Ormai è una iniziativa che si svolge da dieci anni: tra febbraio e marzo di ogni anno, composite compagnie – nel nome di Ernest Hemingway, per amore dell’Africa, del racconto e dell’avventura – si organizzano e partecipano alla scalata del Kilimanjaro, la montagna più alta del continente africano. Giorgio Cortassa vi partecipa come medico, come amante della natura, come uomo che cerca vie solidali nuove ed efficaci. I ricavati delle ascensioni, così come sono organizzate, vanno a finanziare progetti – perlopiù di attività sportive e legate allo sport – a tutela e riscatto, per il protagonismo e l’interesse delle nuove generazioni africane.   
Nell’estate del 2002 – ai tempi in missione per conto della Cooperazione Italiana a Pechino – Giorgio Cortassa riceve una mail da un vecchio amico, Timothy Challen. Nella lettera Tim lo informa: «mi trovo in un ospedale di Ginevra in convalescenza, sono stato ferito mentre ero in missione per conto della UNFCU (United Nations Federal Credit Union) a Nairobi. Un gruppo di ragazzi armati è penetrato nel compound delle Nazioni Unite per fare una rapina, non hanno trovato granchè da portar via e, prima di  allontanarsi, uno di loro mi ha sparato a una gamba. Dopo le prime cure a Nairobi sono stato trasportato a Ginevra e lì mi hanno operato. Così mi hanno salvato la gamba. Caro Giorgio ho ancora due gambe, ma ho davanti un periodo di lunga e dolorosa riabilitazione».

testo di Giorgio Cortassa

 

Timothy Challen
Ho conosciuto Tim nell’autunno del ’96 a Lhasa, in Tibet. A quel tempo facevo una serie di lezioni di Medicina d’Emergenza ai medici locali e Tim stava completando il classico ‘anno sabbatico’ del giovane albionico. Stava lì complice una sorella di base ad Hong Kong. Noi lo abbiamo assunto nel progetto come docente di madrelingua inglese per i medici tibetani, in modo da dare loro uno strumento di accesso alla necessaria quanto sterminata letteratura scientifica internazionale. Simpatico, dinamico, sportivo, con Tim ho subito fatto amicizia, quell’inverno ci arrampicammo nella notte di Losar – il capodanno tibetano – sulla cima del Pumbari, il monte che a quota 4300 metri sovrasta la capitale del Tibet. Insieme a Tim portammo in pellegrinaggio il gruppo di studenti Tibetani al monastero di Samye e andammo a vedere la danza sacra del Karmapa ancora bambino al monastero di Tsurphu. Il Karmapa è la terza più potente reincarnazione del buddismo Tibetano dopo il Dalai ed il Panchen Lama.
Finita la missione siamo rimasti in contatto, reincontrandoci ogni tanto durante le vacanze in Italia o scambiandoci lettere. In più d’una Tim mi scriveva che il giorno della rapina era per combinazione il suo ultimo giorno di missione in Kenya e che il primo giorno di libertà era prevista, anzi organizzata, la scalata al monte più alto dell’Africa, il Kilimanjaro con i suoi 5895 metri. L’idea di salire sul ‘Kili’ gli si era conficcata in testa, più ancora della pallottola nella gamba. In quel momento però non si sapeva nemmeno se Tim sarebbe tornato a camminare.
Restammo in contatto sporadicamente. Tim mi informava dei suoi lenti progressi: fisioterapia, ginnastica, stampelle, camminare, poi passeggiare, poi il treekking sui monti svizzeri…infine a sorpresa, nell’autunno del 2005, una mail mi raggiunge mentre mi trovo nuovamente in Tibet per un altro progetto. È uno scritto pieno di energia, di sicurezze: la spedizione sul Kilimanjaro si fa, Tim mi invita ad unirmi a lui come medico della spedizione. La vecchia idea era sempre rimasta lì: saremmo saliti ai primi di marzo 2006, ma non da soli. Come nel suo stile, Tim aveva messo assieme un gruppo e l’idea era entusiasmante: ragazzi locali e persone internazionali, di ogni ceto e ogni gruppo sociale, persone dagli slums di Kibera a Nairobi ai grattacieli della Fifth Avenue a New York, per condividere un’esperienza di avventura e di sport. Accettai immediatamente.

