizza o Cannes?».
È quasi sera, dopo una splendente giornata mediterranea. Abbagliate dalla luce del tramonto che infila riverberi accecanti tra le agavi e i tronchi dei pini marittimi, usciamo dal cancello di Villa Eilenroc. La villa è un gioiello art déco sulla punta di Cap d’Antibes, dove lo strapiombo roccioso precipita in una baia smeraldo. È qui, nell’uliveto e nel roseto di Eilenroc, che abbiamo partecipato ai festeggiamenti ufficiali per il 14 Luglio, tra cespugli carichi di fiori e bandierine blu-bianche-rosse sparpagliate dappertutto insieme a varie declinazioni di una retorica di rito. È qui che al microfono abbiamo sentito parlare della necessità di rinforzare i sentimenti di libertà, di uguaglianza e di una «fratellanza accogliente, priva di diffidenza anche verso chi sembra ostile». È qui che abbiamo ascoltato la banda municipale passare dalla Marsigliese a Edith Piaf al rock al jazz.

Antibes, la città vecchia racchiusa nella cinta dei rempart,  rimasti intatti verso il mare. ©Laura Magni
Antibes, la città vecchia racchiusa nella cinta dei rempart, rimasti intatti verso il mare. ©Laura Magni

«Adesso i fuochi, ovvio – dice Jeannine mentre risaliamo in macchina, parcheggiata sulla terra rossa seminata di aghi di pino – Allora, Nizza o Cannes? Scegli tu».
«Direi Cannes. – rispondo – A Nizza ci sono stata oggi a pranzo».
«Benissimo. – dice lei – Cannes».
Arriviamo velocemente a Cannes e la oltrepassiamo, è ancora presto per i fuochi. Corriamo verso il profilo dell’Esterel sotto un cielo mobile che si spacca in due cieli distinti: sul mare è grigio perla, striato da un delta più scuro, mentre verso l’interno è di un arancio carico, artificiale, marziano. Colonne di aria che hanno il colore del piombo segnalano temporali lontani.
Traffico scorrevole, chiacchiere rilassate. Quando fa buio, appoggiate alla ringhiera del lungomare dopo Mandelieu, in mano un gelato, guardiamo esplodere i fuochi.

©Laura Magni
©Laura Magni

Timidi sull’Esterel, spettacolari quelli di Cannes, che stasera il Festival Pirotecnico prevede messicani. Sotto di noi la stretta lingua di spiaggia è affollata di famiglie magrebine che arrostiscono carni su bracieri assediati da onde rabbiose. Giovani, vecchi, bambini seduti intorno a tavoli da campeggio resistono e masticano imperturbabili anche quando l’acqua spruzza le ginocchia e la risacca sembra voler trascinare tutto in mare, compresi i bracieri, le sedie, due carrozzine addossate al muro e tenute ferme da una mano e un piede ciascuna.
Più avanti, dove la spiaggia si allarga e il mare è quieto, donne in hijab distribuiscono piatti da cui sfuggono verdure stufate che finiscono nella sabbia.
Sdraio, poltroncine di plastica, uomini in jeans e ragazzi in bermuda che giocano a pallone, rincorsi dai cani. Qualcuno canta nenie arabe, pochi guardano i fuochi. Distrattamente.
L’impressione è quella di un fotomontaggio: in primo piano e campo medio uno scorcio di Algeria trapiantato sotto la luna nebbiosa di questa sera; sullo sfondo il lungomare di Cannes e fanalini rossi allineati, paralleli ai fari bianchi delle auto che corrono nella nostra direzione.

A meno di un metro sotto di noi due uomini si passano una bambina florida sui due anni che tende le manine verso i nostri gelati. Quello che forse è il padre la tiene in braccio, l’altro è intento a riprenderla col cellulare in un video traballante che seguiamo sporgendoci dalla ringhiera. Se ne accorgono e ridono, insistono perché la bambina ci saluti ma niente da fare, adesso è il cellulare a catturare la sua attenzione.

