‘Dorso del coccodrillo’, questo significa Bamako in lingua bambara. Forse perché la capitale del Mali, grande paese a forma di farfalla al centro dell’Africa occidentale, è attorniata da sette colli, le scaglie dorsali di un coccodrillo che affiora dall’acqua. Sette accenni di falesia che proteggono questa città-rettile adagiata sulle sponde del Niger, il grande fiume che cambia colore a seconda del cielo e divide in due lo spazio urbano. I tre grandi ponti sul fiume sono le arterie di questa città dall’aria quasi antica. Remote infatti le sue origini, ma quella che guardiamo oggi è più o meno quella lasciata dai colonizzatori francesi che la conquistano e fortificano a fine Ottocento.

testo e foto di Luca Salvatore Pistone

 

Bamako ha molti ponti. Alcuni sono pedonali, come il ponte sul grand marchè in centro o quello che sovrasta la stazione degli autobus. Dall’alto di queste solide strutture in ferro si può osservare il brulicare della vita che scorre sotto: il grand marché, il cuore pulsante della città, con file di motorini, camion rossi, taxi gialli e Sotrama, i furgoni del trasporto pubblico dipinti di verde. La stazione degli autobus freme e ondeggia nel suo via-vai continuo di attese, partenze e arrivi, mille destinazioni strillate ai quattro venti che si mischiano in una litania quasi musicale, le merci che aspettano di essere caricate, il sole che picchia su tutto, senza distinzione. Da quassù formiche operose si muovono frenetiche e disordinate, un ragazzo riposa seduto sui gradini del ponte, maglietta sporca e sguardo altrove, di fronte a lui un cartellone pubblicizza materassi comodissimi e ‘dolcezza’ infinita, ma lui, come tanti giovani maliani, stanotte dormirà su una stuoia di plastica sbattuta per terra. Alcuni ragazzi sniffano colla industriale, altri il konfò, una boccettina verde tipo olio di tigre, altri ancora ingoiano pastiglie rosse mischiate con pastiglie verdi. Paradisi artificiali per dimenticare l’inferno quotidiano.
Un gruppo di giovani aiuta a scaricare un motorino cinese dal tetto di un autobus impolverato arrivato da chissà dove; una moto-taxi aspetta il suo carico quotidiano. Le merci spesso sono cinesi, anche al grand marché – una città nella città, tutto si vende e tutto si può comprare, talmente vasto e ambulante che in confronto i suq del Medio Oriente appaiono dei supermercati – la stragrande maggioranza dei prodotti è di provenienza cinese. In città c’è anche una ‘città cinese’, un centro commerciale con ideogrammi sulla facciata che sorge a due passi dalla sorvegliatissima Ambasciata cinese sulla Rue de Koulikoro.

Il Sotrama
È il vero simbolo di Bamako. Camioncini dipinti di mille colori a dominanza verde che circolano fino ai quattro angoli della città pieni zeppi di gente. Anima di ogni Sotrama è il suo prandtigué, giovane di bottega in ciabatte e blue-jeans che ha il compito di procurare i clienti, raccogliere i soldi e segnalare all’autista le soste. Queste azioni sono svolte dal prandtigué di turno che urla i nomi dei quartieri di destinazione, batte sulla carcassa del vecchio furgone con la mano su cui tiene ordinatamente stretti i soldi del cambio, salta su e giù dall’abitacolo dal portellone rigorosamente aperto e spinge dentro e fuori i malcapitati viaggiatori. Un sistema di trasporto comunitario solo apparentemente anarchico che, a suo modo, fa spostare migliaia di persone al giorno. «Non è un lavoro per tutti…essere prandtigué è un’arte» si vanta Moussa, ma non nasconde la stanchezza a fine turno «il portellone deve restare sempre aperto per via del caldo e perché così è più pratico salire e scendere». Il sole è appena tramontato su Bamako. Anche oggi Moussa tornerà a casa con i 5000 franchi CFA (Colonies françaises d’Afrique) – corrispondono a € 7,50 – della giornata, stretti forte fra le dita, come figurine.