Uhuru Peak
2 marzo 2006, ore 9, Uhuru Peak: il primo Team Kilimangiaro Initiative in vetta. © T. Challen

La prima sul Kili e con chi
Così ci ritrovammo, il 2 marzo 2006, alle 9 del mattino, sulla vetta del Kili, ad Uhuru point. Rivedo questa foto di gruppo di me con giovani amici africani, compagni nell’impresa. Fu una bella avventura. Montagna entusiasmante ed ancor più entusiasmanti compagni: il generale Sarakikya con il capo delle guide, Emmanueli, entrambi ben over-60, due personaggi storici, colonne mitiche di questa montagna; l’amico Maui Wilson da Arusha detto ‘Commander’; Mr Mick Connery e Miss Pam Agnone da New York – alti ufficiali UNFCU (United Nations Federal Credit Union) – con la giovane Judy Waithira ed il simpatico ‘rapper professionale’ Jose Gigi-Ogidi a fianco di George e di Kalenghe, poliziotti a Nairobi; il somalo Ismal che aiutava il simpaticissimo Jo-Yan, manager della Walt Disney ad Hong Kong… solo per citarne alcuni! Ricordo che Judy, che allora era una ragazzina di 40 kg di peso, poco prima della vetta cadde a terra esausta vomitando… per la quarantesima volta! Ma ce la voleva fare. Le diedi una polverina qualunque dicendole che andava tutto bene e si  rialzò in piedi. Questi ragazzi erano animati da uno spirito di riscatto, erano fantastici!
Tornando giù verso la base di partenza a Marangu, Tim si rende conto che questa esperienza, che doveva essere unica – sciolto la sorta di voto della scalata – aveva la potenzialità di diventare qualcosa di più. Si trattava di istituzionalizzarla e di renderla utile, aggiungendo al piacere di farla qualche utilità. Mette sul tavolo allora un progetto ambizioso e articolato: la salita al Kili si sarebbe ripetuta, ogni anno, tra febbraio e marzo – la finestra meteo migliore – mettendo insieme ogni volta ragazzi locali e persone provenienti da qualsiasi altra parte del mondo e da qualsiasi ceto. Coi fondi raccolti si sarebbe finanziato un progetto di supporto alla gioventù locale focalizzato sullo sport come attività formativa e come alternativa alla violenza ed alla criminalità. Era nata ‘KI’, la Kilimanjaro Initiative.
E così è stato. Ogni anno da allora, sino a questo ultimo del decennale, con sempre nuovi elementi nel gruppo di scalatori, il progetto ‘KI’ si rinnova tra febbraio e marzo, salendo i convenuti in cima al vulcano del Kili. I giovani africani reclutati tramite un processo di selezione vengono equipaggiati di tutto punto, allenati e preparati alla missione da Commander Maui nel corso di alcune dure settimane in palestra, nella savana e nella jungla, prima della scalata. Ed i fondi raccolti dalle adesioni internazionali sono serviti e servono per costruire campi di calcio, palestre, finanziare attività scolastiche a beneficio di giovani bisognosi. Alcuni dei membri delle prime missioni sono entrati a far parte dello staff del nuovo progetto. Oggi  Judy Waithira, ad esempio, è madre di una bella bambina e ufficiale amministrativo della Kilimanjaro Initiative e tiene un blog nel sito del progetto che ha il titolo della canzone ‘Vivi la vita come se non ci fosse un domani’ (Living life like there is no tomorrow). No, anzi, vivi la vita progettando un futuro.

