Edward Hopper

1048
Hopper
Due pescherecci, 1923/24 acquarello e grafite su carta, cm 36.2 x 50,6. Lascito Hopper Whitney Museum N.Y.

Bologna Palazzo Fava, fino al 24 luglio 2016
Info hopper@genusbononiae.it  e www.mostrahopper.it
Catalogo Skira

di Adriana Grippiolo

Ha ispirato scrittori come  Norman Mailer e molto cinema – La finestra sul cortile di Hitchcock riprende un suo quadro, la casa di Pshyco è quella Lungo la ferrovia e la stessa casa si rivede decenni dopo ne La Famiglia Addams. È Edward Hopper (New York 1882-1967), ha raccontato l’America dagli Anni 20 ai 60 del secolo come nessuno. All’inizio sempre Parigi. Fa tre viaggi negli anni Dieci, è affascinato da Degas, dalla luce degli Impressionisti, dal lavoro all’aperto, lezione quest’ultima che prosegue con  quotidiane camminate lungo la Senna e sui boulevards. Dipinge luoghi consueti, situazioni ordinarie. Ritorna a New York, casa e studio al 3 di Washington Square, se ne allontana solo per mesi di vacanze in automobile con la moglie Jo. Nella mostra bolognese – organizzate in collaborazione col Whitney Museum, che conserva oltre 3000 opere di Hopper – tutto questo è visibile attraverso olii importanti e numerosi disegni preparatori, energici di carboncino e già molto dettagliati. Hopper è parlare del quotidiano, del banale, dell’ordinario e svelarne la segreta solitudine. Così negli interni newyorkesi dipinti dal 1940 agli anni Sessanta: nella stanza una, due persone; interni di uffici; interni di bar. Sono gli interni che Hopper vede dalla sopraelevata ‘L’ la sera, quando torna a casa. Poi gli esterni e i notturni visti come con il grandangolo, con effetto di massima sospensione dell’evento narrato. All’effetto suspense contribuisce l’uso della luce, di cui di rado si vede la provenienza, nei notturni domina l’illuminazione artificiale di bar, piccoli alberghi, distributori di carburante. La poetica dell’essenziale, della spoliazione dell’immagine è sintetizzata in mostra da un piccolo olio di vertiginosa perfezione Stairway del 1946. Gli ultimi gradini della scala interna di una piccola casa sono dipinti in insolita prospettiva dall’interno all’esterno, come se chi dipinge stia scendendo per uscire, la porta è già spalancata, una massa di alberi scuri chiude l’orizzonte. Viene da pensare al primo cubismo, alla realtà interpretata in chiave di solido geometrico, ma l’avanguardia non fa per Hopper e l’unico suo gesto di ribellione fu quando, insieme ad altri artisti, manifesta contro il Moma che ospita ‘troppi’ lavori astratti. I suoi paesaggi, le rare fattorie bianche di luce lungo le interminabili strade del Massachusett, hanno rare presenze umane e non sono individui ma solidi, volumi necessari all’equilibrio dello spazio. Sulle coste del Maine dipinge strepitosi pezzi visibili in mostra, con un singolare approccio cinematografico molto da vicino: il faro di Light at two litghts (1927), un cilindro di bianco abbacinante, è tagliato a metà dalla messa a fuoco e i Due pescherecci (1923-24) sono come incastrati fra loro con ferri, macchinari, ciminiere, cordami inestricabili. In effetti Hopper riduce tutto all’essenza, operazione eseguita nel XX secolo da altri grandissimi come Matisse e Klee. E certo Hopper è un sommo del Novecento, soprattutto quello che, vivendo in una città che già allora anticipava il futuro, aveva colto il nocciolo amaro della modernità: un mondo che scambia tutto, che conosce e connette tutto. E dove l’individuo resta un’isola e vive una radicale solitudine.