Prandtigué in un momento di riposo. © Luca Salvatore Pistone
Prandtigué in un momento di riposo. © Luca Salvatore Pistone

Migranti
Il Mali è al centro dei flussi migratori che interessano l’Africa occidentale. Le due principali strade verso l’Europa, quella che sale da Mauritania e Marocco e quella che attraversa centralmente il Sahara verso Algeria e Libia, passano entrambe per questo paese. Ma da quando la guerra francese contro il jihadismo saheliano ha interessato il nord del Mali (2013) occupato per nove mesi da gruppi legati ad Al Qaeda nel Maghreb Islamico (AQMI), la pista migratoria che da Bamako portava a Gao e poi su nel deserto di Kidal, al confine con l’Algeria, è stata quasi completamente interrotta. Negli ultimi anni i migranti, spesso guidati da coxeur – traffichini delle compagnie di trasporto – hanno cambiato itinerario transitando per Bamako in direzione Burkina Faso e Niger, diventato il vero centro delle migrazioni subsahariane verso l’Europa attraverso la Libia.
In questa città dove i polli vengono venduti in mazzi a bordo strada, a testa in giù come i fiori, dove un qualsiasi angolo e qualche mattone sono sufficienti per costruire una moschea per viandanti, con tanto di zona per gli uomini e zona per le donne per chi è rimasto sorpreso lungo la strada all’ora della preghiera, lontano dalla moschea di casa, in questa città sgangherata – in cui tutto sembra funzionare nonostante l’apparente anarchia – il giorno si spegne all’improvviso. E gli ultimi raggi di sole di questa lunga giornata squarciano il cielo che si staglia immenso sopra del fiume Niger in una fenditura di luce che schiaccia a terra e fa sentire minuscoli.

La principale gare routière della capitale. © Luca Salvatore Pistone
La principale gare routière della capitale. © Luca Salvatore Pistone

