Quella mattina dell’11 Settembre 2001 cambia tutto. Già alle 9.03 di quel martedì, una bella giornata di cielo terso sopra Manhattan, New York, il mondo non è più lo stesso. Per la prima volta il mondo assiste a un evento globale, planetario, trasmesso da tutte le televisioni del globo, nello stesso istante. Come nei cosiddetti attentati ‘duali’, in cui esplode una prima bomba meno potente e poi dopo un quarto d’ora, quando sul posto si sono radunati i curiosi e i soccorritori, ne esplode un’altra ancora più potente, per fare ancora più vittime, il secondo attacco alla seconda Torre (la Torre Nord) crea l’evento mediatico globale con la certezza che in quel momento tutte le televisioni del mondo stanno trasmettendo le immagini della prima Torre (la Torre Sud) in fiamme. L’idea – geniale nella sua malvagità – del ‘regista’ degli attentati dell’11 Settembre è quella di fare migliaia di vittime, distruggere due aerei di linea carichi di passeggeri trasformandoli in due micidiali missili da scagliare contro uno dei simboli del potere economico degli Stati Uniti, mandando un messaggio dì odio e di guerra senza ritorno all’America e a tutto l’Occidente.

di Paolo Prezzavento
foto mediaworld

 

Il messaggio, ribadito poi dallo stesso Osama Bin Laden, lo Sceicco del Terrore, il primo Terrorista Globale, nella sua rivendicazione filmata dell’Attentato, è brutale e diretto – dunque terribilmente efficace – nella sua semplicità: “Cari americani, cari occidentali, da ora in poi anche voi morirete, dovrete convivere con il Terrore, con la paura di poter morire in qualunque momento, come sono morti per decenni i nostri fratelli in Libano e in Palestina. Nessuno di voi potrà sentirsi al sicuro fino a quando i nostri fratelli e i nostri bambini continueranno a morire in Medio Oriente”. Nei giorni successivi vengono versati fiumi di inchiostro per tentare di spiegare questo odio. Inevitabili poi le polemiche tra coloro che dicono che sì, gli attentati sono una cosa brutta, ma gli Stati Uniti se la sono cercata. Altri dicono che è venuto il momento di smetterla di tendere la mano a chi ci vuole uccidere, altri ancora si lasciano sedurre dalle cosiddette tesi complottiste sull’11 Settembre, che interpretano gli attentati come auto-attentati, opera degli americani stessi o addirittura del Mossad, il servizio segreto israeliano. Ipotesi questa ultima poco credibile, mentre non appare del tutto priva di fondamento la conclusione che alcuni servizi segreti, americani o di altri paesi, sapessero che si stava preparando un attentato di proporzioni inaudite e non abbiamo fatto nulla per fermarlo, al fine di indebolire l’America oppure al fine di creare il classico casus belli, il pretesto per scatenare la cosiddetta “Guerra al Terrore”. L’attentato diventa dunque il pretesto per giustificare l’attacco all’Afghanistan e all’Iraq mettendo le mani su immensi giacimenti di gas e di petrolio. Secondo il rapporto della Commissione sull’11 settembre, di cui alcune pagine sono ancora secretate, i servizi segreti sauditi e pakistani sapevano e hanno taciuto, anzi avrebbero aiutato i terroristi a portare a termine il loro folle piano.
Da quel momento in poi i mass-media hanno trasformato quel giorno in una semplice cifra, una specie di brand, un marchio di fabbrica: ‘9/11’. L’11 Settembre ha cambiato per sempre la percezione della nostra sicurezza nelle città e negli aeroporti. Da quel momento ognuno di noi si porta dentro un pezzo di Undici Settembre, nella mente e nel cuore, un pensiero che ogni tanto riaffiora minaccioso: “posso colpirvi ovunque e in qualunque momento, per me la Morte non conta nulla, anzi io cerco la Morte e prima di morire ucciderò voi e tanti altri come voi, perché vi odio con tutte le mie forze.” La versione coranica di questo pensiero, che Osama bin Laden amava citare, era il versetto: “Dovunque sarai, la morte ti raggiungerà, anche se ti trovi in un’alta torre”.
9/11 ha cambiato la letteratura, il cinema, il teatro, la televisione, il fumetto, le arti visive. Abbiamo scelto, per rappresentare la scena letteraria post-Undici Settembre, tre autori – due americani, Don DeLillo e Thomas Pynchon, e uno inglese, Martin Amis – che a vario titolo e in vari modi hanno affrontato e hanno cercato di fare i conti con un evento che ancora ci sfugge in tutte le sue implicazioni e che, nonostante le decine e decine di libri e film che sono usciti sull’argomento, continuerà a sfuggire alla nostra comprensione per molti anni.