©Laura Magni
©Laura Magni

Risaliamo in macchina, torniamo verso Antibes.
A Cannes improvvisamente una coda immobile, anomala ci inchioda davanti al Martinez. È tardi, strano, sembra che le macchine in fila abbiano messo radici. Forse un incidente più avanti, oltre la Pointe Croisette. Non capiamo.
Non capiamo fino a quando non arriva una telefonata da Milano. La voce è tremante, angosciata: «Mamma, dove sei? Non sei a Nizza, vero?».
Poi dice del massacro.
Jeannine, pietrificata, si rende conto di colpo che suo figlio non ha telefonato.
«Da Gennaio vive a Nizza! Il 14 luglio è il primo anniversario per lui e la sua ragazza! Hanno deciso di festeggiare dove si sono conosciuti l’anno scorso, sulla Promenade des Anglais! Perché non si è fatto vivo per rassicurarmi?» dice, gli occhi fuori dalle orbite. Cerca febbrilmente il cellulare, che non trova.
Disperazione finché il cellulare non salta fuori da una borsa da spiaggia chiusa nel bagagliaio.
Il ragazzo risponde subito: niente Promenade questa sera, hanno deciso all’ultimo momento di correre sulle alture di Nizza per vedere i fuochi dall’alto. Ci aveva chiamato ripetutamente a vuoto, a sua volta in ansia per noi.
«Salvi» dice Jeannine, nient’altro. China sul volante singhiozza.
Nel buio, bloccate in un traffico che rimane incollato all’asfalto mentre l’autoradio trasmette una cronaca spezzettata e il numero dei morti continua a crescere, si incrociano convulse le chiamate e gli sms con gli amici che abitano sulla Costa. La stessa laconica domanda che rimbalza tra noi, due parole, un segnale morse: stai bene?
Arrivo ad Antibes pesta alle tre del mattino.

15 luglio. Fili isolati tessono una trama
Cominciano ad annodarsi fili nei racconti della gente a cui sono legata o che semplicemente conosco. Jeannine telefona con voce incolore: un’amica di 45 anni morta sotto il camion e i suoi due bambini gravi, in ospedale. Philippe e Jeanne, melomani, usciti dall’Opera e travolti, schiacciati dalla folla che fuggiva dal camion bianco. Veziano il fornaio sta per strada davanti al negozio e grida a tutti che una famiglia di suoi clienti, cinque persone, è stata falciata. Anche Mickael, il ragazzo che mi affitta l’appartamento nella città vecchia, si è salvato saltando dalla Promenade in spiaggia quando ha sentito sparare; poi si è nascosto nella cucina del Beau Rivage. Altri che erano con lui sono corsi verso il mare, si sono tuffati e si sono messi a nuotare compulsivamente verso il largo.
Per strada c’è poca gente, e va di fretta. Chiusi quasi tutti i bistrot. Ma basta accennare un saluto, percepire di striscio i discorsi di quelli che parlano sotto gli alberi di Place Nationale per capire quanti di loro, di noi, abbiano familiari e amici e conoscenti che sono stati colpiti o sfiorati dal disastro. Questo tratto di Costa Azzurra sembra di colpo piccolo, quasi un villaggio lineare. Ovvio raggrupparsi tutti il 14 luglio per i fuochi. Ovvio scegliere tra le due uniche alternative possibili.
«Allora, Nizza o Cannes?».