L’AME
In Mali si apprende che «quando si chiede a un migrante di raccontare la propria storia è come sbucciare una cipolla: ci vuole tempo, pazienza e, via via che si superano gli strati più superficiali, bisogna sforzarsi di non piangere». A regalare questo segreto artigiano è Usman Diarra, volontario dell’AME, l’Associazione dei maliani espulsi. Il piccolo gruppo interamente formato da ex-migranti maliani espulsi o rimpatriati contro la propria volontà da Europa, altri paesi africani o Arabia Saudita è la prima di questo tipo in tutta l’Africa. Attraverso supporto psicologico, logistico e legale da ormai vent’anni assistono le “persone in viaggio” che transitano da Bamako. «Noi non ci arroghiamo il diritto di consigliare o sconsigliare nessuno a intraprendere il viaggio. Crediamo debba essere una libera scelta per tutti ma anche ponderata e ben informata. Il viaggio uccide, il deserto uccide ancora prima del mare. La gente lo sa ma continua a partire».
La sede dell’AME si trova in un quartiere periferico di Bamako, occupa quattro locali al secondo piano di una palazzina fatiscente, alla fine di una lunga strada sterrata. Usman, anni cinquanta, alto quasi due metri, ci passa la maggior parte del suo tempo. La sua storia è quella di molti altri membri dell’associazione. Agli inizi degli anni Novanta cerca di arrivare in Spagna, nelle Isole Canarie, a bordo di una piroga salpando dalle coste senegalesi e viene intercettato dalla guardia costiera spagnola e rimpatriato. Successivamente va in Angola per lavorare nell’industria petrolifera. Le cose vanno bene, ma ad un certo punto il governo di Luanda decide di espellere tutti gli immigrati, ufficialmente per dare maggiori opportunità lavorative ai propri cittadini. Usman non può fare altro che tornare a casa. «È così che, il 6 ottobre 1996, io e altri amici che avevano vissuto la mia stessa esperienza, diamo vita ad AME. Noi migranti respinti ed espulsi decidiamo di prendere il nostro destino in mano. AME è la prima associazione di questo tipo in Africa creata da migranti tornati non volontariamente. Ci sono sempre state ONG che si occupano di tali temi, ma questa è la prima creata dagli stessi attori interessati dal fenomeno migratorio. Andiamo avanti grazie alle offerte dei nostri soci e al consistente aiuto di qualche emigrato che può dire di avercela fatta» continua Usman «il disastro delle guerra del nord e i differenti gruppi jihadisti impediscono ai migranti di passare. Recentemente l’Algeria ha espulso un gran numero di Africani subsahariani. Questi migranti hanno preso nuove strade, come quella del Niger che da Agades porta fino all’Algeria. Le rotte sono semplicemente cambiate, invece che passare da Gao i migranti oggi passano da Bamako e dal Burkina Faso entrano in Niger, da dove è  possibile continuare per l’Algeria. Parallelamente ci sono ancora migranti che rimangono bloccati a Gao e Kidal e che cercano un passaggio per l’Algeria, partendo in piccoli gruppi scaglionati» spiega molto preoccupato Usman «anche se la strada è lunga, anche se il viaggio è duro, questi migranti continuano a partire. Hanno paura della guerra. Come dar loro torto? Guerra in Mali, Boko Haram in Nigeria, al-Shebab in Kenia: le violenze sembrano non voler trovare fine. Finché l’Africa non sarà stabile, finché non ci sarà una vera cooperazione allo sviluppo, finché i paesi africani non avvieranno una politica migratoria comune, finché i dirigenti africani non intraprenderanno serie politiche d’impiego, i nostri giovani continueranno a partire».
Secondo le stime di AME, ogni mese vengono espulsi e respinti dai paesi europei e mediorientali una cinquantina di maliani. Vengono rimpatriati in aereo. Ed è proprio all’aeroporto di Bamako che vengono accolti e sostenuti dai volontari dell’associazione. «Ho conosciuto Usman e gli altri ragazzi di AME quando venni rimpatriato dalla Francia nel 2013 – certifica il timidissimo Adama, 42 anni, originario di un piccolo villaggio nella regione di Kayes – fu il giorno più triste della mia vita. Non si può descrivere a parole una simile sensazione: un misto di fallimento, frustrazione e umiliazione». Disoccupato da anni, nel 2007 Adama lascia la moglie e il figlio poco più che neonato per intraprendere un lunghissimo viaggio verso l’Europa. Prima si reca in Senegal dove lavora come scaricatore di porto – il tempo necessario per racimolare i soldi per l’acquisto di un visto falso per l’Italia, poco più di cento dollari. Una volta a Roma fa vari e saltuari lavori che gli permettono appena di sopravvivere. Non riesce a mandare soldi alla famiglia e allora raggiunge in Francia il fratello che lavora come bracciante in una coltivazione di mele. «Nel 2007-2008 c’è stata la crisi in Italia e non c’era lavoro. Per questo sono andato in Francia, ma anche in Francia non c’era lavoro. Mi sono arrangiato un po’ ma non avevo i documenti in regola, così nel 2013 vengo fermato dalla polizia, espulso dalla Francia e rimpatriato in Mali. Si viene ammanettati mani e piedi dal centro di identificazione e fino a quando non si è in volo da un’ora. Questo è buono? No, non è buono. Tornare qui è stato peggio che morire: il lavoro scarseggiava già prima della guerra, figurarsi ora» prosegue Adama.

Nella sede dell'Associazione Maliana degli Espulsi (AME). © Luca Salvatore Pistone
Nella sede dell’Associazione Maliana degli Espulsi (AME). © Luca Salvatore Pistone

