Tunisi, gennaio 2016, a Gammarth, in uno degli hotel di lusso della zona turistica della capitale, sono riuniti da diversi giorni un centinaio di libici nel tentativo di varare un governo di unità nazionale che possa affrontare il caos in cui si dibatte il Paese. La sala di ingresso e quelle adiacenti sono invase da decine di lobbisti, esponenti tribali, membri dei due parlamenti, militari, rappresentanti di città ed etnie che passano ore seduti a parlare, discutere e fumare, mentre in una sala riservata si giocano i destini della Libia. Il tempo è agli sgoccioli, devono rendere nota la lista di coloro che faranno parte del nuovo governo, si parla di almeno ventiquattro ministri, sono tanti, troppi, ma necessari per non scontentare nessuno nel complicato puzzle dell’ex-paese della ‘rivoluzione verde’.

testo e foto di Cristiano Tinazzi

 

In panoramica, di fronte c’è Othman Bensasi, ex membro del Consiglio Nazionale di Transizione ed ex consigliere politico del Primo ministro Ali Zeidan. Bensasi viene da Zuwarah (Zawra), città della Tripolitania conosciuta soprattutto per essere uno dei porti principali utilizzati dai trafficanti di migranti verso l’Europa. Negli ultimi mesi le autorità locali sono riuscite a debellare diverse organizzazioni criminali arrestando in questo modo il flusso di migranti. “Abbiamo in stato di detenzione – dice Bensasi – più di cinquantacinque persone, ma non possiamo processarle perché se le mandiamo a Tripoli la procura le fa liberare”. L’instabilità del Paese si vede anche in questo, nell’incapacità di amministrare la giustizia. Poco più in là c’è il segretario del vice Ministro Ahmed Maiteeq, di Misurata, poi i tripolini. Più a destra qualcuno di Sabratha. In questo albergo di Tunisi si trovano vicini di banco navigati diplomatici con un lunga militanza nel passato regime, come l’ex ambasciatore libico in Italia Hafed Gaddur, uomo ancora molto potente in Libia (e in Italia), e giovani della rivoluzione del 2011 come Huda Abuzeid, giornalista e producer della Bbc. Nel 1995 suo padre, Ali, venne ucciso nel suo negozio di Westbourne Grove, Londra ovest, in circostanze poco chiare. Si trattò di un accoltellamento, definito dalla polizia ‘poco professionale’, in ogni caso attribuito ad un killer inviato da Gheddafi. Ali Abuzeid era una delle figure chiave dell’opposizione a Gheddafi, uno dei tanti nomi che il Colonnello inserì nella lista dei ‘cani randagi’ che parteciparono al fallito colpo di stato del 1984, uomini da cercare ed eliminare in giro per il mondo. «Questa è una seconda rivoluzione. Quella del 2011 non è andata a buon fine e adesso ne dobbiamo fare una seconda» dice Huda figlia di Ali Abuzeid, che si trova qui per dare una mano al nascente governo fornendo la sua professionalità ed esperienza nel campo dell’informazione. Huda è ottimista, crede che tutte le questioni ancora sul tavolo e motivo di discordia tra le parti saranno appianate e che il premier designato, Fayez al Serray, riuscirà ad insediarsi nella capitale.

Resti di scontri al vecchio scalo aereo
Resti di scontri al vecchio scalo aereo. © Cristiano Tinazzi

Tripoli, marzo 2016. Una nave, proveniente dalla Tunisia, è da poco entrata in porto. A bordo, Serraj, Maiteeq e altri membri del governo. A riceverli ci sono degli ufficiali della Marina libica. Con un’azione di forza nei confronti del General National Congress (Gnc) il parlamento ribelle guidato dal Primo Ministro Khalifa Gwhell, Fayez al Serraj e il suo Consiglio Presidenziale sbarcano nella capitale libica via mare, con un gommone a motore. Situazione paradossale, dove lo stesso Ghwell prima intima a Serraj di ripartire pena l’arresto e poi si ritira prudentemente verso Misurata lasciando campo libero all’avversario politico. Una ritirata che dura pochi giorni. Dopo una serie di voci che lo danno per dimissionario, lo stesso Ghwell annuncia di essere ancora in carica, riportando da due a tre i governi che sono ancora presenti sul suolo libico. Nelle stesse ore diversi membri del General National Congress aderiscono al governo di Serraj, rendendo la situazione ancora più intricata. Serraj intanto esce dalla zona del porto dove si trova la base navale di Abu Sitta per una visita veloce in centro città. Il premier, accompagnato dalle sue guardie del corpo e da alcuni fotografi, si ferma in piazza dei Martiri, la piazza centrale di Tripoli, il simbolo della città insieme al castello Rosso e alle mura della città vecchia. Saluta le forze di polizia, i passanti, per poi dirigersi a piazza Algeri, nell’ex quartiere coloniale italiano e alla moschea per la preghiera del venerdì. Ormai le carte sono state scoperte e lui ha buttato sul tavolo la carta che è data come la migliore del mazzo.