17 luglio. Si ricomincia

©Laura Magni
©Laura Magni

Voglia di normalizzazione. La gente ha ricomiciato a uscire. Si riprende.
E ogni tentativo di ritorno alla normalità appare sano, atroce e vitale.
Polizia e militari dappertutto, specchio di un’impotenza che finge di rassicurarsi. Bambini che corrono sul bagnasciuga, una donna esce dal mare striata dalle bruciature di una medusa. Per qualche minuto l’invasione di meduse diventa il problema principale. Capannelli di aspiranti-primo-ministro emettono decreti, fanno proclami, sanno perfettamente come risolverebbero la questione terrorismo se solo avessero il potere per due anni. Ai più audaci basterebbe qualche mese.
Il Nomade, accucciato sui contrafforti del porto di Antibes, si lascia attraversare dall’aria e guarda da lontano la baia di Nizza oltre le luci dell’aeroporto. A un passo dalle barche a vela un uomo a piedi nudi seduto al pianoforte attacca la sonata n. 23, l’Appassionata.
In tivù trasmettono a ripetizione un servizio su quelli che a Nizza si fanno selfie masticando chewing gum con il camion della carneficina sullo sfondo.

Sul Bastion Saint-Jaume, nel punto più alto dei contrafforti che dominano il porto di Antibes, Le Nomade, opera dello scultore catalano Jaume Plensa, dal 2007 guarda il mare e la costa che corre verso Nizza. L’omonimia tra il bastione e l’artista è del tutto casuale. L’opera -8 metri di altezza, 6 tonnellate di acciaio verniciato di bianco in forma di lettere dell’alfabeto- è cava. La si può attraversare, ci si può arrampicare, appendere, rifugiare, riposare su brevi sporgenze. Questo gigante accucciato, raccolto in un silenzio pieno di nostalgia, è un segno forte, aperto e insieme protetto dalle sue lettere, che l’artista descrive come il tatuaggio che ognuno porta su di sé e che può comporre liberamente per raccontare la propria storia. ©Laura Magni
Sul Bastion Saint-Jaume, nel punto più alto dei contrafforti che dominano il porto di Antibes, Le Nomade, opera dello scultore catalano Jaume Plensa, dal 2007 guarda il mare e la costa che corre verso Nizza. L’omonimia tra il bastione e l’artista è del tutto casuale. L’opera -8 metri di altezza, 6 tonnellate di acciaio verniciato di bianco in forma di lettere dell’alfabeto- è cava. La si può attraversare, ci si può arrampicare, appendere, rifugiare, riposare su brevi sporgenze. Questo gigante accucciato, raccolto in un silenzio pieno di nostalgia, è un segno forte, aperto e insieme protetto dalle sue lettere, che l’artista descrive come il tatuaggio che ognuno porta su di sé e che può comporre liberamente per raccontare la propria storia. ©Laura Magni

18 luglio. L’arcipelago
Noi quattro sulla Promenade des Anglais tra mezzanotte e l’una. Fresca, silenziosa, percorsa da poca gente tranquilla, raccolta. Disgustati dal voyeurismo di immagini e di parole che imperversa in crescita esponenziale, avevamo bisogno di essere protetti dalla notte, dal silenzio e dalla solitudine per venire qui.
Lungo i due chilometri che precedono il Negresco i segni della corsa folle si addensano come costellazioni dentro la Via Lattea. Le macchie di sangue scuro seminate sull’asfalto sono diventate piccoli giardini di fiori, messaggi, ceri, giocattoli che ne seguono con precisione ossessiva le forme irregolari. Ognuno separato dall’altro, ognuno un’isola di dolore. Visto da un elicottero l’insieme potrebbe sembrare un arcipelago polinesiano, atolli rivestiti di rose, peonie, calle tra cui splendono incomprensibili minuscole luci.
Molto forte, alieno, indicibile.
Al collo, appeso a una catenina, ho un minuscolo serramanico – tre centimetri in tutto – trovato per terra al mercato provenzale la mattina dopo il massacro. Nella madreperla è inciso «Thiers», ma questa sera per me è Nizza.
È il coltello che Nizza ha piantato nel cuore.

