Queste pagine prendono le mosse dal reportage fotografico di Giovanni Mereghetti sugli sport praticati da detenute e detenuti della Casa di reclusione di Milano-Bollate. Aiuta a capire come mai, nella situazione disastrata delle carceri italiane, esista Bollate, l’incontro con Lucia Castellano – oggi avvocato e consigliere regionale in Lombardia – fondatrice di quel carcere. Ne assume la direzione nel 2002 quando Milano-Bollate è un carcere vuoto, con circa 70 detenuti e lo dirige per 12 anni, fondando una realtà riformata che ha a base il dettato costituzionale: “Il trattamento penitenziario deve essere conforme ad umanità e deve assicurare il rispetto della dignità della persona. Il trattamento è improntato ad assoluta imparzialità, senza discriminazioni in ordine a nazionalità, razza e condizioni economiche e sociali, a opinioni politiche e a credenze religiose”. L’altro incontro è con Nazzareno Prenna, insegnante e coordinatore delle attività sportive praticate nel carcere oggi di 1300 detenuti tra maschi e femmini con 6-700 agenti di polizia penitenziaria.
La popolazione delle carceri italiane è oggi di circa 55.000 unità. Una situazione ancora di emergenza, ma meno drammatica rispetto a 10 anni fa, quando i detenuti erano più di 65.000. Situazione per cui la Corte Europea per i Diritti Umani ha più volte condannato l’Italia.
Non si investe tuttavia qui il problema-carceri, la condizione nella società italiana dei ‘criminali, marginali, vagabondi, prostitute/i, zingari, senzatetto, alienati, migranti, poveri…’ e la loro identità colpevole destinata a una punizione gnostica, rivelata. Né riprendere l’analisi della utilità e produttività della devianza nel sistema.

di Piero Del Giudice foto di Giovanni Mereghetti

 

Nata a Napoli nel ‘64, laureata a Napoli in legge, Lucia Castellano concorre per entrare in magistratura e poi come direttore di carcere. «Mi piace il diritto ‘pubblico’, mi piaceva l’idea di occuparmi di una istituzione dello Stato rendendola conforme a Costituzione. Una istituzione totale e odiosa come il carcere – già così definitito da Beccaria a Foucault – va resa conforme a Costituzione. Dostoyevski che di carcere se ne intendeva dice “la civiltà di un paese si misura dalle carceri”. Vinco dunque un concorso e arrivo nel 1991, 3 giugno, a Genova Marassi come vicedirettore. Genova-Marassi una vera e propria Caienna! Rimango lì 3 anni e mezzo sino al gennaio del ’95 e lì imparo come non deve essere il mio lavoro, lì conosco il carcere della soppressione dei diritti, della afflizione… Bastava vederlo dentro – ed io sono una che all’interno, nei reparti, ci andava – per capire il sovraffollamento, le celle buie, il vitto cattivo, la condizione dei poliziotti. Ho capito che il carcere è un sistema, lo devi considerare in una logica di sistema, di mondo da cambiare».

Lucia Castellano
Lucia Castellano

Prima di parlare di carcere, chi determina la Sua formazione?
Franco Basaglia. Considero Basaglia il mio vero maestro.

Per quale carcere si batte Lei?
Per il carcere dove sono garantiti i diritti fondamentali compatibili con la privazione della libertà. L’obbiettivo vero del carcere è quello costituzionale di rieducare i condannati. Nel concreto accadere invece l’obbiettivo è “fare del male”, rispondendo così al mandato della società esterna che è quello della vendetta.
Il carcere è un mondo, è un sistema. Il carcere ha i suoi orari, i suoi tempi, le sue regole. Ogni carcere è diverso dall’altro (il pacco qui va bene, la mortadella entra, a San Vittore no), è il regno dell’autoreferenzialità, quanto più questa autoreferenzialità viene contaminata con la società esterna tanto più si svecchia e cambia, quanto più è chiuso tanto più diventa sempre più lontano dalla realtà, sempre meno rieducativo. Diventa spazio della follia ossessiva. Tempo e spazio del carcere sono subìti non agìti. Il carcere ha i suoi orari. I poliziotti alle 11.30 vanno a mangiare, il carcere si ferma dalle 11,30 alle 12.30. Il tempo non esiste, ma quando in quel carcere entra un professionista esterno – infermiere, insegnante, imprenditore – e si scandiscono attività, il tempo ricomincia a scorrere.