11 settembre 3

Martin Louis Amis

(Swansea, United Kingdom1949)
È uno dei maggiori scrittori e saggisti inglesi contemporanei. I suoi interventi all’indomani dell’11 settembre suscitarono moltissime polemiche e l’accusa di razzismo nei confronti degli arabi e di islamofobia. Ne Il secondo aereo Amis dimostra di aver colto perfettamente come i fatti dell’11 Settembre abbiano cambiato per sempre la storia del mondo inaugurando l’Era del Terrore Globale. Per Amis, il momento cruciale è quando appare il secondo aereo, quello diretto contro la Torre Nord del World Trade Center e tutti capiscono che non si tratta di un disastro aereo, ma del più grande attentato terroristico della Storia. Amis ci fa notare la genialità di un attentato del genere, nel quale dei semplici aerei civili per il trasporto passeggeri sono trasformati in veri e propri missili diretti contro l’Occidente, la sicurezza nelle nostre città e la possibilità di muoversi liberamente da una parte all’altra del Globo. I primi esseri umani a entrare nella nuova Era del Terrore sono i passeggeri del volo United 93 che, dopo aver saputo che due aerei si sono già schiantati contro le Torri, si ribellano ai dirottatori e impediscono loro di raggiungere il quarto obiettivo degli attentati – la Casa Bianca o una centrale nucleare. I passeggeri di quel volo diretto verso un mondo futuro dominato dal Terrore sono i primi a capire che lo scopo del dirottamento non è più quello di attirare l’attenzione dell’opinione pubblica su un problema. Questa volta non è prevista alcuna trattativa, l’esito finale dell’azione è soltanto la morte dei passeggeri e la distruzione dell’obiettivo.
L’Attentato – dice Amis – altro non è che un modo, molto sanguinario e dispendioso, in termini di vittime, per mandare un messaggio a qualcuno. Lo schianto del secondo aereo un quarto d’ora dopo quello del primo, ha dato il tempo ai mass media di focalizzare l’attenzione sui danni provocati dal primo aereo e di riprendere nei minimi particolari lo schianto del secondo, ottenendo un picco di audience di centinaia di milioni, forse miliardi, di persone che assistono al colossale evento mediatico-terroristico che inaugura il Terzo Millennio.
In un altro saggio della raccolta, Amis racconta in modo magistrale le complesse motivazioni psicologiche che portano il fondatore dell’organizzazione fondamentalista egiziana ‘I Fratelli Musulmani’, Sayyid Qutb, a sviluppare un odio viscerale nei confronti degli occidentali e soprattutto delle donne occidentali. Tutto inizia a Greeley, Colorado, nel 1949, quando Sayyid Qutb, all’epoca dipendente del Ministero della Pubblica Istruzione egiziano, si reca in America per studiare il sistema scolastico americano. Il contatto con la civiltà americana provoca in Qutb una repulsione che nasce da tanti stati d’animo, ma soprattutto da una malcelata frustrazione sessuale. Già nel viaggio di andata via nave, Qutb resiste all’assalto di “una donna ubriaca e seminuda” che a quanto pare tenta un approccio dal quale Qutb si ritrae inorridito, barricandosi nella cabina. Rimane poi inorridito soprattutto dalla licenziosità delle donne americane. Non occorre essere un esperto di psicanalisi per capire che il disgusto provato da Qutb non è altro che l’effetto mascherato della propria frustrazione sessuale, la paura per il sesso femminile che si trasforma in odio.

Il secondo aereo
…uno squalo che volava basso sopra la Statua della Libertà: quello, il momento determinante. Fino ad allora l’America era stata convinta di assistere a un fatto non più grave del peggior disastro aereo della storia; ora cominciava a farsi un’idea dell’inverosimile violenza schierata contro di lei.
Non ho mai visto un oggetto che di norma risulta familiare trasformato così radicalmente dall’affetto (“emozione e desiderio che modificano il comportamento”). Quel secondo aereo sembrava fremente di vita, galvanizzato dalla malvagità e totalmente alieno. Per le migliaia di persone nella Torre Sud, il secondo aereo ha significato la fine di tutto. Per noi, il suo bagliore era il flash di agenzia di un prossimo futuro. Il terrorismo è comunicazione politica che si avvale di altri mezzi. Il messaggio dell’11 settembre è il seguente: America, è ora che tu conosca l’implacabilità dell’odio nei tuoi confronti. Il Volo 175 della United Airlines è stato un Missile Balistico Intercontinentale lanciato in Afghanistan e diretto alla sua innocenza. Quell’innocenza, si è così voluto affermare, non era che illusione scellerata e anacronistica.
A una settimana dall’attentato si sente in bocca tutta la bile di un’ingegnosità tanto atroce. È già scontato ma più che mai doveroso sottolineare che un simile scenario avrebbe fatto impallidire lo storyboard di un dirigente hollywoodiano o il taccuino di uno scrittore di thriller (“Quello che è successo oggi non è credibile”, queste le parole attonite e ingessate di Tom Clancy, autore di Paura senza limite). Eppure, in piena luce del giorno e a mente fredda quell’abbozzo di film è diventato una realtà incontestabile: una ventina di taglierini hanno prodotto due milioni di tonnellate di macerie. I fatti di martedì scorso hanno mandato a monte molte linee politiche statunitensi, fra cui la difesa missilistica nazionale. Qualcuno si è accorto che i cieli americani ‘brulicavano’ già di missili, tutti innescati e in posizione di tiro.