Marcus Miller su uno schermo a lato del palcoscenico di Juan Les Pins durante il Festival «Jazz à Juan», che si tiene ogni anno in luglio nella Pinède Gould affacciata sul mare. ©Laura Magni
Marcus Miller su uno schermo a lato del palcoscenico di Juan Les Pins durante il Festival «Jazz à Juan», che si tiene ogni anno in luglio nella Pinède Gould affacciata sul mare. ©Laura Magni

20-22 luglio. Il mercato, il jazz, la nube di pece
Il mercato provenzale funziona a pieno ritmo. C’è la solita fila davanti a una socca immangiabile, al banco dei formaggi e a quello dei salumi corsi. Il Festival del jazz, cancellato da cinque giorni di lutto, stasera ha riaperto. È strano, sospeso. Gli artisti ringraziano il pubblico di esserci, come se si fossero aspettati una diserzione di massa. Diana Krall sull’orlo delle lacrime, Marcus Miller colpito, commosso.
Platea e tribuna gremite, generose di applausi ma immobili. Nessuno balla stando seduto, come succede di solito. Nessuno batte i piedi facendo vibrare le assi di legno, nessuno si alza per danzare tra le file di panche o di poltrone, davanti a questo fantastico palcoscenico che ha per quinte gli alberi della pineta e per fondale il mare.
Un po’ si sorride, durante le standing ovation, ma con pudore, trattenuti. È come se mancasse il cavo di alimentazione che collega il pubblico, attentissimo, a batterie cariche. La musica produce un’energia quasi visibile, ma che non riesce a infilarsi davvero sotto la pelle.

jazz_a_Juan_2016
©Gilles Lefrancq

Se la prima sera il jazz è cominciato con un minuto di silenzio, la sera dopo è toccato alla luna. Dentro un cielo greve, opaco, la luna è uscita dagli alberi, ma appena finiti gli applausi è stata inghiottita da una piccola nuvola solida e nera come la pece, diversa dalle altre. Una nube netta dal contorno irregolare e tagliente. Cattiva, tragica, tenace in controluce dentro un chiarore madreperlaceo imbavagliato dietro di lei. Troppo simile a una delle isole sulla Promenade des Anglais per non inquietare. Poi la nube di pece è scomparsa di colpo senza lasciare traccia e il cielo è tornato pallidamente luminoso.

23 luglio. Prima notte felice
Per una serie di motivi che hanno finito per convergere, stasera ho sentito sollievo, gioia e ho respirato ossigeno. Al jazz ci siamo trovati circondati da amici. Una coppia – lei Corsa, lui pied noir d’Algérie, cardiologo – entrambi impegnati in un ospedale e un orfanotrofio del Burkina Faso; Nathalie, seduta di traverso per via di una gamba ingessata; un classico ebreo intellettuale svampito e gentilissimo, conosciuto al jazz; Sophie, appena rientrata dalla Bretagna dove sua figlia ha partorito il primogenito. E alla mia destra un’inedita vecchia coppia uscita da un fumetto di Mordillo. Durante il primo tempo del concerto lei divora una gigantesca pissaladière, poi con una spazzola retrattile fa sparire ogni traccia di briciole dall’abito prima di attaccare quaranta centimetri di baguette.
«Chèvre-salami» mi informa, offrendomi con grazia un assaggio che rifiuto, pentendomene subito. Seconda spazzolata, e dalla borsa saltano fuori adesso un pizzo mezzo lavorato e uno schema cartaceo che viene steso con cura sulle ginocchia. Poi Mamie – così la chiama il marito – comincia a lavorare all’uncinetto, gli occhi fissi sul pizzo ma le anche ondeggianti a tempo di musica.
Durante il parapiglia seguito al temporale scoppiato quando Paolo Conte stava per entrare in scena, ci ritroviamo tutti pigiati come chicchi d’uva sotto la struttura gocciolante che protegge gli ingressi alla tribuna. Chiacchieriamo, ridiamo, parliamo improvvisamente di terrorismo, identità, integrazione, torniamo a ridere. Dividiamo l’ansia perchè il temporale non accenna a diminuire e la seconda parte del concerto sta per essere annullata.
In mezzo al pigia-pigia grondante veniamo raggiunti anche dalla coppia di Mordillo. Avvolta in un poncho impermeabile rosa shocking, Mamie tira fuori dalla borsa, come un prestigiatore dal cilindro, una seconda baguette e nella calca la divora con calma celestiale.
Inaspettatamente il temporale finisce, portano via il telo che protegge il pianoforte e Paolo Conte entra in scena con la sua orchestra. Un’ora e mezza di concerto straordinario senza un minuto di sosta mentre il cielo è illuminato dai lampi e da lunghissimi fulmini che serpeggiano sotto le nuvole verso la punta di Cap d’Antibes. Il jazz lenisce, guarisce, rimargina qualche ferita. È una collana di aglio sventolata in faccia ai vampiri.
Durante il bis riprende a piovere. Corriamo fuori sotto un acquazzone quasi tropicale, ma chi se ne frega: è il 23 luglio, prima notte felice dopo l’incubo. A casa non diamo retta alla stanchezza, stappiamo rosé per un brindisi alla pace, che al momento sembra sempre più lontana. Un’astrazione. Una chimera. Mettiamo in tavola olive, feta, pesche di campo.