Sistema o mondo in cui Lei rimane a lungo…
O uscivo da quel mondo o cercavo di cambiarlo. Sono andata a dirigere un piccolo carcere nel Cilento, tra la Campania e la Basilicata, il carcere di Eboli. Trenta detenuti, tutti tossicodipendenti abituati a regimi molto duri in carceri come Poggioreale, Secondigliano, trasferiti in questo spazio detentivo ICATT (Istituto a Custodia attenuata Trattamento Tossicodipendenti).  Realizzo attività musicali e teatrali, apro insieme al magistrato di sorveglianza possibilità di lavoro esterno, sento necessario il coinvolgimento dei detenuti e delle loro famiglie. In piccolo, a Eboli, c’è già la futura esperienza di Bollate. Ho verificato come una gestione compartecipata che fa leva sulla responsabilità dell’utenza, su un approccio di comunità può giovare anche all’abbattimento della recidiva. Sono stata lì sette anni intervallati da altre esperienze – a Secondigliano, carcere enorme, come vicedirettore e un anno al carcere di Alghero. In questi sette anni ho imparato a far leva sulle capacità e le risorse dei detenuti per costruire una convivenza sensata. Distribuendo responsabilità: della palestra, della sala cinema, della biblioteca. “Quello che si fa – dicevo – lo decidiamo insieme”.

Nel 2002 arriva a Bollate…
Ho avuto dalla mia tre grandi fortune. La prima di averlo aperto io, era un carcere vuoto con circa 70 detenuti, l’ho impostato come volevo. La seconda di avere avuto una squadra eccezionale, il bravissimo comandante degli agenti, la bravissima vicedirettrice e, come superiore, il bravissimo provveditore Luigi Pagano.

La terza fortuna?
Milano. Milano è una città da sempre attenta al sociale, alle fasce deboli, dove c’è un volontario civile prima ancora che religioso. Volevano entrare nel carcere, ho aperto loro le porte e la contaminazione si è attuata, in un carcere che era solo maschile sino al 2008 e che è poi diventato misto. Le detenute venivano dal femminile di Opera, carcere che è stato chiuso.
Le linee politiche di fondo sono state prima di tutto la responsabilizzazione dell’utenza, poi la contaminazione con la società esterna – tra carcere e città metropolitana sono stati attivati vasi comunicanti -, il terzo la decarcerizzazione.

«Il detenuto deve avere la consapevolezza, la misura del fatto che il portone del carcere si apre lentamente e che la possibilità di lavoro esterno, art. 21, la da la direzione con l’approvazione del magistrato di sorveglianza»

Decarcerizzazione?
Il detenuto deve avere la consapevolezza, la misura del fatto che il portone del carcere si apre lentamente e che la possibilità di lavoro esterno, art. 21, la da la direzione con l’approvazione del magistrato di sorveglianza. Questa è una norma pressochè sconosciuta, inapplicata. Dei 500 articoli 21 applicati nelle carceri italiane, 100 erano a Bollate. E, ovviamente, oltre al lavoro all’esterno, licenze, permessi premio, semilibertà.
Infine quella che chiamo “credibiltià dell’Istituzione”. Vale a dire che in carcere vengono rispettati i tuoi diritti, si tratta della persona detenuta più o meno come di un qualsiasi cittadino. Non puoi uscire, ma all’interno hai i diritti universali, libertà di movimento, alcuni diritti sono limitati, ma tutti quelli che possono essere rispettati sono rispettati.