I volontari di AME, che hanno una fitta rete di contatti che li informa dell’arrivo di maliani espulsi e respinti, intercetta Adama non appena sceso dall’aereo. Gli forniscono cibo, vestiti e un alloggio provvisorio nella capitale. Sono passati due anni da quel giorno, e Adama continua a frequentare la sede di AME perché ha un obiettivo ben preciso: emigrare e fare soldi, tanti soldi. Si è sentito talmente umiliato da come è andata la prima volta che da quando ha fatto ritorno in patria non ha mai fatto visita alla sua famiglia nel suo piccolo villaggio. «Non sono un pazzo, non attraverserò mai il deserto e il Mediterraneo per arrivare in Europa. È quasi sempre morte sicura. Ci arriverò in aereo. Ed è per questo mio sogno che vengo ancora qui ad AME: la gente che ci lavora ti capisce e non ti ostacola se vuoi ripartire. Ti rende cosciente dei pericoli che un simile viaggio può comportare. Insomma, ti consiglia saggiamente. Inoltre, ti assiste giuridicamente nella richiesta dei documenti necessari. Un giorno, quando ce l’avrò fatta, e giuro su mio figlio che ce la farò, sarò uno dei maggiori donatori di AME. Parola di Adama».

Ahmed il musicista
La guerra in Mali ha lasciato la società civile in ginocchio. I jihadisti sono stati respinti dalle truppe francesi intervenute nella regione. Durante l’occupazione delle principali città settentrionali da parte della Jihad, la popolazione è stata sottoposta ad una arcaica e faziosa interpretazione della sharia, la legge coranica, e a farne le spese sono stati anche e soprattuto gli artisti. Ahmed, musicista e leader di un noto complesso locale, è dovuto fuggire dalla sua città natale, Kidal, pur di continuare nel suo lavoro.
Ahmed al-Kaidi è il leader del gruppo musicale Amanar (‘Faro’ in arabo) di Kidal, una delle maggiori città settentrionali del Mali. È un Tuareg e, come tutti i Tuareg, ha un portamento nobile, modi gentili e diretti. Poco più che quarantenne, sposato e con due figli, ha dovuto lasciare la famiglia nel nord e raggiungere la ben più sicura capitale Bamako. Attualmente è ospite in casa di una parente, nel polveroso quartiere periferico di Sirakoro, poco distante dall’aeroporto. Dopo circa dieci mesi di occupazione, le città di Gao, Timboktu e Kidal, tutte nel nord, sono state liberate grazie all’intervento francese agli inizi del 2013. Tuttavia, in molti hanno preferito non farvi ritorno perché le condizioni di sicurezza rimangono critiche e il lavoro è ancora un lontano miraggio. «Poco dopo l’inizio della crisi dovetti lasciare Kidal e riparare qui a Bamako. Quasi tutti i miei familiari sono rimasti a Kidal, ma come potrei farvi ritorno? Io vivo di musica e lì, anche se non ci sono più i jihadisti, non c’è vita, figurarsi il pubblico di un concerto» spiega Ahmed. Sin dal primo giorno di occupazione di Kidal, i jihadisti hanno imposto le loro severissime leggi: «Hanno cominciato a sequestrare e distruggere le attrezzature dei musicisti. Fare questo significa sfiancare i musicisti, ucciderli, perché non possono più lavorare. In Mali la musica è dialogo, permette alle differenti etnie di comunicare. Noi Tuareg senza musica non ci sappiamo stare: se ci raduniamo e non ci sono strumenti disponibili, iniziamo a battere le mani e a tenere il tempo. È più forte di noi. Quelli volevano vietare le feste miste con uomini e donne, ma come può tenersi una festa senza donne?» e continua «un amico chitarrista, sorpreso a suonare, è stato arrestato ma poi è riuscito a scappare e a mettersi in salvo. Un altro ragazzo, un batterista, è stato prelevato di notte in presenza dei genitori ed è stato giustiziato. A quel punto molti miei colleghi artisti hanno cominciato a scappare».