(Martin Amis, Il secondo aereo. 11 Settembre: 2001-2007 (The Second Plane, 2008), Torino, Einaudi, 2009; p. 3; trad. it. di Giovanna Granato)

11 settembre 12

 

Don De Lillo

(Bronx, New York City, 1936)
Nato da una famiglia di immigrati italiani provenienti dal Molise, cresciuto nel Bronx, si è laureato nel 1958 alla Fordham University, l’università gestita dai Gesuiti. Tra le sue opere più importanti Americana (1971), Running Dog (1978), White Noise (1985), Libra (1989), Mao II (1991) e Underworld (1997). È diventato uno scrittore di successo nel 1985, con la pubblicazione di White Noise, libro che racconta di una nube tossica di cui non si capisce bene quanto corrisponda alla realtà o quanto sia invece una costruzione dei mass-media, in primis la televisione. Altro libro importante nella carriera di De Lillo è Libra, in cui affronta una delle grandi tragedie americane, l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy a Dallas nel 1963, e che lo consacra come uno dei maestri di quel tipo di narrativa che va sotto il nome di conspiracy thriller o conspiracy novel, cioè la narrativa complottista che ha avuto origine proprio all’indomani dell’omicidio di JFK, giustamente definito come ‘la madre di tutti i complotti’. Underworld (1997), è considerato il suo capolavoro. In questo libro De Lillo affronta la tematica della Guerra Fredda a partire dal primo test atomico sovietico del 3 Ottobre 1951, utilizzando la potente metafora dei rifiuti e dei rifiuti radioattivi in particolare. Uno di questi materiali radioattivi, utilizzato nella bomba atomica e sottoprodotto dei processi di fissione nucleare, cioè il Plutonio, si trasforma nel libro in una potente metafora di un mondo sotterraneo, pieno di complotti e di macchinazioni, un vero e proprio mondo degli inferi che fanno dell’ambizioso Underworld anche una sorta di riscrittura contemporanea dell’Inferno di Dante. Nel 2007 ha pubblicato un breve romanzo, Falling Man (L’uomo che cade ) di cui qui presentiamo il brano iniziale e quello finale. In queste due descrizioni di morte e distruzione, viste sia dalla parte delle vittime che da quella degli attentatori, si inserisce l’immagine dell’artista David Janiak, che nei mesi e negli anni successivi all’11 settembre continua con le sue performances, nel corso delle quali si appende a vari edifici a testa in giù, a rappresentare quegli attimi di orrore puro che tutto il mondo ha visto.

L’uomo che cade
Non era più una strada ma un mondo, un tempo e uno spazio di cenere in caduta e semioscurità. Camminava verso nord tra calcinacci e fango e c’erano persone che gli correvano accanto tenendosi asciugamani sul viso o giacche sulla testa. Avevano fazzoletti premuti sulle bocche. Avevano scarpe in mano, una donna gli corse accanto, una scarpa per mano. Correvano e cadevano, alcuni, confusi e sgraziati, fra i detriti che scendevano tutt’intorno, e qualcuno cercava rifugio sotto le automobili.
Nell’aria c’era ancora il boato, il tuono ritorto del crollo. Il mondo era questo, adesso. Fumo e cenere rotolavano per le strade e svoltavano angoli, esplodevano dagli angoli, sismiche ondate di fumo cariche di fogli di carta per ufficio in formati standard dai bordi taglienti, che planavano, guizzavano in avanti, oggetti soprannaturali nel sudario del mattino.
Lui indossava giacca e pantaloni e portava una valigetta. Aveva vetri fra i capelli e sul viso, capsule marmorizzate di sangue e luce. Superò un cartello ‘Breakfast Special’ e altri gli sfrecciarono accanto, una corsa di vigili urbani e guardie private, con le mani premute sui calci delle pistole per tenerle ferme.
Dentro, dove avrebbe dovuto trovarsi, le cose erano distanti e immobili. Stava accadendo ovunque intorno a lui, un’automobile mezzo sepolta dai detriti, finestrini sfondati e rumori che fuoriuscivano, voci radiofoniche che sfioravano i calcinacci. Vide persone che correndo spargevano acqua, abiti e corpi infradiciati dai getti dei sistemi antincendio. C’erano scarpe abbandonate per strada, borsette e computer portatili, un uomo seduto sul marciapiede che tossiva sangue. Bicchieri di carta avanzavano rimbalzando in modi strani.
Il mondo era anche questo, sagome dentro finestre a trecento metri d’altezza, che cadevano nel vuoto e tanfo di combustibile in fiamme e lo squarcio costante delle sirene nell’aria. Il rumore si posava ovunque fuggissero, strati di suono che si raccoglievano intorno a loro e lui se ne allontanava e vi entrava al tempo stesso.