Tempi di realizzazione?
La mia idea democratica la vedo realizzarsi momento per momento, è un percorso difficile e lungo, che ho fatto sia sul fronte della polizia che sul fronte detenuti. Se organizzo un corso di formazione e poi la sera i detenuti vengono vessati dai poliziotti è meglio che non lo organizzo. È un progresso di civiltà che devono fare le due categorie insieme. Se i poliziotti non capiscono, non partecipano al processo, la riforma non procede. Un momento in cui ho pensato che ero sulla buona strada è quando ho lavorato con i detenuti autori di reati sessuali e ho detto agli altri detenuti che non andavano più discriminati. Si tratta di un luogo comune, di una ‘norma’ che è frutto della subcultura deliquenziale. Io non l’accetto, per me tutti i detenuti sono uguali e comunque “se volete andarvene andatevene”. Le basi su cui puntavamo sono lo studio, il lavoro, lo sport e il teatro.

Situazione generale?
Sono state emanate una serie di leggi – non interventi eccezionali come le amnistie, temporanee panacee – ma provvedimenti legislativi che svuotano il carcere, che riducono i flussi in entrata e aumentano i flussi in uscita. È il rovescio di quanto accadeva ai tempi della Bossi-Fini e della Cirielli. Il numero dei detenuti è diminuito così, rapidamente, del 10%. Si può cominciare a pensare a un carcere dei diritti.

 

 

La fisicità mortificata

Nazzareno Prenna

L'allenatore Nazzareno Prenna
L’allenatore Nazzareno Prenna

«Adesso faccio il coordinatore – tennis, pallavolo femminile e le palestre, una per ogni reparto. Però il calcio rimane centrale, anche perchè la squadra di calcio va fuori dal carcere, fa campionati regolari». Racconta Nazzareno Prenna, insegnante di educazione fisica, nato a San Severino Marche nel ’56, a Milano da più di trenta anni. Spinto da varie intenzioni e dalla moglie Magda dieci anni fa Nazzareno entra nel carcere di Bollate «come insegnante di educazione fisica. Lì, nell’hinterland c’è il CTP, il Centro Territoriale Permanente, un gruppo di insegnanti che si occupano del disagio nel territorio. Lavoro con loro, consulto la preside della scuola dove insegnavo – il ‘Leonardo da Vinci’ di Limbiate – chiedo di poter andare là, dietro le mura. E ci vado». Quando arriva, Prenna trova un carcere in cui è cominciata la riforma. «Ci sono 1200-1300 detenuti – tutti definitivi – le donne sono una ottantina. All’interno piccoli laboratori, fabbrichette, un centro di informatica, il call-center, la floricultura, le stalle per i cavalli abbandonati con i detenuti che fanno gli stallieri, gli artieri, poi c’è la scuola dell’obbligo, la media superiore e un po’ di corsi universitari» in sostanza «c’è dignità, non c’è sovraffollamento, le celle sono singole, doppie, al massimo ci sono camere per quattro detenuti. Le persone non sono chiuse in cella, possono andare su tutti i piani. Tutti i carceri dovrebbero essere come il nostro».

Le prime cose che fa?
«Mi rendo conto subito della fisicità mortificata dalla detenzione e dallo stare in cella, cominciamo nel modo più ovvio: piccoli tornei di calcio interni, tra i reparti. Quando comincio c’è una popolazione di 8-900 persone e il carcere è solo maschile. I tornei interni si rivelano una cosa molto positiva e molto apprezzata, si riesce a interessare parecchie persone. Subito passiamo a rimettere in piedi e a utilizzare il campo di calcio del carcere. È il 2006, l’anno dopo facciamo un campionato UISP (Unione Italiana Sport per tutti). Loro organizzano dei campionati e per la prima volta viene inserita una squadra del carcere».

E avete una maglia gialla. Come mai?
«Un caso. Dandomi da fare ho trovato un ex-giocatore di serie B che ci ha fatto donare una muta di maglie, gialle. Naturalmente le ho prese».