Fayez Al Serraj
Ma chi è Fayez Al Serraj? Nato nel 1960, proveniente da una famiglia molto conosciuta a Tripoli, membro del governo sotto Ahmed Maiteeq dal maggio al giugno 2014 di lui, prima del 2011, si sa poco o nulla. Nel periodo della dittatura del colonnello Mohammar Gheddafi ha ricoperto diversi incarichi al ministero dell’edilizia e dello sviluppo urbano. Il padre, Moustafa Serraj, è stato un importante uomo politico, più volte ministro, durante la monarchia di re Idriss I. Proprietario di una società di consulenze, Serraj è da molti considerato la persona giusta per affrontare la via del dialogo tra le troppe fazioni che si contendono il potere nel Paese. Non ha nessun legame o affiliazione con alcuno di questi gruppi, molte riserve accompagnano la sua presenza, lo si descrive come ‘una nube di incenso negli occhi’ come un burattino manovrato dalle Nazioni Unite e imposto dalle potenze straniere. Nella capitale intanto non succede nulla. Niente sparatorie, niente scontri armati o bagni di sangue. La milizia di Salah Badi, dopo aver dato fuoco a una tensostruttura che ospita manifestanti pro Serraj in piazza dei Martiri, si ritira verso Misurata senza sparare un colpo. Per il momento. Salah Badi è un personaggio temibile. Ex membro del Cnt, il Consiglio Nazionale di Transizione che ha guidato il Paese dai giorni della rivolta contro Gheddafi fino alle prime elezioni libere del Paese nel 2012, Badi è stato il comandante delle operazioni militari a Misurata. Pilota di caccia sotto il regime di Gheddafi (diede la dimissioni, dicono, per protesta contro la guerra libico-ciadiana), ha guidato la coalizione ‘Fajr Libya’ (Alba Libica) in funzione anti Tobruk durante la seconda guerra civile del 2014 (famoso è un video che lo ritrae alla testa dei suoi uomini mentre sferra l’attacco finale all’aeroporto della capitale). Un duro, poco incline agli accordi, che esce dalla cosiddetta coalizione ‘islamista’ e forma un suo gruppo di milizie, il ‘fronte Sumood’, ostile a qualsiasi tregua con Tobruk e all’intermediazione Onu.

