Interi quartieri di abitazioni popolari, botteghe e magazzini trasformati in modernissimi centri direzionali, sviluppati in altezza e in luci al neon; foreste che diventano pascoli e depositi di legnami pregiati pronti per essere inviati all’industria internazionale; risaie o campagne a ridosso di città e villaggi investite dai segni di un’improvvisa, violenta antropizzazione. E il concetto di periferia sfugge, poi si sposta, a volte si espande: mutando radicalmente il paesaggio.

di Gianni Morelli

 

Il fenomeno è molto evidente nelle città, soprattutto nelle grandi città. New York è emblematica in questo senso, protagonista di una mobilità esasperata. Quartieri marginali di Manhattan e vaste aree degli altri distretti si trasformano prima in territorio bohémien, con laboratori e capannoni ex industriali che ospitano arte povera, spesso d’avanguardia, poi in studios, showroom di moda e gallerie d’arte inframmezzate da residenze il cui costo sale vertiginosamente in pochi anni. Basti pensare a Dumbo, che nel giro di un decennio – da rifugio qual era per artisti squattrinati in fuga da una Soho ormai insostenibile – oggi è diventato caro come il fuoco. Ospita artisti «arrivati» e viene abbandonato dai primi a favore di quartieri ex periferici di Brooklyn, che subiranno in prospettiva la stessa trasformazione.
Ancora più smaccato il percorso del Meatpacking District: area borderline di vecchi macelli affacciati su un tratto insignificante del fiume Hudson promossa a quartiere più che chic fatto di loft per star hollywoodiane, store supergriffati e movida notturna. Anche Harlem del resto, quartier generale off limits storicamente segnato da traffico di droga, miseria e criminalità, ospita oggi fior di abitazioni ricavate dai vecchi brownstone e uffici prestigiosi, tra cui quello di Bill Clinton.

Harlem ha subito nei decenni una trasformazione fortemente disomogenea. Quartieri degradati ai confini della Harlem Valley sono stati riscattati dall'edilizia popolare. Quartieri di brownstone nati negli anni Venti come residenze collinari chic dei rich and famous di Manhattan, erano caduti in rovina e divenuti off limits durante gli anni bui. Oggi sono stati ristrutturati e ospitano di nuovo residenze e uffici di prestigio. ©Andrea Izzotti/Fotolia
Harlem ha subito nei decenni una trasformazione fortemente disomogenea. Quartieri degradati ai confini della Harlem Valley sono stati riscattati dall’edilizia popolare. Quartieri di brownstone nati negli anni Venti come residenze collinari chic dei rich and famous di Manhattan, erano caduti in rovina e divenuti off limits durante gli anni bui. Oggi sono stati ristrutturati e ospitano di nuovo residenze e uffici di prestigio. ©Andrea Izzotti/Fotolia

Un esempio dall’altra parte del mondo può essere Gurgaon, città satellite 35 chilometri a sud-est di New Delhi. Dall’inizio degli anni Novanta a oggi un migliaio di chilometri quadrati di alberi e colture si sono trasformati in un agglomerato urbano di un milione e mezzo di abitanti, con decine di grattacieli per gli uffici delle multinazionali della tecnologia. Dieci anni fa l’autostrada che la collegava a Delhi è passata da 8 a 32 corsie e un traffico caotico le ha rapidamente intasate tutte. Gurgaon ha spostato la sua periferia e contemporaneamente ne ha creato una nuova: fatta di baracche dove vivono quelli che nei grattacieli ci entrano solo per fare le pulizie o riparare frigoriferi e condizionatori.

New Delhi. Nelle grandi città orientali è facile che i quartieri periferici si trasformino rapidamente in caotici mercati all'aperto fiancheggiati da minuscoli negozi e rivendite di cibo take away che spargono intorno un acuto odore di fritto. ©Asiantraveler/dreamstime
New Delhi. Nelle grandi città orientali è facile che i quartieri periferici si trasformino rapidamente in caotici mercati all’aperto fiancheggiati da minuscoli negozi e rivendite di cibo take away che spargono intorno un acuto odore di fritto. ©Asiantraveler/dreamstime

Anche una moltitudine di centri minori non sfugge a questo fenomeno, spesso accelerato da un frettoloso sviluppo del turismo, non importa se precario.
Un esempio in territorio messicano, nel sud dello Yucatán, è un villaggio che avevo incrociato durante un viaggio negli anni Ottanta e che ho ritrovato in un altro viaggio di qualche mese fa.