Dall’alto del fumo sbucò una camicia, una camicia che risalì e fluttuò nella poca luce, per poi di nuovo cadere, giù verso il fiume

Poi ci fu un’altra cosa, fuori da tutto questo, qualcosa che non c’entrava, su nel cielo. La osservò scendere. Dall’alto del fumo sbucò una camicia, una camicia che risalì e fluttuò nella poca luce, per poi di nuovo cadere, giù verso il fiume.
Correvano e si fermavano, alcuni di loro, continuando a ondeggiare, cercando di strappare fiato all’aria bollente, e poi le grida convulse di incredulità, e le bestemmie e le urla perdute, e le carte che si ammassavano nell’aria, contratti, curricula che volavano, frammenti integri di affari, veloci nel vento.
Continuò a camminare. Di quelli che correvano, alcuni si erano fermati, altri imboccavano vie laterali. C’era chi camminava all’indietro, lo sguardo fisso al centro di tutto, alle tante vite che laggiù si dibattevano, e le cose continuavano a cadere, oggetti bruciati che si trascinavano dietro scie di fuoco.
Vide due donne singhiozzare nella loro marcia al contrario, guardando al di là di lui, entrambe in calzoncini sportivi, il crollo riflesso nelle facce.
Vide membri del gruppo di tai chi del vicino parco, in piedi, con le mani tese grossomodo all’altezza del petto e i gomiti piegati, come se tutto questo, loro stessi inclusi, potesse essere collocato in uno stato di sospensione.
Qualcuno uscì da una tavola calda e cercò di porgergli una bottiglia d’acqua. Era una donna che indossava una mascherina antipolvere e un cappellino con la visiera, e ritrasse la bottiglia e svitò il tappo e quindi gliela tese di nuovo. Lui posò la valigetta per prenderla, a malapena conscio che non stava usando il braccio sinistro, che aveva dovuto posare la valigetta prima di poter prendere la bottiglia. Tre furgoni della polizia svoltarono e si precipitarono verso downtown, a sirene spiegate. Chiuse gli occhi e bevve, e sentì l’acqua scorrergli nel corpo trascinando giù con sé polvere e fuliggine. La donna lo stava fissando. Gli disse qualcosa che lui non sentì, quindi le restituì la bottiglia e raccolse la valigetta. Il lungo sorso d’acqua gli lasciò un retrogusto di sangue.
Riprese a camminare. Un carrello del supermercato giaceva immobile e vuoto. Dietro c’era una donna, girata verso di lui, con del nastro della polizia avvolto intorno alla testa e al viso, di quel nastro giallo con la scritta CAUTION che delimita la scena di un delitto. I suoi occhi erano piccole increspature bianche nella mascherina sgargiante, e lei stringeva la maniglia del carrello e se ne stava lì, a guardare dentro il fumo.
Fece in tempo a udire il suono del secondo crollo. Attraversò Canal Street e cominciò a vedere le cose, per qualche motivo, in modo diverso. Non parevano pregnanti come al solito, le strade lastricate, i fabbricati in ghisa. C’era una qualche mancanza cruciale nelle cose intorno a lui. Erano incompiute, per così dire. Erano inosservate, per così dire. Forse era quello l’aspetto che avevano le cose quando non c’era nessuno che le vedesse.
Udì il suono del secondo crollo, o lo avvertì nel tremore dell’aria, la torre nord che cadeva, uno sconcerto sommesso di voci in lontananza. La torre nord che crollava era lui.
Il cielo era più leggero, lì, e riusciva a respirare più facilmente. C’erano altri dietro di lui, migliaia, che andavano riempiendo la media distanza, una massa prossima a formarsi, gente che fuoriusciva dal fumo. Proseguì finché non dovette fermarsi. Lo investì rapida, la consapevolezza di non poter andare oltre.
Provò a dirsi che era vivo, ma era un’idea troppo oscura per riuscire a prendere corpo. Non c’erano taxi e il traffico in genere scarseggiava e allora apparve un vecchio furgoncino, una ditta elettrica di Long Island City, e gli si accostò e il conducente si sporse verso il finestrino dal lato del passeggero a esaminare ciò che stava vedendo, un uomo incrostato di cenere, di materia polverizzata, e gli chiese dove voleva andare. Fu solo una volta salito a bordo e chiusa la portiera che capì dov’era diretto fin dall’inizio.