A chiusura del Festival, la serata American Gospel Junior ha riproposto gospel e soul mescolati a blues, rhythm and blues, rap e una serie di sound contemporanei. ©Laura Magni
A chiusura del Festival, la serata American Gospel Junior ha riproposto gospel e soul mescolati a blues, rhythm and blues, rap e una serie di sound contemporanei. ©Laura Magni

25-31 luglio. L’ultimo gospel rivisitato rhythm and blues
Subito dopo il jazz, e dopo il gospel di domenica sera, una cascata di incontri con gli amici, di inviti che si accavallano, di cene combinate dove capita. Un desiderio fortissimo, esorcistico di stare insieme. Pesce grigliato negli orti tra cespugli di rosmarino e filari di pomodori. Cous cous e fiori di zucca fritti sotto pergolati da cui pendono grappoli d’uva acerba, discorsi affannati – divertenti o dolorosi che siano – tra piante di melanzane e aiuole di mesclun casalingo. Poche pause, in un istintivo horror vacui. Marmellata ancora tiepida portata in regalo da un amico che ha una rete di graffi sulle braccia: si è alzato prima dell’alba per andare a raccogliere more selvatiche tra rovi spinosissimi, in un viottolo segreto che non rivela a nessuno.
Affetto, consolazione, racconti di viaggi, battute. Discorsi che finiscono per convergere su Nizza, sul camion bianco e soprattutto su quello che l’orrore ha prodotto qui: una reazione scomposta, un fronte questa volta spaccato e pericoloso che scivola verso l’intolleranza, la xenofobia. L’incapacità e la paura di distinguere, il rifiuto del camminare come funamboli su una corda tesa tra il saper accogliere e il sapersi difendere. Un sentire iroso, caotico, molto diverso dal dolore composto e compatto di Parigi dopo Charlie Hebdo, dopo il Bataclan.
Ieri notte, camminando sui rempart, un buio inquietante del cielo e nel mare. Inspiegabile, impressionante, non ho mai visto qui un buio così buio. Antibes dietro un velo da lutto, più dolorosa che nelle lacrime in primo piano durante l’ultimo gospel rivisitato rhythm and blues. Musica appassionata che contiene gioia, sberleffo, fiducia nel futuro contro i seminatori di morte: disperati, criminali, folli o uomini di governo e di finanza che siano. Quelli che cercano di trasformare in una fantascientifica colonia penale, in un cimitero del medioevo prossimo venturo questo zaffiro sospeso nello spazio che solo da lontano sembra felice.