Kilimanjaro
Briefing del mattino con Commander Maui e Tim Challen. © G. Cortassa

10 anni
Quest’anno, 2016, ricorre il decennale della prima ascensione (http://kiword.org). Tim mi invita a tornare, per celebrarlo. Non mi tiro indietro, malgrado i dieci anni in più – e questo conta – e conta il fatto che parto da zero, dal livello del mare della Liguria dove abito e lavoro, sono lontani gli anni in cui lavoravo come medico sull’altipiano del Tibet, curavo la gente della montagna, costruivo presidi sanitari a migliaia di metri di altezza, nel quadro di una missione internazionale, insomma, ero abituato alla montagna. Quest’anno siamo saliti per una via alternativa alla classica ‘Marangu  Route’ che comporta una rapida ascesa di quota in soli tre giorni e mette molto alla prova le capacità di adattamento alla altitudine. Abbiamo fatto la ‘Rongai Route’, una via alternativa, di una bellezza selvaggia, via che richiede cinque giorni per salire progressivamente sino alla base di partenza per il passaggio finale, il rifugio Kibo a quota 4700 metri. Da qui si parte a mezzanotte per giungere poco prima dell’alba a Gillman’s point, quota 5700, da lì si segue la cresta del vulcano spento sino a Uhuru, quota 5895. A metà del percorso in cresta, a Stella Point, il sole che sorge sull’Africa e scalda le mani ed il cuore dopo una notte passata a soffrire sul duro pendio verso Gillman’s è una visione incancellabile. Ma, come dice Timothy, l’esperienza è una di quelle che non si puo’ raccontare: bisogna provarla.
È stato di nuovo tutto come allora, sono passati dieci anni, ma è stato come la prima volta. Compagni fantastici, vengono da Marangu, da Arusha, da Nairobi ed altri altrettanto fantastici che arrivano sin qui da Ginevra e da New York. C’è il giovane Safari Makau, boxeur di 25 anni da Kibera, Nairobi, con Kumiko Matsura-Mueller, ex alto ufficiale UNHCR, da Chambesy, Svizzera, alla sua prima esperienza tra tende e montagne. Si inerpica sul sentiero Henk van Renterghem – ufficiale UNAIDS (United Nations Programme on HIV/AIDS) – insieme a David Nyaki e Sarapia Massawa, entrambi della tribù Chagga che vive nel villaggio Arisi, zona di Marangu. Scala la montagna Shakila Omulisia, giovane mamma ‘single’, con Kevin Okumu, orfano di padre con tre fratelli. Entrambi non hanno potuto – per ora – completare gli studi a Nairobi. Immaginateli fianco a fianco mentre salgono sul Kili assieme a Yohannes Skoda, scenografo, che viene dagli USA e a Ming Chiang, cinese di Formosa naturalizzato americano, ufficiale UNFCU a New York! Alla fine quasi tutti siamo arrivati in vetta. Da questo punto di vista, questa è la spedizione al Kili di maggior successo da quando esiste il progetto. Una grande soddisfazione, da custodire nel cuore per sempre. Soprattutto perchè c’erano alcuni dei vecchi e molti nuovi. Con le stesse idee della fondazione e lo stesso programma: aiutare le persone. Forza della cooperazione che qui, su questa vetta, unisce manager non più giovanissimi e ventenni africani di belle speranze.

kilimanjaro
Campo 5 al rifugio Kibo. Sullo sfondo il Mawenzi (mt.5149). © J. Novik