Nel corridoio dell’Hudson
Ora l’aereo era sotto controllo, e lui si sedette sul sedile pieghevole davanti alla cucina di bordo anteriore, di guardia. Doveva stare di guardia lì, fuori dalla cabina di pilotaggio. O forse sorvegliare il corridoio, taglierino alla mano. Non era confuso, stava solo rifiatando, si prendeva un momento. Fu allora che avvertì una sensazione nella parte alta del braccio, l’acuto dolore pulsante di un taglio.
Sedeva davanti a una paratia, con le spalle rivolte al gabinetto riservato alla prima classe.
L’aria era carica del Mace che aveva spruzzato e c’era il sangue di qualcuno, il suo, che gli filtrava dal polsino della camicia. Era il suo sangue. Non cercò l’origine della ferita ma vide altro sangue che cominciava ad affiorare lungo la manica, su, verso la spalla. Pensò che forse il dolore c’era già da prima ma solo adesso si stava ricordando di sentirlo. Non sapeva dove fosse il taglierino.
Se tutto il resto si era svolto normalmente, stando a quello che lui aveva inteso del piano ora l’aereo si stava dirigendo verso il corridoio dell’Hudson. Aveva sentito Amir pronunciare quella frase tante volte. Non c’era un finestrino da cui guardare fuori senza alzarsi dal sedile, e non sentì il bisogno di farlo.
Aveva il cellulare impostato su vibrazione.
Tutto era immobile. Non aveva la sensazione di volare. Sentiva il rumore, ma non il movimento, e il rumore era di quei rumori che coprono tutto il resto e sembrano completamente naturali, tutti i motori e le apparecchiature che diventano l’aria stessa.
Dimenticate il mondo. Non curatevi di ciò che è chiamato mondo.
Tutto il tempo perduto della vita ora è finito.
Questo è il tuo antico desiderio, morire con i tuoi fratelli.
Il respiro gli usciva a piccoli sbuffi. Gli bruciavano gli occhi. Voltandosi a sinistra, parzialmente, vedeva un sedile vuoto nella cabina di prima classe, sul corridoio. Più avanti, la paratia. Eppure c’era una visuale. C’era una scena nitidamente immaginata dietro la testa.
Non sapeva come avesse fatto a tagliarsi. Doveva averlo tagliato uno dei suoi fratelli, non c’era altra spiegazione, per sbaglio, lottando, e accolse con piacere il sangue, ma non il dolore, che si stava facendo difficile da sopportare. Poi gli tornò in mente una cosa a cui per molto tempo non aveva pensato. Gli tornarono in mente i ragazzi della Shia sul campo di battaglia dello Shatt-el-Arab. Li vide sbucare dalle trincee e dalle ridotte, e correre sulla costa fangosa verso le postazioni nemiche, con le bocche aperte in grida mortali. Ricavò forza dal ricordo, dall’immagine di loro falciati da raffiche di mitragliatrice, ragazzi a centinaia, poi a migliaia, brigate suicide, con le bandane rosse intorno al collo e le chiavi di plastica sotto, per aprire le porte del paradiso.
Recitate le parole sacre.
Fasciatevi stretti negli abiti.
Tenete lo sguardo fisso.
Portate l’anima sul palmo della mano.
Gli sembrava di riuscire a vedere chiaramente le torri, anche se era girato di spalle. Non conosceva la posizione dell’aereo ma era convinto di riuscire a vedere, dietro di sé e oltre l’acciaio e l’alluminio dell’aereo, le lunghe silhouette delle torri, le forme, le sagome, le figure che si avvicinavano, le cose materiali.

Gli antenati devoti si erano fasciati stretti negli abiti prima della battaglia. Furono loro a dare un nome al cammino. Come può esistere morte migliore?