Aeroporto di Tripoli
Aeroporto di Tripoli. © Cristiano Tinazzi

Uno Stato federale
Altro importantissimo consenso che ha incassato Serraj pochi giorni dopo il suo arrivo è quello di Ibrahim Jadran, il potente capo delle Guardie Petrolifere, la Petroleum Facilities Guard (Pfg), la milizia che ha in mano la sicurezza degli impianti di estrazione e dei terminal petroliferi nel Paese. Una forza militare formalmente alleata di Tobruk e del generale Haftar, ma nei fatti totalmente indipendente. Jadran, trentatré anni, è originario di Ajdabiya. Nel 2011 è uno dei tanti comandanti ribelli all’interno del variegato panorama dell’opposizione a Gheddafi. L’anno seguente gli viene assegnato il comando delle Guardie Petrolifere. Nel 2012 incominciano i ricatti petroliferi di Jadran. Nel mese di luglio ordina a quella che in precedenza era una task force governativa, di chiudere due tra i più importanti terminal petroliferi con la scusa di volere più autonomia per la regione di Bengasi. Da quel momento gli scioperi e i blocchi di produzione ed esportazione diventano un’arma di ricatto nelle mani di Jadran nei confronti della autorità centrali. Nel 2012 tre mesi di chiusura degli impianti sono costati al Paese cinque bilioni di dollari. Ma Jadran ha capito che può fare quello che vuole e utilizza le Guardie Petrolifere come una milizia personale, inglobando uomini da Sirte a Bengasi. Un esercito privato composto da migliaia di persone (alcune stime parlano di almeno ventisettemila uomini). Da quel momento prende piede anche il progetto politico, non solo militare di Jadran: l’idea federalista, ovvero una maggiore autonomia alle tre regioni libiche (Cirenaica, Tripolitania e Fezzan) e quindi anche indipendenza nella gestione delle risorse petrolifere, di cui la Cirenaica ha grande abbondanza. Lo stato federale immaginato da Jadran vede il potere centrale detentore solo del controllo delle forze armate e degli affari esteri. È a Tripoli però che ha sede la National Oil Corporation (Noc), l’ente predisposto alla gestione delle risorse petrolifere del Paese. Jadran vuole che la Tripolitania smetta di essere il centro politico ed economico della Libia. Nei primi mesi del 2014 viene tentato un colpo che, se portato a compimento, potrebbe sancire un precedente e, di fatto, determinare l’autonomia, se non politica, almeno commerciale della Cirenaica: la petroliera Morning Glory, battente bandiera Nord Coreana, attracca nel porto di al-Sidra, uno dei terminal della ‘mezzaluna petrolifera’ sotto controllo di Jadran, senza autorizzazione da parte delle autorità centrali libiche. Il Primo Ministro Ali Zeidan, incapace di esercitare il suo potere nei confronti del ribelle capo milizia, viene sfiduciato da un voto del Congresso e scappa all’estero, in Germania, per timore di rappresaglie. Lo sostituisce ad interim il ministro della difesa, Abdullah al Thani. Dovo aver preso il mare con un carico di 234mila barili, e aver forzato il blocco navale governativo, la nave pirata viene poi fermata al largo delle coste di Cipro dai Navy Seals americani della portaerei Roosevelt, che la riconsegnano nelle mani del governo di Tripoli. Al-Sidra, Zueitina, Ras Lanuf, insieme a Brega, sono tra i più importanti porti petroliferi della Libia, situati tra Sirte e Bengasi. La zona, contesa durante la guerra civile del 2011, ha visto per mesi il fronte proprio su Brega. Nel dopoguerra questo territorio costiero semi desertico ha subito attacchi e chiusure degli impianti a più riprese. Le guardie petrolifere sono state accusate di ruberie e sottrazione di risorse anche dal presidente della National Oil Corporation, Mustafa Sanalla, molto critico nei loro confronti: «Stimiamo che le attività delle Guardie petrolifere abbiano causato il decremento del 70% della produzione petrolifera. La loro unica fedeltà è quella verso i soldi» dice in una intervista a un quotidiano americano. «Prima che l’Isis attaccasse Ras Lanuf avevamo mandato una petroliera a svuotare parte dei depositi ma il signor Jadran ci ha impedito di eseguire l’operazione. Avremmo potuto salvare il petrolio ma le Guardie petrolifere ci hanno boicottato e poi hanno completamente fallito nella difesa degli impianti, consentendo i terroristi di danneggiarli e di incendiare i depositi» dice Sanalla «non erano molti i miliziani dell’Isis, quindi non capiamo come mai le Pfg si sono ritirate. Hanno fallito nel loro compito, quello di proteggere le strutture».

Petrolio e amnistia
Con il prezzo del barile che ha perso circa il settanta per cento del suo valore dai massimi del 2008 e una produzione interna che oscilla dai 300 ai 490mila barili al giorno (contro il milione e seicentomila del 2011) la Libia, secondo stime del Fondo Monetario Internazionale, ha registrato un deficit pubblico pari al 44% del Pil nel 2014 e al 54% nel 2015, uno dei più alti nel mondo. In una economia dove il novantacinque per cento delle esportazioni si basa su petrolio e gas e dove il novantanove per cento delle entrate provengono da questi settori, è facile capire che chi controlla il settore energetico controlla tutto il Paese. «Siamo pronti a parlare con chi gestisce il controllo delle infrastrutture nell’area di Sidra e in altre zone – dice Ahmed Maiteeq, ex Primo Ministro del General National Congress e vicepremier nel governo di Fayez al Serraj – anche se al momento abbiamo ancora qualche problema di comunicazione. Credo che già nel giro di qualche settimana riusciremo a far ripartire la produzione, anche se certamente non ai livelli precedenti, questo sia nella zona di Sidra sia nell’area tuareg, ad Al Wafa e El Feel (quest’ultimo, El Feel o Elephant Field è cogestito da Eni e dalla National Oil Corporation Libica). Riguardo agli investimenti esteri abbiamo già parlato con i nostri partner europei, specialmente con gli italiani». Sulle prossime mosse del governo Serraj il politico di Misurata ha le idee abbastanza chiare:«Credo che siano stati fatti grossi errori negli ultimi quattro anni e molte realtà sono state estromesse dal potere, cosa che ha creato in seguito problemi. Noi siamo pronti a prendere tutti a bordo. Nello spirito dell’accordo di unità nazionale non ci saranno più discriminazioni tra le varie tribù ed etnie. Ci sono problemi in diverse città, lo sappiamo, ma organizzeremo un consenso il più vasto possibile cercando di dare la massima rappresentanza a tutte le espressioni della società libica». Il che, tradotto, significa trovare un accordo per reintegrare tutti gli ex funzionari pubblici, militari e amministrativi, che pur avendo lavorato sotto il regime fino all’ultimo, non si siano sporcati le mani di sangue o abbiano fatto parte direttamente dell’inner circle di Gheddafi. Una sorta di amnistia, valida anche per le tribù che hanno sostenuto il colonnello fino alla sua morte, come parte dei Warfalla nella provincia di Bani Walid o i Wershafana in quella di Tripoli.