La Montagna
Il monte Kilimanjaro è un vulcano quiescente situato in Tanzania al confine nord-orientale col Kenya. Non esiste documentazione storica di eruzioni di questo vulcano, tuttavia alcune leggende locali farebbero risalire l’ultima di esse a soli 170 anni fa. Il complesso vulcanico è costituito  da tre coni: lo Shira, mt. 3962, ad Ovest, che è il più antico; il Mawenzi, mt. 5149, ad Est; al centro il più recente Kibo, mt. 5895, che mostra tuttora qualche segno di attività in forma di sporadiche fumarole. Secondo studi recenti il magma si trova al di sotto del cratere del Kibo a soli 400 metri di profondità. Esiste quindi la possibilità teorica di  esplosione – o di collasso – della intera montagna.
La pianura desertica tra il Mawenzi ed il Kibo, nota come ‘Sella dei Venti’, è una spettacolare zona di tundra d’alta quota che si estende per 3600 ettari, la maggiore di tale tipo nell’Africa. Con i 5895 metri di quota del Kibo nel punto più alto della cresta – noto con il nome di Uhuru Peak – il Kilimajaro costituisce la maggiore montagna dell’Africa, la montagna singola più alta del mondo ed una delle cosiddette ‘Seven Summits’ del pianeta. La sommità del Kibo è coperta da un ghiacciaio perenne, il Rebmann Glacier, intitolato alla memoria del tedesco missionario-esploratore che per primo ne segnala la presenza in Occidente nel 1848. Gli studi glaciologici dimostrano che dal 1912 al 2000 il ghiacciaio si è ridotto dell’82%.
Dal punto di vista politico la vicenda del Kilimanjaro è questa: appartiene all’Africa Orientale Tedesca dal 1880 al 1918, viene successivamente incorporato nel Tanganika, colonia britannica sino al 1961, quando il capo-guida Emmanueli di Marangu potè finalmente piantare ad Uhuru Peak – noto sino al 1918 come Kaiser Wilhelm Spitze – la bandiera della Tanzania indipendente. La prima ascensione documentata della montagna risale all’8 ottobre 1889 ad opera di Hans Meyer, Ludwig Purtscheller e Yohanas Kinyala Lauwo. Attualmene il Kilimanjaro costituisce il secondo più importante Parco Nazionale della Tanzania, parco che ha generato 51 milioni di dollari di reddito nel 2013 con presenza annuale di oltre 16.000 scalatori dando lavoro – sebbene stagionale, irregolare e spesso in condizioni non ottimali – a 11.000 tra guide, portatori e cuochi di etnia locale. Esistono sette vie ufficiali di ascesa-discesa del Kilimajaro. Esse sono le vie: Marangu, Rongai, Shira, Umbwe, Mweka, Lemosho e Machame, quest’ultima considerata una delle vie più estreme e più ripide.
La più frequentata è la Marangu Route, che comporta una salita in quota in tre giorni con tappe da Marangu mt. 1330 a Mandara mt. 2730, poi Horombo mt. 3730, penultima tappa Kibo a mt. 4720 e da qui con partenza notturna si arriva in sommità ad Uhuru mt. 5895, per l’immediato e obbligato rientro entro la notte stessa per il pernottamento ad Horombo. Questa procedura defatigante – che comporta 36 ore di impegno cardiorespiratorio con solo brevi pause di ristoro – è necessaria per evitare un pernottamento di personale non completamente acclimatato a Kibo, pernottamento che comporterebbe quasi sicuramente una malattia d’alta quota potenzialmente pericolosa.
Più graduale, e quindi meno gravata dalla malattia d’alta quota, la Rongai Route con tappe, dall’ingresso a Nalemuru Gate mt. 1970 a Simba camp mt. 2638, poi Second Cave mt. 3475 e Kikelewa Camp mt. 3675, quindi Mawenzi Tarn a mt. 4310 e infine Kibo a mt. 4720 con successivo sviluppo di salita e discesa analogo alla Marangu Route. La Rongai Route – quella seguita per la prima volta quest’anno dal team della Kilimanjaro Initiative – include campeggi in aree altamente scenografiche, come quello alla base del Mawenzi, oltre ad una indimenticabile traversata del deserto d’alta quota della Sella dei Venti con impressionanti vedute del Kibo.

L’ascesa
L’ascesa lungo le vie ufficiali non richiede di norma l’uso di corde e capacità tecniche alpinistiche, ma comporta un impegno cardiorespiratorio estremo e richiede buona preparazione fisica ed equipaggiamento personale adeguato, oltre ad una ottima organizzazione tattica e logistica. Le quote operative sono infatti ben al di sopra di  quelle in grado di indurre rilevanti malattia d’alta quota – Edema Polmonare o HAPE High Altitude Pulmonary Edema e Edema Cerebrale d’alta quota – ; altri pericoli derivano dalle possibili basse temperature – sino a meno 25 Celsius – e dal forte vento o maltempo in cui si può incorrere in quota. Da quest’ultimo punto di vista la finestra meteo migliore corrisponde alla seconda metà di febbraio ed alla prima metà di marzo.
Secondo studi del 2003-2005 la percentuale di successo nel raggiungimento della sommità è stata stabilita al 61.3%. Il 77% degli scalatori presenta nell’affrontare la montagna sintomi leggeri di malattia acuta d’alta quota – AMS (Acute Mountain Sickness) – come cefalea, inappetenza, vomito e diarrea. Secondo quegli studi la mortalità tra gli scalatori sulla montagna è stimata molto bassa (0.0136/1000) e le relative cause sono soprattutto HACE/HAPE con altre complicazioni mediche o in misura minore traumi maggiori per cadute sulle rocce. Nel complesso il Kilimanjaro è considerato una montagna sicura in quanto la sua condizione di rilievo isolato permette una rapida evacuazione del malato di HACE/HAPE a quote di sicurezza. Sebbene rudimentali, i sistemi di soccorso locali sono infatti sufficientemente efficaci.

