Umberto Boccioni

genio e memoria

1296
Boccioni
Elasticità, 1912 olio su tela, cm. 100 x 100 Milano Museo del Novecento

Milano, Palazzo Reale, fino al 18 luglio
Info 0292800821 www.palazzorealemilano.it
Catalogo Electa

di Adriana Grippiolo

Per una volta il pretesto di un centenario (Boccioni muore nel 1916) coincide con la proposta di un nuovo approfondimento dell’artista, attraverso materiali inediti  anche molto curiosi. La mostra, a solo dieci anni dall’ultima tenutasi a Milano sull’artista del movimento, ruota intorno a due nuclei: documenti, lettere, disegni, scritti teorici, foto, fogli di diario e di viaggio, raccolti in una specie di book personale che proviene dalla Biblioteca civica di Verona e ricontestualizzati, e poi ben 60 dei disegni chiusi fino ad oggi al Castello Sforzesco esplorati  e contestualizzati in mostra vicino a quadri, sculture, incisioni, foto d’epoca. Il percorso espositivo è comunque cronologico, impaginato pianamente in strutture aperte in legno chiaro che dànno l’impressione di entrare ed uscire da una stanza, con una specie di filo conduttore visivo e sentimentale: i ritratti della madre. Tra i primi ritratti ancora figurativi è impaginato l’olio immerso in una luce simbolista Le tre donne (1909/10), dove disinvoltamente Boccioni ritrae madre, sorella e amante (fu uomo di molti amori ma anche, per quel tempo, di insolita ammirazione del genio femminile). Altro magnifico lavoro dedicato alla madre il disegno-acquarello futurista (e cubista) del 1915 proveniente dal Metropolitan di New York.
Fu una parabola breve e intensa quella di Umberto Bocccioni. Nasce nell’82 a Reggio Calabria da famiglia romagnola, studia a Padova e a Roma, qui è allievo di Giacomo Balla e fa amicizia con Severini e Mario Sironi. Intanto viaggia, prima necessaria meta Parigi, dove è notato da Apollinaire e stregato da Cézanne, arriva in Russia e poi a Vienna e Varsavia. Anno dirimente il 1907 sia per la clamorosa Biennale di Venezia dove espongono Previati e Galileo Chini, Sartorio, Maurice Denis e  von Stuck , sia per il trasferimento definitivo a Milano, città del divisionismo e di vivaci nuove prospettive artistiche. Fra queste il Futurismo, di cui Boccioni diventa un tenace, convinto teorico ed esponente a cominciare dal famoso Manifesto dei pittori futuristi firmato con Marinetti il 12 febbraio 1910.
Futurismo voleva dire rivoluzione formale all’insegna della spezzatura dei volumi e della loro ricomposizione in termini di movimento, eloquente la tela Elasticità del 1912. Movimento, scomposizione e ricomposizione dei volumi nella velocità significa entrare nel dinamismo produttivo europeo dell’inizio secolo, cogliere  il tempo dei nuovi mezzi elettrici e comunque dinamici – Dinamismo di un corpo umano, è una tela di un metro per un metro del 1913 – e nello stesso tempo vuol dire  rompere con la tradizione statica del racconto, lasciare il mito ottocentesco della campagna per esaltare la vita della città – il ciclo di opere de La città che sale è il più esplicito e affascinante -, gettarsi nella mischia del futuro. Ma gli anni futuristi sono anche la Prima guerra mondiale, evento che apre un capitolo contradditorio e violento tra interventismo iniziale e poi per molti- una volta sprofondati nel macello delle trincee – radicale revisione di pensiero e avversione per la violenza. Anche Boccioni va in guerra, arruolato tra i ciclisti. In una breve pausa lontano dal fronte,  a Chievo, alla periferia di Verona, passeggia a cavallo su un argine, c’è uno scarto, cade e muore. Ha 34 anni.