Ahmed al-Kaidi, leader del gruppo musicale Amanar di Kidal. © Luca Salvatore Pistone
Ahmed al-Kaidi, leader del gruppo musicale Amanar di Kidal. © Luca Salvatore Pistone

Sulle radio al posto della musica passava 24 ore su 24 la lettura del Corano. La gente veniva fermata per strada e i loro telefoni cellulari perquisiti da cima a fondo per verificare se al loro interno ci fossero registrate canzoni. Solo quando un commando ha fatto irruzione nella sua abitazione Ahmed ha preso la decisione di lasciare Kidal: «I jihadisti dicevano che le dita di un musulmano, in particolar modo il pollice e l’indice, indispensabili per noi chitarristi, servono esclusivamente per pregare. Quando sono venuti a casa mia, e per pura fortuna non c’ero, hanno lasciato detto di dirmi che erano a caccia delle mie dita. Per loro fare e ascoltare musica è haram (peccato), è un qualcosa di satanico». Nei mesi di occupazione jihadista era stato lanciato un sofisticato programma di welfare che prevedeva servizi di base – acqua, elettricità, gas, sanità e istruzione – gratuiti. I jihadisti erano giunti a Kidal con le borse colme di banconote. Ma col tempo questi soldi sono finiti, facendo montare il malcontento della popolazione che non ha ostacolato i francesi quando sono intervenuti nella città. L’MNLA (Movimento Nazionale per la Liberazione dell’Azawad) che sta conducendo trattative di pace con il governo di Bamako e con il quale i francesi hanno sempre avuto un atteggiamento molto ambiguo, ha fatto di Kidal il suo feudo. Questo movimento, che ha fatto il doppio gioco con i jihadisti fino a sbarazzarsene con l’ingresso dei francesi, ha oggi il completo controllo di questa strategica città del Sahel di poco più di 20 mila abitanti.
L’MNLA non ha i soldi dei jihadisti e non offre gli stessi servizi che questi ultimi hanno fornito per un certo periodo. L’economia a Kidal è ferma e i giovani stanno lasciando in massa la città in direzione di Bamako. Ma anche nella capitale il lavoro scarseggia. E i musicisti come Ahmed patiscono il clima di sospetto e terrore per i frequenti attentati.  «Il numero degli spettacoli del mio gruppo Amanar è calato. La gente ha paura degli attentati e non va quasi più ai concerti. I turisti e gli occidentali in generale erano già pochi e adesso si contano sulle dita di una mano. È difficile riuscire a racimolare soldi da mandare a Kidal. Io e i membri della mia band abbiamo scelto questo momento per far uscire il nostro nuovo album, un punto d’incontro tra musica tradizionale Tuareg e sonorità rock e reggae. Abbiamo preferito non parlare della guerra, ma del deserto, il vero grande amore dei Tuareg» conclude con ottimismo Ahmed.

Ahmed al-Kaidi, leader del gruppo musicale Amanar di Kidal. © Luca Salvatore Pistone
Ahmed al-Kaidi, leader del gruppo musicale Amanar di Kidal. © Luca Salvatore Pistone