Un campionato vero, ma tutto dentro la carcere…
«Tutte le partite si svolgono allora dentro al carcere perchè non c’è ancora il sistema dei permessi di uscita. L’anno dopo ci diciamo “ma perché non ci iscriviamo alla Fgci” e la Fgci Lombardia ci da il permesso di disputare tutte le partite in casa e siamo ancora dentro le mura. Abbiamo fatto il campionato, arriviamo secondi, vinciamo i play off e siamo promossi in seconda categoria. Quell’anno vinciamo anche la ‘coppa disciplina’ tra una novantina di squadre di tutti i tornei. Siamo nel 2006 e siamo nel torneo di seconda categoria. In seconda categoria non ci fanno più sconti. Alcune società protestano perché giochiamo sempre ‘in casa’. Spingiamo per potere uscire a giocare, mi occupo personalmente di tutto questo, cominciamo a sensibilizzare la magistratura di sorveglianza, ma la magistratura di sorveglianza non trova ancora la via giuridica per dare i permessi di uscita. Solo uno o due detenuti riescono a uscire con l’art. 21, quello del lavoro esterno…».

«Sulla base di un articolo del codice penitenziario che concede i permessi in caso di morte di familiari, di malattia grave, riusciamo a portare fuori i detenuti»

Come fate?
«Metto in piedi due team per una stessa squadra. Uno di detenuti e uno con una ventina di agenti della polizia interna al carcere che giocano in trasferta. Una cosa impensabile! Guardie e detenuti hanno la stessa maglia, sono la stessa squadra! Facciamo un campionato di media classifica. L’anno dopo la magistratura trova il modo di dare i sospirati permessi di uscita. Sulla base di un articolo del codice penitenziario che concede i permessi in caso di morte di familiari, di malattia grave, riusciamo a portare fuori i detenuti. La squadra poteva andare fuori a giocare, ma solo a Milano. Gli agenti nel frattempo mantengono una squadra propria e l’anno dopo si iscrivono nel nostro stesso girone e giocano, in andata e ritorno, gli uni contro gli altri».

Chi vince?
«I detenuti, 4 a 1. E si sprecano i saluti agli agenti a mano aperta con 4 dita che ballano».

Un mondo in movimento…
«Adesso racconto questa. Dieci giorni prima dell’inizio del torneo arriva l’indulto, moltissimi escono e rimango senza squadra. Mi metto in macchina e cerco i miei giocatori nei loro quartieri, in famiglia e dagli amici. In 10 giorni metto su una squadra, cercando di farmi aiutare anche dai ragazzi della mia ex-scuola, magari già diplomati, di 18 anni e più. Combino una squadra, li metto dentro in fretta e, ricordo ancora, giochiamo con la Peloritana e perdiamo 8 a 1. A fine del campionato ci retrocedono in terza categoria».

L’obbiettivo di uscire dal carcere, giocare in trasferta è raggiunto…
«Non è che i problemi scompaiono. Molte volte mi sono trovato a organizzare le uscite, con giocatori e riserve e magari all’ultimo momento su 20 giocatori a 5 non arrivava il permesso. Immaginarsi la delusione, le famiglie fuori che aspettano, debbo andare alle famiglie a dirlo “guardate, vostro figlio non giocherà perché non lo hanno fatto uscire”…storie amare».

Comunque uscite…
«Fuori, anche i detenuti con lunghe pene, rivedono persone che non incontrano da anni. La nonna di Gianni che parte dalla Sicilia per venire a vedere il nipote giocare, lui la rivede dopo anni sul campo, lei torna indietro e muore dopo due settimane; il bambino di due mesi – figlio di un ragazzo che gioca – che, con il permesso della polizia, sta in braccio al padre per un po’…E soddisfazioni anche personali come quando allo stadio di San Siro, organizziamo la partita detenuti-magistrati. L’ho sempre voluto, ci sono giocatori di  serie B che non hanno mai visto san Siro, e noi ci giocavamo».

San Siro, maggio 2012. Detenuti contro magistrati.
San Siro, maggio 2012. Detenuti contro magistrati.

Qual’è il pubblico delle partite?
«Una folla, tante persone, i familiari, gli amici, i tifosi dell’altra squadra. Quando si va in comasina – il quartiere di Milano – arrivano con i tamburi, le bandiere, è una festa. Quelli della squadra del carcere subiscono anche insulti e provocazioni: ‘bastardo’, ‘avanzo di galera’ etc. Ma debbo dire che sono davvero bravi, in 13 anni hanno veramente fatto di tutto per controllarsi».