Miliziano di Fajr
Miliziano di Fajr. © Cristiano Tinazzi

Il Califfato
Sirte, la capitale del califfato libico, non è molto lontana. Bin Jawad, una delle città prese dallo Stato Islamico nel gennaio 2016, è situata a circa trentacinque chilometri da al-Sidra. Una zona davvero strategica: petrolio, porti, guardie petrolifere, ne fanno il fulcro del problema e del potere nell’intera regione. L’espansione del califfato in questa zona è stata resa possibile anche dalla litigiosità di vari gruppi tribali e a una nutrita presenza di gruppi legati ad Ansar al Sharia. Più volte si è parlato anche di una supposta affiliazione allo Stato Islamico di Osama Jadran, uno dei fratelli del potente Ibrahim (l’altro, il maggiore, è il sindaco di Ajdabiya), in precedenza proprio comandante militare di Ansar al Sharia. Strategicamente, la conquista di Bin Jawad potrebbe essere la prima mossa di un piano militare ancora più vasto, ovvero quello di puntare a prendere la strada che collega Tobruk a Bengasi. Prima però ci sono da conquistare le varie località della cosiddetta ‘mezzaluna petrolifera’ poste sulla strada costiera. Si tratta di circa trecento chilometri nel deserto a sud del golfo di Sirte, tra le quali al-Sidra, Ras Lanuf, Brega e Zuetina, ma anche impianti di estrazione come i pozzi petroliferi di Ghani, situati a sud della ‘capitale’ libica di Daesh. Gli stessi impianti sono stati chiusi, dopo essere stati attaccati a febbraio e marzo (uccise undici guardie, e sequestrati tecnici, forse anche occidentali). Una mezzaluna strategica, questa, difesa dalle Guardie Petrolifere di Jadran, e importantissimo snodo per l’esportazione del greggio vero l’estero.