Gli antenati devoti si erano fasciati stretti negli abiti prima della battaglia. Furono loro a dare un nome al cammino. Come può esistere morte migliore?
Ogni peccato della vostra vita verrà perdonato, nei secondi a venire.
Più nulla si interporrà tra voi e la vita eterna, nei secondi a venire.
Avete desiderato la morte e la morte arriverà, nei secondi a venire.
Cominciò a vibrare. Non capì se fosse il movimento dell’aereo o semplicemente il suo. Si dondolò sul sedile, in preda al dolore. Sentì suoni provenire da un punto imprecisato della cabina passeggeri. Il dolore era peggiorato. Sentì voci, grida esagitate dalla cabina passeggeri o dalla cabina di pilotaggio, non capì. Dal ripiano della cabina di bordo cadde qualcosa.
Si allacciò la cintura di sicurezza.
Dal ripiano della cabina di bordo cadde una bottiglia, sul lato opposto del corridoio e lui la guardò rotolare da una parte e dall’altra, una bottiglia d’acqua, vuota, che disegnò un arco in una direzione e poi tornò a rotolare nell’altra e lui la vide ruotare più velocemente e poi sobbalzare sul pavimento un attimo prima che l’aereo colpisse la torre, calore, poi carburante, poi fuoco, poi l’onda di un’esplosione che attraversò la struttura facendo volare Keith Neudecker giù dalla sedia e contro un muro. Si ritrovò a penetrare un muro. Non lasciò cadere il telefono finché non ci finì dentro. Il pavimento prese a scivolargli sotto i piedi e lui perse l’equilibrio e cadde lungo il muro e poi a terra.
Vide una sedia rimbalzare nel corridoio al rallentatore. Gli parve di vedere il soffitto che iniziava a incresparsi, sollevarsi e incresparsi. Portò le braccia sopra la testa e sedette con le ginocchia piegate, la testa infilata fra le ginocchia. Percepì un movimento vasto e altre cose più piccole, che non vide, oggetti che scivolavano e rimbalzavano, e suoni che non erano una cosa o un’altra ma solo suono, uno spostamento nella disposizione fondamentale delle parti e degli elementi.
Il movimento era sotto di lui e poi fu tutt’intorno, imponente, qualcosa di mai sognato. Era la torre che si spostava. Ecco cos’era. La torre cominciò una lunga oscillazione verso sinistra e lui alzò la testa. Tirò fuori la testa dalle ginocchia per ascoltare. Cercò di rimanere assolutamente immobile e cercò di respirare e cercò di ascoltare. Fuori dalla porta dell’ufficio gli parve di vedere un uomo in ginocchio nella prima pallida ondata di fumo e polvere, una sagoma in profonda concentrazione, con la testa alta, la giacca semisfilata che gli ciondolava da una spalla.
Poi sentì la torre che smetteva di inclinarsi. L’oscillazione sembrò eterna e impossibile e lui rimase seduto in ascolto e dopo un po’ la torre prese lentamente a indietreggiare. Non sapeva dove fosse finito il telefono ma sentiva una voce all’altro capo del filo, ancora lì, da qualche parte. Vide il soffitto che iniziava a incresparsi. Ovunque c’era una puzza familiare, ma non capiva di cosa.
Quando infine la torre tornò in posizione verticale si alzò dal pavimento e si spostò verso la porta. In fondo al corridoio, il soffitto gemette e si aprì. Si udì lo sforzo dei materiali e poi il soffitto si aprì, caddero oggetti, divisori e pannelli di cartongesso. L’aria fu invasa dall’intonaco polverizzato e lui udì voci in corridoio. Stava perdendo le cose man mano che succedevano. Le sentiva arrivare e svanire.
L’uomo era ancora lì, in ginocchio davanti alla porta dell’ufficio di fronte, pensava intensamente a qualcosa, con il sangue che gli affiorava sulla camicia. Era un cliente o un consulente legale e Keith lo conosceva a malapena e si scambiarono un’occhiata. Impossibile stabilire il significato di quell’occhiata. C’era gente che gridava in corridoio. Keith prese la giacca dalla porta. Allungò un braccio dietro la porta e prese la giacca dal gancio, senza capire perché lo facesse ma senza sentirsi stupido per il fatto di farlo, dimenticandosi di sentirsi stupido.
Si incamminò nel corridoio, infilandosi la giacca. C’erano persone che si muovevano verso le uscite, nella direzione opposta, che si muovevano, tossivano, aiutavano altre persone. Scavalcavano macerie, sui volti un’urgenza austera. Ecco qual era la consapevolezza su ogni volto, quello della distanza da percorrere per raggiungere il livello della strada. Gli parlarono, una o due persone, e lui rispose con un cenno della testa o forse no. Gli parlarono e lo guardarono. Lui era quello convinto che servisse la giacca, quello che andava nella direzione sbagliata.
La puzza era di carburante e lui ora la riconobbe, gocciolava dai piani superiori. Raggiunse l’ufficio di Rumsey in fondo al corridoio. Per entrare dovette scavalcare cose. Scavalcare sedie e libri sparpagliati e un archivio rovesciato su un fianco. Vide lo scheletro strutturale nudo, travi metalliche dove prima c’era stato il soffitto. Rumsey aveva in mano la sua tazza frantumata. Stringeva ancora un frammento della tazza, il dito infilato nel manico.
Solo che non sembrava Rumsey. Occupava la sua sedia, con la testa girata da una parte. Era stato colpito da qualcosa di grosso, con violenza, quando il soffitto aveva ceduto, o forse prima ancora, nello spasmo iniziale. Aveva il viso premuto contro la spalla, c’era un po’ di sangue, non molto.
Keith gli parlò.
Si accovacciò al suo fianco e gli prese il braccio e lo guardò, gli parlò. Dall’angolo della bocca di Rumsey colava qualcosa, forse bile. Che aspetto ha la bile? Vide il segno sulla sua testa, un’ammaccatura, uno sgorbio, profondo, da cui si intravedevano tessuti e nervi vivi.
L’ufficio era piccolo e improvvisato, un cubicolo incuneato in un angolo, con un piccolo scorcio di cielo mattutino. Keith sentì i morti intorno a sé. Avvertì la loro presenza nella polvere sospesa.