Escárcega Márquez,
a scuola da Zapata

Francisco Escárcega Márquez è figlio di genitori benestanti e frequenta le migliori scuole della capitale fino a laurearsi in Ingegneria civile. Sono gli anni della rivoluzione e Francisco comincia la sua carriera dalla parte giusta: diventa consulente tecnico del grande Emiliano Zapata nel lavoro di ripartizione delle terre tra i contadini dello stato di Morelos.
Successivamente entra nella Ferrocarriles Nacionales de México e lavora in diverse città del nord, da Chihuahua a San Luis Potosí. A Città del Messico diventa poi dirigente della Ferromex, l’azienda nazionale che costruisce linee ferrate. Francisco sovrintende alla realizzazione di diversi tratti: l’ultimo è quello che collega Campeche a Coatzacoalcos, sul Golfo.
Mentre si costruisce la linea ferrata alcune decine di operai fondano un villaggio, una comunità contadina autogestita che Francisco incoraggia. Ma il lavoro dei campi toglie tempo a quello sulla ferrovia e questi operai-agricoltori finiscono per essere licenziati. Francisco non si dà per vinto, la lezione di Zapata diventa solidarietà militante: prima aiuta economicamente i disoccupati, poi fa in modo che vengano via via riassunti. Durante le ispezioni dei lavori su questa linea, Escárcega muore in un incidente aereo quando, al decollo dall’aeroporto di Palenque, il piccolo velivolo militare da ricognizione non riesce a superare le cime degli altissimi alberi della foresta del Petén e precipita. Il villaggio degli operai-agricoltori viene battezzato con il suo nome.

Il villaggio si chiama Francisco Escárcega, o semplicemente Escárcega: un nome piuttosto ostico, respingente. Il nome di un ingegnere nato il 12 gennaio 1896 in una hacienda dello stato di Tlaxcala, a est di Città del Messico.
Quando ci sono passato per la prima volta, Escárcega rifletteva perfettamente l’immagine della cittadina che unisce la penisola dello Yucatán al resto del Paese perchè vi confluivano le strade che venivano da Palenque, da Villahermosa, da Chetumal e da Campeche.
La scenografia usciva a brandelli dai film di Sergio Leone e Sam Peckinpah, o da un incubo di Manu Chao: polvere (o, quando raramente piove, fango), immensi parcheggi, camion di tutte le dimensioni, autobus di tutte le classi, baracche truccate malamente da ristoranti, meccanici con le mani unte di grasso come le pareti dei magazzini, barbieri che accomodavano i clienti su poltrone sfondate recuperate in discarica, bordelli più o meno mascherati, gommisti sistemati nel retro di una panadería. I passeggeri in transito venivano scaricati in comedores meno dignitosi di una stalla. Senza offesa per le stalle. E dopo l’inevitabile esperienza della toilette, aspettavano seduti a un tavolino spesso per un tempo interminabile. Ma erano i fortunati, quelli, perché ai passeggeri dei pullman di seconda classe l’uso della toilette non era consentito. Le mosche camminavano sulla gente, le cucarachas su tutto il resto. Caldo, asfissiante quanto gli odori provenienti dalle cucine, dai pozzi neri, dalla spazzatura, dai parcheggi. Grandi nuvole di terra polverizzata accompagnavano le folate di vento o l’arrivo di un nuovo camion.
Escárcega poteva essere il prototipo di un luogo-non-luogo, se non ci fossero stati dettagli e personaggi che lo rendevano concreto e assurdo al tempo stesso.
Come Don Raphael, che vendeva cibo da un carretto foderato di latta e riempito di braci per tenere calde le pentole nell’aria torrida del Tropico. Il posto dove mangiare non era nemmeno una baracca, ma Don Raphael – dicevano – faceva il salame bollito migliore di tutto il Centro America. O come Margarito Guarcas Tecum, solo Tecum sull’insegna, l’unico gommista maya in grado di smontare, riparare e rimontare un pneumatico di camion in meno di dieci minuti. Da solo.