Zero energia
L’obbiettivo dello Stato islamico non sarebbe il controllo e la gestione diretta degli impianti come già avvenuto in Siria e Iraq (dove gli impianti sono stati fatti funzionare con l’ausilio di manodopera qualificata locale), ma la chiusura totale della produzione petrolifera e quindi dell’esportazione dell’oro nero verso l’Europa, come preannunciato anche nei mesi scorsi da uno dei leader dell’Isis in Libia, Abul Mughirah al Qahtani, definito in una intervista pubblicata da Dabiq, mensile dello Stato islamico, come il ‘leader designato’ di Daesh nella ‘provincia’ libica. Al Qahtani infatti nell’intervista spiega, nel quadro dell’importanza strategica della Libia come ponte tra Europa e Africa, che obbiettivo e problema è il controllo delle sue vaste risorse petrolifere e di gas come strumento per privare l’Europa, e l’Italia in particolare, di importanti risorse energetiche. Da qui la possibile strategia per il controllo dei terminal, integri o meno questo non importa. A confermarlo è lo stesso Mustafa Sanalla della National Oil Corporation: «L’Isis non sta occupando le strutture, le sta danneggiando. Vogliono distruggere la cosidetta ‘economia identitaria’ del Paese e così impedire l’unità del Paese sotto un unico governo». Lo Stato Islamico dopo una iniziale espansione verso sud est, si blocca a Bin Jawad. Tra il quattro e il cinque gennaio 2016 l’Isis attacca al-Sidra. Gli incendi, provocati dagli scontri, hanno interessato almeno cinque serbatoi di stoccaggio, mentre i morti tra i miliziani di Jadran sarebbero stati una decina e oltre quaranta i feriti. Incerto il numero dei morti tra gli assalitori, ma quattro di loro sono stati identificati: sono i kamikaze che hanno compiuto i due attentati suicidi contro un checkpoint e altre installazioni a difesa della struttura. Nessun libico tra di loro. Abu Muad Al-Ghurhani, Abu Hamam Al Ansari, Abu Abdalla Al Ansari e Abdulrahman Al Mohajer sono i nomi dei quattro attentatori, tutti provenienti dal Sudan, segno che ormai lo Stato Islamico in Libia è diventato un polo attrattivo del terrorismo per tutta l’area nordafricana e subsahariana. Ma nonostante tutto la presenza – in numeri e in armamenti – di militanti dell’Isis è ancora limitata. A confermarlo è il generale Paolo Serra, consigliere militare dell’inviato speciale Onu in Libia, Martin Kobler: «Fonti americane parlano di cinque, seimila militanti dell’Isis in Libia; noi non abbiamo riscontri definitivi ma sicuramente sono intorno a tremila e si sono inseriti nella zona di Sirte – città e golfo – occupando villaggi o mettendoli sotto pressione con attentati. Gli aderenti al Califfato – prosegue Serra – hanno anche tentato di prendere i campi petroliferi di Ras Lanuf, ma sono stati respinti». L’espansione dell’Isis intorno a Sirte non è progredita così come si era immaginato e ciò mi fa pensare che il numero dei militanti sia rimasto quello che conosciamo, tutto sommato ridotto». Quanti siano esattamente i militanti dell’Isis non è dato sapere con esattezza, ma la cifra ruota appunto da un minimo di tremila a un massimo di seimila uomini. Troppo pochi per impensierire i signori della guerra libica. Ma abbastanza numerosi per creare problemi di stabilità al Paese. Il grosso dei militanti proviene dalla Tunisia ma tra di loro ci sono molti combattenti provenienti dall’Africa subsahariana.

Khalifa al-Haftar
Risolto da al Serraj – sia pure parzialmente – lo scoglio del Parlamento ribelle di Tripoli, rimane ora da superare l’altro notevole problema: il Parlamento di Tobruk. Tobruk è in realtà l’occhio del tifone della frammentarietà della situazione libica. Caratterizzato sia da influenze diverse – L’Egitto in particolare -, sia da politiche europee e imperiali – Stati Uniti, Francia e Inghilterra – autonome da qualsiasi supervisione delle Nazioni Unite. In questa situazione guadagna spazio il generale Khalifa Haftar. In queste settimane si attende un attacco delle truppe di Haftar a Sirte per una resa dei conti con Isis. E dopo? Uno dei nodi ancora da sciogliere è quello della futura dimensione di questo generale, della sua permanenza ai vertici delle forze armate libiche. Il voto parlamentare, necessario a far entrare in funzione anche in Cirenaica il potere amministrativo e politico del Governo di Unità Nazionale di Serraj, però non arriva, mentre Haftar continua a combattere la sua ‘guerra personale’. La situazione militare nella città di Bengasi, dopo quasi due anni di scontri armati, sta lentamente volgendo a favore dell’Esercito Nazionale Libico, impegnato in una battaglia senza esclusione di colpi nell’area del porto, l’unica rimasta in mano a una eterogenea coalizione di gruppi islamisti nei quali si troverebbero anche elementi di Ansar al Sharia e dello Stato Islamico. Il grosso delle truppe combattenti però è raccolto sotto l’ombrello dello Shura Council of Benghazi Revolutionaries (Scbr), che gode anche il supporto del quasi defunto, comunque ex, governo di Tripoli, quello retto da Khalifa Ghwell. Una delle milizie più rappresentative è quella della ‘Brigata dei Martiri del 17 Febbraio’, la meglio armata e la più organizzata delle brigate che fanno parte dello Shura Council of Benghazi Revolutionaries. Il 14 di aprile la polizia fedele ad Haftar arresta il suo leader, Ahmed Idris Al Aghili dentro al negozio di un macellaio nella parte est di Bengasi. Il giorno seguente scoppiano violentissimi combattimenti in diverse zone a ovest della città. L’Isis compie anche due attentati con Vbied (vehicle borne improvised explosive device) uccidendo cinque soldati e ferendone altri sei. Nella battaglia, in corso nella zona di Hawari, dove è situata una fabbrica di cemento, muoiono anche una ventina di combattenti islamisti. Ma gli scontri si verificano anche a Gwarsha, Garyounis, Suq Al Hout and Sabri con attacchi anche via mare da motovedette e con utilizzo di aerei ed elicotteri attrezzati per il combattimento notturno. Una vera e propria guerra su scala ridotta dove diversi attori anche esteri riforniscono le due parti di equipaggiamento militare e munizionamento. Nel mese di marzo, soverchiato dalle forze nemiche, l’Scbr perde il quartiere di Leithi. Merito anche di misteriosi bombardamenti di precisione effettuati da caccia spesso non identificati (qualcuno punta il dito contro Il Cairo o Parigi), che hanno colpito anche nel porto di Misurata e affondato diverse imbarcazioni che avrebbero fatto più volte da spola tra la città e Bengasi, portando mezzi uomini e provviste.