(Don DeLillo, L’uomo che cade (Falling Man, 2007), Torino, Einaudi, 2009, pp. 247-251)

 

11 settembre 16


 

Nell’ambito della cosiddetta 9/11 fiction segnaliamo: The Reluctant Fundamentalist dello scrittore pakistano Mohsin Hamid, pubblicato nel 2007, A Disorder Peculiar to the Country (2006) di Ken Kalfus, The Zero (2007) di Jess Walter, la raccolta di racconti Oblivion (2004) di David Foster Wallace, e in particolare il racconto ‘The Suffering Channel’, e infine Extremely Loud and Incredibly Close (2005) di Jonathan Safran Foer.

Tra le opere di non-fiction segnaliamo: 102 Minutes (2005), di Kevin Flynn e Jim Dwyer, American Ground: Unbuilding the World Trade Center (2003) di William Langewiesche, The 9/11 Report (2004), a cura della National Commission on Terrorist Attacks Upon the United States, Portraits: 9/11/01 (2002, un libro fotografico con i volti delle persone morte l’11 Settembre) pubblicato dal New York Times, The Looming Tower: Al Qaeda and the Road to 9/11 di Lawrence Wright.


 

Thomas Ruggles Pynchon

(Glen Cove, New York, 1937)
È nato a Glen Cove, Long Island, ed è celebre per la sua riservatezza, tanto che ha sempre rifiutato di farsi intervistare dai giornalisti e soprattutto di farsi fotografare. Nel 1974 è rimasta celebre la sua scelta di mandare un attore comico, Irwin Corey, a ritirare il premio che aveva ricevuto per il suo romanzo Gravity’s Rainbow e, in anni più recenti, è rimansta famosa la sua scelta di prestare la voce al suo stesso personaggio in due celebri episodi del cartone animato I Simpsons. Insieme a De Lillo, Pynchon è uno dei maestri riconosciuti della narrativa complottista, che trasforma la paranoia tipica della cultura americana a partire dagli anni Cinquanta in uno strumento di comprensione del mondo. Il suo primo romanzo V. (1963), narra la storia di Herbert Stencil, impegnato nella ricerca di una misteriosa donna. La sua seconda opera, il romanzo breve The Crying of Lot 49 (L’incanto del lotto 49), esce nel 1966 ed è la storia di una giovane californiana, Oedipa Maas, che viene a conoscenza di un vasto complotto segreto per boicottare e sostituire il servizio postale federale. Nel 1973 esce Gravity’s Rainbow (L’arcobaleno della gravità), che viene considerato il capolavoro di Pynchon e il capostipite dei romanzi postmoderni. L’arcobaleno del titolo è la parabola del missile V2, l’arma finale della Germania nazista che avrebbe dovuto stroncare la resistenza degli Inglesi. Nel 1990 esce un nuovo romanzo, Vineland, la storia di un hippie e del suo complicato rapporto con la sua ex moglie, sullo sfondo della repressione e dei tagli della nuova politica reaganiana. Nel 1997 esce un lunghissimo romanzo storico ambientato nel Settecento, Mason & Dixon. I protagonisti del romanzo sono l’astronomo Charles Mason e l’agrimensore Jeremiah Dixon, incaricati dalla Royal Society di tracciare con precisione la linea di confine tra la Pennsylvania e il Maryland: la celebre Linea Mason-Dixon. Nel 2006 Pynchon pubblica Against the Day (Contro il giorno), altro romanzo-monstre con decine e decine di personaggi e di episodi, e qui, per la prima volta, Pynchon fa veramente i conti con le conseguenze dell’11 settembre. Continua sul tema poi con Bleeding Edge (La cresta dell’onda) pubblicato nel 2013. Protagonista del romanzo è Maxine Tarnow, una investigatrice antifrode che indaga sui traffici finanziari della misteriosa società Hashlingrz, una delle tante società dot.com, che invece di essere travolta dalla bolla finanziaria degli anni 2000-2001 ha realizzato enormi profitti vendendo un software di sicurezza. L’indagine di Maxine si snoda in un mondo finanziario che nel 2001 appariva già in crisi, cui l’Attentato dell’11 settembre ha dato il colpo di grazia.