«La mia relazione comincia dal momento in cui ci conosciamo e posso dire che ho verificato come i margini di trasformazione delle persone siano grandi»

Dura comunque, no?
«Molta fatica all’inizio, anche a convincere gli agenti. Ma tutto è filato liscio. Devi essere bravo nelle relazioni. Tu arrivi, loro non sanno chi sei, è naturale che diffidano. Io non guardo mai quello che uno ha fatto o non ha fatto per essere chiuso lì, anche se so che ci sono reati molto gravi. La mia relazione comincia dal momento in cui ci conosciamo e posso dire che ho verificato come i margini di trasformazione delle persone siano grandi. Le tensioni si scaricano nel gioco anche se, ricordo ancora come una volta un detenuto ha fatto una entrata terribile su un altro. Gli sono andato vicino, gli ho parlato e mi ha detto “questo mi ha fatto prendere 30 anni”. Gli ho risposto “qua dentro è una Croce Rossa. Non si spara sulla Croce Rossa. Qui tu giochi e basta e non regoli i tuoi conti”».

Radicali cambiamenti delle persone. Sinché sono dentro, ma fuori?
«Fuori non li seguo, ma è molto difficile un cambiamento. Se sono nati in un quartiere povero è difficile venirne fuori, qualcuno ce la fa ma deve essere aiutato, molti sono costretti a fare quella vita lì. In ogni caso, il carcere di Bollate ha una recidiva molto più bassa degli altri carceri».

Carcere di Bollate. Un giocatore rientra dopo la partita.
Carcere di Bollate. Un giocatore rientra dopo la partita.

Un lavoro di continue tensioni, no?
«Loro stanno in ansia sempre, basta un nulla, ma gli episodi di conflitto sono pochissimi. Se succede uno scontro, i responsabili vengono allontanati da Bollate, e qui, per essere accettato, devi essere molto bravo nella convivenza. Certo rimane un carcere e allora cerchi di farti scivolare addosso le cose, se le interiorizzi diventa faticoso. Li seguo da tanti anni, c’è anche un legame affettivo, di rispetto, quando posso li aiuto, ma vigilo sugli eccessivi coinvolgimenti. Il calcio è un buon strumento per questo. Il calcio accomuna tutti, culture diverse si mischiano e le regole del calcio li mettono insieme, marocchini, africani, sudamericani. È stato un lavoro veramente eccezionale».

…e i cosidetti “triangoli rosa”?
«A Bollate c’è un reparto di detenuti con questo tipo di reati, reati a sfondo sessuale, i più odiati nell’universo del carcere. C’è stata da parte mia una certa ribellione quando la Direzione ha chiesto di integrarli. Un reparto minacciava di non giocare al pallone con quelli là. Sono riuscito a mettere in campo anche loro. Ma è stata molto dura».

Tra il dentro e il fuori il conflitto principale…
«Avevo un ragazzo, Alessandro, con cui spesso litigavo perché lui voleva sempre giocare. Un bel momento “mi fa male la caviglia” gli dico “ok, non giochi”, pensavo fosse una infiammazione, invece scopriamo che è un tumore alle ossa. Glielo dicono, viene ricoverato all’ospedale, gli amputano la gamba, viene scarcerato perché il tumore va avanti. Segue le nostre partire da invalido, ci viene a trovare, ormai senza gamba. A un certo punto sappiamo che sta male tanto e ci sono i compagni della squadra che chiedono di poterlo andare a trovare. Mi incaricano di andare da lui, a casa sua. È vigile, presente, mi abbraccia, sa che sta per morire. Gli dico “Ale, sono venuto a trovarti ma soprattutto a dirti che ti vogliono venire a trovare quelli della squadra, mi devi mandare una tua richiesta che la porto ai magistrati”. È come se gli avessi chiesto il certificato di morte.  Mi dice “non ce la faccio più” lo abbraccio, me ne vado, ci affrettiamo a mandare la richiesta alla magistratura, ma non si riesce ad avere i permessi in tempo. Arriva il permesso e lui muore la sera dopo. La visita ad Alessandro si trasforma in un accompagnamento al suo funerale».