Miliziano di Fajr. Zona di Misurata
Miliziano di Fajr. Zona di Misurata. © Cristiano Tinazzi

La guerriglia
I problemi di sicurezza però in Cirenaica sembrano molto più gravi di quelli che ci sono in Tripolitania. Omicidi mirati, sequestri e attentati sono all’ordine del giorno. Le faide intertribali e tra ‘nazionalisti’ e ‘islamisti’ sono spesso più mortali di quanto avviene sui campi di battaglia. Autobomba, cecchini, sicari, ied (improvised explosive device) piazzati su percorsi abituali sono utilizzati per eliminare funzionari amministrativi, militari e rappresentanti religiosi. Una tecnica che anche lo Stato Islamico utilizza con successo per penetrare nel territorio. «Entrano nei villaggi – spiega il generale Paolo Serra – mantenendosi sul bordo esterno, non hanno un impatto immediato sulla popolazione. Dopo quindici giorni i rappresentanti delle milizie locali cominciano a sparire e dopo altri quindici giorni la stessa cosa accade ai capi religiosi. Poi si presentano e prendono il controllo del villaggio». Le metodologie sono le stesse, gli obbiettivi anche. Nella società libica i notabilati locali hanno ancora molta influenza. Leader tribali, sheik, anziani sono le strutture di base sulla quale si sviluppano le relazioni gerarchiche all’interno di villaggi e, in maniera leggermente più blanda, nelle grandi città della costa. E poi ci sono gli scontri interni alle stesse forze politiche che sostengono il parlamento di Tobruk e Haftar. Un caso tra tutti il tentato arresto del designato ministro della Difesa Al Mihdi Al Baraghati lo scorso diciassette di aprile all’aeroporto di Labraq. Al Baraghati, uno dei comandanti militari della ‘Operazione Dignità’ del generale Haftar, è stato accusato di aver avuto incontri con numerosi rappresentanti diplomatici stranieri a Tunisi senza l’autorizzazione del suo comandante.

Miliziano di Rada sulle strade della capitale
Miliziano di Rada sulle strade della capitale. © Cristiano Tinazzi

L’apporto della comunità internazionale
Difficile prevedere il futuro del Paese con le innumerevoli e anche nuove variabili in gioco anche a breve termine, come la possibilità, in discussione proprio in questo periodo, di avviare una missione di addestramento per le forse di polizia libiche, prospettata dai ministri degli Esteri francese e tedesco, Jean Marc Ayrault e Frank Walter Steinmeier, arrivati a Tripoli il sedici aprile per una serie di colloqui con le nuove autorità libiche. « La nostra visita comune a Tripoli con gli amici francesi è un segnale: l’intera comunità internazionale è d’accordo che la via verso la pace e la stabilità in Libia passa per l’attuazione degli accordi di pace e il Governo di Unità Nazionale», ha dichiarato il rappresentante tedesco. L’obbiettivo della visita è stato quello di concordare con il primo ministro libico i tempi e i modi di una missione di training per polizia e forze militari libiche, come riferito dallo stesso ministro tedesco appena uscito dal colloquio con Serraj. Formazione di tecnici, soldati e poliziotti concordata e alla luce del sole, mentre da tempo sono attivi addestratori militari europei, egiziani e americani nella parte est del paese, al confine con l’Egitto.