I profughi siriani
I media ci hanno abituato a seguire il flusso migratorio dei siriani attraverso la Turchia e i Balcani per l’Europa occidentale; oppure quello che dalle coste turche conduce alla Libia e da lì verso Lampedusa. Mentre l’Europa alza muri di filo spinato e rafforza i controlli in mare, il Mali – paese lontano e instabile per via del terrorismo di matrice jihadista – si sta lentamente formando una nutrita comunità di rifugiati siriani.
“Alzato un muro si trova sempre un modo per aggirarlo”, sembra questo lo slogan dei circa cento siriani presenti nella capitale maliana. Sono quasi tutti originari di Kobane, la città del Kurdistan siriano già roccaforte della resistenza del popolo curdo all’avanzata Daesh (acronimo arabo di Dawlat al-Islâmiyya fî al-Irâq wa s-Shâm, come viene anche chiamato lo Stato Islamico). La singolare migrazione e fuga di queste poche decine di siriani prevede un tragitto ben più lungo rispetto a quello delle migliaia di loro connazionali che hanno scelto le classiche vie per l’Europa. Molti di loro sono a Bamako dall’inizio della guerra, giunti in aereo dalla Turchia con visto ordinario. Una volta giunti qui hanno ottenuto, senza troppe difficoltà, lo status di rifugiati. «Già prima della guerra c’erano dei siriani che risiedevano in Mali e in Burkina Faso. Con lo scoppio della guerra non è stato complicato per loro fare richiesta di asilo e ottenere lo status e i documenti di rifugiato. A questi poi si è aggiunto il flusso di coloro che sono arrivati durante la guerra. Gli ultimi arrivi risalgono a poche settimane fa. Ad oggi sono 82 i rifugiati siriani presenti in Mali. Di norma i siriani vanno prima in Mauritania, paese che con la Siria ha un accordo di libera circolazione. Da lì cercano di andare in Marocco e poi via mare in Spagna, ma ormai i controlli alle frontiere sono così ferrei che è impossibile passare. Allora preferiscono optare per il Mali, dove sanno che possono essere riconosciuti come rifugiati e quindi non essere espulsi. Le richieste di asilo arrivano a noi dell’UNHCR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati) le esaminiamo e poi le giriamo alla Commissione nazionale per i rifugiati del Mali”, spiega Guernas Guy-Rufin, funzionario dell’Alto Commissariato a Bamako, e aggiunge «ma in Mali la vita non è facile e così accade che i siriani si giochino la carta di Gao, tappa obbligatoria per raggiungere l’Algeria e poi la Libia da dove tentare di raggiungere via mare l’Europa. Quelli che rimangono a Bamako, senza soldi e senza lavoro, sopravvivono grazie all’aiuto dei loro connazionali insediati in Mali da più tempo. Lo so, sembra assurdo: abbiamo gente che scappa da un paese in guerra per trovare rifugio in un paese reso instabile dalla presenza jihadista e in parte ancora in guerra. Siamo quindi di fronte a due fenomeni: siriani che una volta ottenuto lo status di rifugiato decidono di restare in Mali e siriani che, non avendolo ancora ottenuto, emigrano nuovamente e sperano di trovare asilo in un altro paese, magari in Europa».  I siriani di Bamako, sia i rifugiati che i semplici immigrati, vivono nel periferico e polveroso quartiere di Faladié, sono quasi tutti curdi di Kobane e sono particolarmente orgogliosi delle loro origini. Non c’è una casa che non abbia appesa in bella vista la bandiera del Kurdistan, un tricolore col rosso, bianco e verde e con al centro un sole di un giallo acceso. Tutti i loro risparmi sono stati utilizzati per pagare l’affitto di case modeste ma ben tenute. In pochissimi possono permettersi un condizionatore, unico vero alleato contro l’asfissiante caldo dei paesi della regione del Sahel.

Aladdin Mohamad
41 anni, è il capo della comunità siriana in Mali. Da più di dieci anni risiede a Bamako, dove ha aperto una piccola società specializzata nello scavare pozzi. Da quando ha avuto inizio la guerra in Siria nel 2011, Aladdin è divenuto un punto di riferimento per i suoi connazionali. Considerate le difficoltà dei siriani nel raggiungere l’Europa e la tragica vita nei campi profughi nei paesi limitrofi alla Siria, – Libano, Giordania, Turchia – Aladdin ha consigliato ai suoi concittadini di Kobane di raggiungerlo in Mali: «Lo so, il Mali non è la Germania o la Svezia. Ma qui almeno non rischiamo di essere uccisi dal Daesh o da Assad. Qui siamo in salvo! Ottenere il visto per il Mali era molto più semplice prima, lo si poteva richiedere direttamente in aeroporto. Ora è un po’ più difficile ma non impossibile. Grazie ai miei contatti, aiuto connazionali e mando avanti le richieste di asilo. Ringraziamo i maliani perché sono brave persone, qui non è come in altri posti del mondo in cui appena sentono che sei siriano pensano che sei un ribelle o un terrorista. Però qui abbiamo problemi di diversa natura, ad esempio con la scuola: i nostri bambini non parlano francese e bambarà (lingua parlata in più paesi dell’Africa occidentale) e il sistema educativo maliano è diverso da quello siriano. Gli affitti sono carissimi e lo stesso vale per il vitto. Ci sono molte differenze tra qui e da dove veniamo e questo è il motivo per cui tanti miei connazionali che non hanno ancora ottenuto i documenti da rifugiato rischiano la vita prendendo la strada per l’Europa, attraverso Algeria e Libia».