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Il team KI-2016 sulla Sella dei Venti. © M.Dabkowski

Il leopardo di Hemingway
Il Team della Kilimanjaro Initiative nell’anno 2016 è costituito da 26 scalatori e 82 tra guide, portatori e personale logistico. La percentuale di successo in vetta è stata del 92.3% con 0% incidenti maggiori, un incidente minore (distorsione di ginocchio) e soli tre casi di leggera malattia d’alta quota, dei quali uno solo ha comportato il ritiro dello scalatore. Il team si avvale storicamente sin dal 2006 della consulenza e collaborazione dei maggiori esperti della montagna, personaggi leggendari quali il generale Nelson Sarakykya ed il capo guida Emmanueli,  il quale ha lasciato solo qualche anno fa l’incarico all’attuale capo-guida, il figlio Elias. Il campo base di partenza ed arrivo è ormai tradizionalmente organizzato nella splendida cornice del Marangu Hotel tra i bungalows, i prati all’inglese ed una piscina al margine della jungla. La famiglia inglese che – da diverse generazioni – gestisce il Marangu Hotel, fa questo lavoro sin dal 1932. Tra le tante magnifiche foto storiche in bianco e nero sulle pareti dei bungalows dell’antico hotel, c’è perfino la foto del famoso leopardo ghiacciato di Hemingway (“Presso la vetta c’è la carcassa stecchita e congelata di un leopardo. Nessuno aveva saputo dire che cosa cercasse il leopardo a quella altitudine”) .
Ma soprattutto sia il progetto Kilimanjaro Initiative sia tutta l’organizzazione di base logistica locale, hanno solide radici di profondo rispetto e collaborazione reciproca con la popolazione di Marangu e di Moshi, popolazione che comprende benissimo l’importanza di queste attività come fonte di reddito e di sviluppo sostenibile, non solo economico ma anche culturale. Ed è proprio questo quello che fa la differenza, che dà un senso ulteriore a tutta l’operazione. Sali su non solo per far bene a te stesso, ma anche per far bene a chi più ha bisogno. Quando le cose stanno così, vale la pena partire.

Alba ad Horombo
Alba ad Horombo. © F. Masiero

Le attività del progetto
Il progetto ‘KI’ è attualmente impegnato: a) nella gestione di una palestra e un team sportivo di boxe a Kibera, la più grande baraccopoli alla periferia di Nairobi. Il team include 30 ragazzi del posto. Il progetto ha anche finanziato una piccola attività commerciale di cine-fotografia collegata al club, così che il team possa avere una fonte di reddito e divenire maggiormente autosostenibile; b) gestisce e coordina la realizzazione del programma ‘Fight for Peace’ in Kenya. Questo programma, iniziato nelle favelas di Rio, vuole realizzare una correlazione tra attività sportiva ed educazione-sviluppo personale. ‘KI’ supporta l’implementazione di tale programma a Nairobi coinvolgendo attualmente 10 team sportivi di boxe per un totale di oltre 1000 giovani; c) attivazione di un gruppo di supporto psico-sociale, assistendo giovani che hanno sofferto di stress post-traumatico. Dopo aver offerto loro supporto KI ha assistitto 20 di loro nella realizzazione di una piccola attività commerciale basata sulla realizzazione di bigiotteria; d) un programma radiofonico settimanale tutti i venerdì pomeriggio sulla radio locale Pamoja FM. Il messaggio portante di tale programma è indirizzato ai giovani, focalizzandosi sull’agire in maniera responsabile. Alla data attuale il programma KI ha raccolto – dal 2006 al 2016 – oltre 1 milione di dollari ed ha portato oltre 400 scalatori in cima alla montagna più alta dell’Africa, molti tra loro giovani provenienti da comunità disagiate. Scalare il Kilimanjaro dà a questi giovani speranza ed autostima inducendoli a far meglio per se stessi e per le loro comunità. Ogni scalata – dal 2006 ad oggi – ha avuto un tema di fondo. La prossima scalata è in programma per il 3 marzo 2017 ed il suo tema sarà ‘Gioventù e Pregiudizio’.