Primavera 2016
Per tanti anni non sono più venuto qui, dove lo Yucatán si confonde con il Belize e con il resto del Messico. Adesso sono giusto arrivato a Chetumal e dovrei risalire a Cancún il più presto possibile, ma ho già deciso che non resisterò alla tentazione di tornare a Escárcega.
Da Chetumal a Escárcega ci sono 250 chilometri sulla Carretera Federal 186 che attraversa tutta la base della penisola dello Yucatán da est a ovest. Un tempo era una strada secondaria, utilizzata dall’esercito messicano per pattugliare i confini con il Belize, il Guatemala e il Chiapas, dove ci sono sempre movimenti strani che non piacciono al governo e ai latifondisti.
Oggi trovo la 186 rifatta, allargata, una statale di primo livello, che attraversa piccoli e piccolissimi centri, abitati per lo più da contadini maya. Qui e là donne e bambini vendono frutta agli automobilisti e ai passeggeri degli autobus.
Molto prima che da una strada militare, la foresta qui era attraversata da decine di sacbé, le strade ampie e lastricate che collegavano i centri cerimoniali e le città Stato di quel complesso universo maya ancora oggi non del tutto decifrato.
Lungo la 186 ci sono decine di aree archeologiche. Gli esperti le indentificano in gran parte con lo stile architettonico chiamato Río Bec. Templi e piramidi qui sono affiancati da torri con porte e finestre finte, di cui non sono chiare le funzioni. Di tutte queste città la regina era Calakmul.
Anche a Calakmul non ho saputo rinunciare. E ho percorso quei 60 chilometri di strada in mezzo a un nulla pieno di alberi che separano la 186 dalle sue piramidi. Dopo X-Puhil proseguo mentre il navigatore satellitare ripete: Francisco Escárcega, 153 chilometri, 1 ora e 48 minuti. Tradotto: un paio d’ore. Va bene, la mattina è fresca, il doppio caffè ha fatto il suo lavoro.
Finalmente arrivo. Appare l’ennesima periferia di un centro urbano in perfetto stile yucateco, come ne ho attraversati a decine in questi giorni. Un vialone a due carreggiate divise da uno spartitraffico sovradimensionato prende forma via via e non cambia più per chilometri. Ai lati sono parcheggiati camion, furgoni, automobili davanti a negozi ben organizzati, ristoranti e alberghi con le insegne a posto, dignitose case basse con le porte e le finestre aperte. C’è perfino una piazza con il monumento. C’è la stazione degli autobus di prima classe e quella degli autobus di seconda classe. In vetro e acciaio, coperte da pensiline, con tutti i servizi.
Dov’è finita Escárcega? L’hanno forse spostata più in là? No, Escárcega non c’è più. Quel paesaggio da Guerre Stellari, da parcheggio delle aeronavi che hanno sbagliato sistema solare, è scomparso. Sostituito da una banale cittadina dove si incontrano le strade che vengono da Palenque, da Villahermosa, da Chetumal e da Campeche. Dove passa la ferrovia che collega Campeche a Coatzacoalcos, sul Golfo.

 


 

Calakmul, terra di salvajes e di alushes

A 20 chilometri dalla frontiera con il Guatemala, ai margini della foresta del Petén, Calakmul è la più vasta città maya finora rinvenuta. La zona archeologica ha un’estensione di 30 chilometri quadrati e nel suo perimetro sono state individuate 6.252 strutture, la maggior parte ancora da scavare.

©Gianni Morelli
©Gianni Morelli

Città del periodo classico (700 a.C.-900 d.C.), era munita di un complesso sistema idraulico ed era collegata con gli altri centri della zona da diversi sacbé. A Calakamul sono state scoperte due tombe reali e oltre cento stele. Sembra che la sua popolazione abbia raggiunto i 60.000 abitanti. È stata a lungo la principale rivale (o alleata in alcuni periodi) della grande Tikal.
Qui la foresta è meno imponente, tuttavia dall’alto dei templi di Calakmul si vede una infinita distesa verde interrotta solo dalle cime delle piramidi circostanti. Una vista che toglie il fiato, soprattutto all’alba e al tramonto, proprio come a Tikal.
L’omonima area archeologica si trova al centro della Reserva de la Biosfera di Calakmul, una zona protetta che ha una superficie di quasi 8.000 chilometri quadrati, più o meno come l’Umbria. A sud si unisce con i parchi naturali del Guatemala che difendono la foresta del Petén. Nel suo territorio si trovano oltre duecento specie di uccelli e molte specie di mammiferi, come la scimmia urlatrice, il giaguaro, il tapiro, l’ocelot (tigrillo per i messicani). Durante la visita alle rovine, poco frequentate e completamente isolate nella selva, è necessario prestare attenzione, oltre che a questi animali, anche ai ladrones, all’orribile salvaje (uno yeti tropicale) e agli alushes che sembra abbondino da queste parti. Gli alushes sono folletti dispettosi che chiedono cibo ai contadini: accontentati, veglieranno sui campi di mais e sui raccolti, altrimenti porteranno carestia e sfortuna.

Calakmul. ©Gianni Morelli
Calakmul. ©Gianni Morelli