Sadiq Ousman
59 anni, è giunto a Bamako con la famiglia, moglie e tre bambini, quasi cinque anni fa. In breve tempo lui e i suoi cari hanno ottenuto lo status di rifugiato. Sadiq ha investito tutti i risparmi nei biglietti aerei dalla Turchia al Mali e nei primi affitti della loro nuova casa. A Kobane aveva una piccola azienda agricola, ma nella capitale maliana non riesce a trovare lavoro. Riesce a mantenere i suoi cari grazie alle piccole somme di denaro che dei suoi lontani parenti gli mandano dal Canada e alla solidarietà dei suoi connazionali sul posto. «A Kobane avevo appena costruito una villetta a due piani, ma a causa della guerra abbiamo dovuto abbandonarla. Grazie ad alcuni miei contatti rimasti a Kobane ho saputo che la mia casa era stata occupata da quelli di Daesh, da quei pazzi dal cuore nero. Quando poi mi hanno detto che era stata rasa al suolo per i bombardamenti degli Stati Uniti, ho tirato un sospiro di sollievo, meglio distrutta che in mano a Daesh, se quelli sono buoni musulmani, allora io non sono più musulmano. Sogno di poter portare la mia famiglia in Canada, dove si sta bene. Qui non c’è lavoro, ma solo caldo e malaria. Siamo vivi, è vero, ma questa non è vita. Sono così disperato che se avessi i soldi tenterei la strada del deserto per la Libia, anche se sono un vecchio ormai». E ripete a denti stretti quello che per i curdi-siriani di Bamako è ormai divenuto un mantra: «Non potremo mai dimenticare Kobane. Anche se rimarrà solo terra bruciata noi ci torneremo, noi ci torneremo. Tutti noi siamo sicuri che prima o poi ci ritorneremo».

I profughi maliani
Mentre in Mali si continua a parlare dell’imminente firma di pace tra il governo centrale e i gruppi ribelli tuareg del nord, in Niger il numero di profughi maliani lievita e non si arresta. Se ne contano attualmente circa 50 mila. Le autorità nigerine, già messe a dura prova dalla massiccia presenza degli esuli nigeriani in fuga da Boko Haram, non sono più in grado di gestire l’emergenza e partner illustri come l’UNHCR sono soggetti a tagli ai fondi che non promettono nulla di buono.
Il campo profughi di Tabaribari, nella regione di Tillabéri, nel sud-ovest del Niger, è amministrato dalle Nazioni Unite e ospita circa 2 mila persone. Centinaia di tende, frutto di un collage tra teli di plastica, rami di alberi, spago e paglia, si ergono nel bel mezzo del nulla, alle porte del deserto. Qui non esistono ripari naturali dal sole e dalla sabbia. Ci si può coprire il capo con il più fresco dei turbanti e indossare la più larga delle tuniche, ma anche la più piccola distrazione può essere fatale. I servizi igienici sono all’aria aperta, di elettricità non ce n’è e l’acqua, la stessa che viene utilizzata per bere e lavarsi, viene stoccata in una grande cisterna al centro dell’accampamento. «Ce ne sono diversi di campi come quello di Tabaribari e anche di peggiori. Riceviamo sempre meno fondi: quest’anno abbiamo registrato tagli del 40% ed è probabile che l’anno prossimo i tagli continueranno. Viviamo una crisi che soffre la concorrenza di altre crisi come quelle in Siria e Iraq. Abbiamo campi che necessitano di grandi lavori per infrastrutture, latrine, docce e ripari. Siamo in una situazione che richiede inventiva. Sfruttiamo al massimo le risorse che abbiamo e la disponibilità del governo del Niger che si è dimostrato molto sensibile nei confronti dei maliani con la concessione dello status di rifugiati» spiega Benoit Moreno, responsabile delle relazioni esterne dell’ufficio dell’ Alto Commissariato di Niamey.

