l’India dell’artista
Stefania Beretta

nella mostra Una Segnaletica dell’Essere. 1986-2016

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Museo d'Arte Moderna Ascona, Una Segnaletica dell'Essere

Niente esotismi, niente reportage, nelle opere fotografiche dell’artista ticinese, internazionalmente nota, Stefania Beretta, selezionate ed esposte al Museo Comunale d’Arte Moderna di Ascona, a partire da sabato 9 luglio con vernice venerdì 8 luglio, ore 18, dove si è appena conclusa la mostra densa di sollecitazioni, stimoli, eventi, Marcel Duchamp. Dada e Neo Dada. Nel clima del centenario dalla Fondazione del movimento Dada al Cabaret Voltaire di Zurigo (1916) questa mostra, del tutto priva di stereotipi, riverbera, nella sua coloritura antiretorica, antiborghese, una luce intensa, proveniente da un mondo interiore, non intaccato dai feticci del consumismo occidentale. Un mondo che riflette l’attitudine esistenziale dell’artista connessa alla scelta, conseguente, di un linguaggio fotografico che dà voce al silenzio, che dà forma all’istante colto da un osservatorio privato, che non pratica le strade di un iconismo di massa, ma gli interstizi della ritualità quotidiana. È questa forma di sacralità del giorno-dopo giorno che affiora nella sensibile scrittura visuale di Una Segnaletica dell’Essere, emblematico titolo della mostra.

di Viana Conti 

 

Stefania Beretta restituisce un ritratto trentennale dell’India da cui sottrae se stessa, come identità, come ego, per far spazio all’altro, a un’umanità che dalle prime luci del mattino a notte fonda si sposta, come in un moto browniano, dalla casa alla strada, alla scuola, al lavoro, alla preghiera o allo svago: un flusso di creature che si muove, agisce e reagisce, colto in un ininterrotto rituale di esistenza che assume, nel suo ripetersi, un’aura di luce e di sacralità. Se la formazione culturale dell’artista resta, ineludibilmente, occidentale, attraversando ampi periodi di ricerca, che spaziano dai sali d’argento dell’analogico all’era del digitale, tuttavia la sua visione creativa del mondo non cessa di aprirsi, progressivamente, di viaggio in viaggio, di sentiero in sentiero, ai ritmi, al respiro, ai tempi, alle fonti di energia, agli esercizi yoga, all’astrazione mentale, della profonda meditazione d’Oriente, nel suo Ashram indiano di riferimento. Come non ricordare che il rituale di massa dei viaggi iniziatici in India, negli anni Sessanta e Settanta, di un’inquieta gioventù segnata dal malessere della cosiddetta società del benessere, viene paradossalmente innescato dalla pubblicazione di Siddharta, proprio quando il suo autore tedesco, Hermann Hesse, che l’India non è mai riuscito a raggiungerla, muore nel 1962, a Montagnola, in quella Svizzera che era divenuta, da tempo, la sua patria.

La mostra, a cura di Mara Folini, Ellen Maurer Zilioli e la scrivente, documentata da un catalogo di alto valore iconografico e testimoniale, si avvale della lettura delle diverse angolazioni stilistiche, tecniche, comunicazionali, dell’artista, focalizzandone, via via, le qualità segniche, antropologiche, sacrali, rilevabili anche a partire dallo specifico allestimento e dal tessuto narrativo, strutturato su segni, segnali, tracce, simboli, che permea le quattro sezioni significativamente contrassegnate dai titoli: Indiarasoterra (polaroid in bianco e nero e stampa ai sali d’argento), in cui lo sguardo dell’artista si posa sul ritmo della vita quotidiana a partire dai passi della folla e dai suoi riti esistenziali; Paesaggi improbabili (fotografie a colori) su cui l’impuntura dell’ago della macchina da cucire tesse una fioritura di ninfee su uno specchio d’acqua, riattiva il sistema linfatico di rami secchi e alberi spogli con lucenti fili argentati, ricongiunge uno spiazzo di terra battuta con il cielo azzurro, tramite tracce aeree giallo oro; Indian Walls (fotografie digitali, a colori) in cui lo sguardo di Stefania Beretta si alza dal suolo di 90° per restituire all’osservatore quella pagina urbana, rappresentata dai muri cittadini, su cui, di giorno in giorno, l’umanità marginale delle minoranze imprime tracce, impronte, segni di un’esistenza non sempre condivisa; Rooms (scatti analogici, ai sali d’argento, con una camera di piccolo o medio formato, in bianco e nero, su carta baritata) che ricostruiscono l’intimità di una presenza umana in transito, durante il suo lungo cammino fisico e spirituale, nel momento di sosta in modeste stanze d’albergo, fissate al momento, com’è consuetudine dell’artista. Domina lo scenario della mostra la grande icona simbolica, in bianco e nero, del Banyan, l’albero sacro dell’illuminazione e dell’immortalità, oggetto di offerte e preghiere delle spose indiane, le cui interminabili radici, nell’irripetibile, straordinaria ripresa di Stefania Beretta, si allungano sul terreno, liquide come cera fusa, le cui foglie, in un mirabile effetto di fluido mosso, si arrotolano nel vento intonando il loro sommesso mantra.