Il campo di Tabaribari, amministrato dall'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), ospita circa 2 mila profughi maliani in fuga dalla guerra nel nord del Mali. © Luca Salvatore Pistone
Il campo di Tabaribari, amministrato dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), ospita circa 2 mila profughi maliani in fuga dalla guerra nel nord del Mali. © Luca Salvatore Pistone

Tuareg
«Se ricordo bene sono qui nel campo di Tabaribari dal 12 gennaio 2012. Siamo stati e siamo tuttora accolti a braccia aperte dal popolo nigerino, che ringraziamo di cuore. E voglio ringraziare anche l’Onu e gli altri partner che sono qui per assisterci» esordisce Abdoullahi Abd Al Rahman, rappresentante dei Tuareg a Tabaribari. Tra i profughi maliani in Niger, i Tuareg sono il gruppo etnico più grande, seguiti dai Sonrahi, Peul e Hausa. Il campo di Tabaribari è diviso per quartieri e il settore più ampio è quello dei Tuareg. Abdoullahi è sempre al lavoro, tenda per tenda, per informarsi, farsi portavoce di centinaia e centinaia di persone: «Noi Tuareg rappresentiamo circa l’80% degli ospiti di Tabaribari. Io e la mia famiglia veniamo dalla zona di Ansongo, nella regione di Gao, ma c’è gente da tutto il nord del Mali. Molti nostri fratelli continuano a rifugiarsi in Niger». Mentre i leader indipendentisti tuareg passano più tempo ad Algeri – sede dei negoziati – con gli interlocutori internazionali, che negli accampamenti della propria gente, nel nord continuano a parlare le armi. Il controllo della città-simbolo di Menaka non smette di mietere vittime e sfollati. Nella regione di Timbuctu le cose non vanno meglio, con continui attacchi di brigantaggio e civili indifesi che ne pagano le conseguenze. L’intera zona di Kidal sfugge al controllo dell’esercito. La missione dell’Onu di stabilizzazione (Minusma) pare abbia trovato un compromesso accettabile per ristabilire un cessate il fuoco senza cui la pace resta una parola vuota. Il funzionario dell’Onu non nasconde i suoi timori: «Abbiamo un paese, il Niger, che è classificato come il più povero del mondo, che ha indicatori molto bassi anche se vengono riportati dei progressi, ma che subisce l’impatto di una folta popolazione sfollata. A tutto ciò si somma la minaccia jihadista alle porte, in Libia, Mali e Nigeria. Quello che stupisce è che nonostante tutto il Niger resiste e non si tira indietro nell’assistere i profughi. Ai nostri occhi fa molto di più di quanto possono fare le Nazioni Unite. Ma ancora per quanto?».
Nel campo di Tabaribari ciascuno può decidere se rimanere oppure no. Nella cultura di popoli nomadi come i Tuareg, la situazione di immobilità che crea un campo è solitamente inaccettabile. Ma gli abitanti di Tabaribari non hanno alternative: «Siamo scappati a causa della crisi in Mali. Il governo al nord non c’è più, non ci sono militari, lo Stato non c’è più, restano solo i civili. Non potevamo restare perché le cose non funzionavano più nemmeno fra i civili. Quando non c’è più lo stato sei costretto a chieder asilo ai paesi vicini. Non ho portato con me la mia mandria di animali, non ho avuto il tempo di prendere nulla. L’essenziale era salvare la vita della mia famiglia e la mia. Ho giusto chiuso la mia casa a chiave, ma con i combattimenti che ci sono stati avranno sicuramente rubato tutto quello che avevo. Anche le porte e le finestre della casa avranno rubato» continua Abdoullahi e precisa «nel nord del Mali uccidere una persona è diventato semplice come sgozzare un montone il giorno di festa alla fine del Ramadan». Tuttavia, si dice fiducioso: «Non ci sono notizie che ci possano far pensare di ritornare, per adesso. Però, quando ci sarà la pace in Mali, molti di noi rivedranno le loro case. Anche se qui in Niger riceviamo un buon tipo di assistenza, preferiamo fare ritorno a casa nostra, nella nostra terra. Un figlio adottivo, anche se la sua nuova madre gli dona il paradiso, vorrà sempre tornare dalla sua vera madre».