Contro il giorno
Lew fu salutato da Nicholas Nookshaft, Gran Cohen del londinese capitolo dei V.A.T.I. (Veri Adoratori della Tetraktys Ineffabile), un personaggio in mistici paludamenti cui erano applicati simboli astrologici e alchemici e un taglio di capelli ‘a scodella’ con sfrangiature corte.
«Neville e Nigel, al rientro da qualche esagerazione chimica, ci dicono di averla vista emergere da un’esplosione. La domanda spontanea è: prima dov’era?»
Lew strizzò gli occhi perplesso. «Scendevo al ruscello facendomi i fatti miei. Perché, in alternativa?»
«Non poteva essere lo stesso mondo in cui è ora»
«Mi sembra molto sicuro»
Il Cohen elaborò «Mondi laterali, altre parti del Creato, si stendono tutt’intorno a noi, ciascuno con i propri punti di passaggio, o portali di trasferimento dall’uno all’altro e possono trovarsi davvero ovunque…Un’esplosione non programmata, inserita nel solito fluire del giorno, può facilmente aprire, di quando in quando, passaggi verso l’Altrove…»
«Certo, come la morte»
«È una possibilità, ma non la sola»
«Sicché quando mi sono tuffato in quello scoppio…»
Il Gran Cohen Nookshaft annuì gravemente. «Ha trovato un passaggio fra i Mondi. Senza volerlo, i suoi misteriosi assalitori le hanno fatto un regalo»
«Chi glielo ha chiesto?» brontolò Lew
«E tuttavia quelli, e altri come loro, nell’offrire un simile passaggio, non potrebbero essere considerati agenti dell’angelico?»
«Con rispetto, signore, io non credo…per l’amor di Pietro, è più probabile che fossero terroristi anarchici»
«Pff. Sono sciamani, Mister Basnight. Il massimo livello dove, nel nostro stato di caduti, possiamo avvicinarci alla purezza non civilizzata del mondo quale fu e mai più sarà…almeno per quelli come noi»
«Spiacente, non la bevo»
«Ma deve» insistette il Gran Cohen. «Se è quello che stiamo cominciando a credere che lei sia»
Neville e Nigel, che durante il colloquio si erano eclissati, ora tornarono in compagnia di una splendida ragazza, la quale guardò Lew con due occhi da cui forse non era assente un indizio orientale.

(Thomas Pynchon, Contro il giorno (Against the Day, 2006), Milano, Rizzoli, 2009; tr. it. di Massimo Bocchiola; p. 237)

Il crollo del campanile di San Marco
(Il 14 Luglio del 1902, a Venezia, alle 9.47 del mattino, crollò il Campanile di San Marco, l’edificio più alto della città e uno dei più alti d’Italia, antenato dei moderni grattacieli. Questo episodio storico, che per fortuna non fece vittime, viene utilizzato da Pynchon per costruire una scena del suo romanzo che allude al crollo delle Torri Gemelle)

Negli attimi appena precedenti a quelli in cui cadde il Campanile, a chi fu dato vedere la lotta nel cielo se non a certi lasagnoni, sempre reperibili in giro per la piazza, immortalati una stagione dopo l’altra da migliaia di turisti-fotografi, le loro immagini portate a casa in una muta diaspora autunnale – confusi come pipistrelli al crepuscolo, spesso quasi invisibili, ridotti a gesti color seppia contro la facciata sognante della basilica di San Marco, o le più laiche iterazioni delle Procuratie – a causa, si dice, delle esposizioni prolungate necessarie alla umida luce di Venezia, ma in realtà della doppia cittadinanza degli aeronauti nei regni del quotidiano e dello spettrale, era ai lasagnoni che veniva assegnato il nitore visivo utile a testimoniare dello scontro. E solo a loro. Percossi dal sogno come il famigerato popolo di piccioni, guardando il cielo, quel mattino presero coscienza di qualcos’altro lì lì per emergere dallo ‘sfumato’, qualche visitazione… qualcosa che avrebbe trasceso sia i Compari sia i Tovarisci, perché d’un tratto dall’invisibilità venne un grido roco potente, sconvolgente, quasi materiale, un’impendenza letale nell’aria, come se qualche cosa di maligno stesse lottando per prendere forma ed essere scatenato sul mondo in un crepitio di lunghe e secche percussioni, come scuotendo il tessuto stesso dello spazio quadrimensionale. A ogni salva le due aeronavi scivolavano via ad angoli quasi impossibili da leggersi correttamente, tanto distorto si era fatto lassù il mezzo che doveva venire attraversato dalla luce.
Sembrò che una vertigine del senno si fosse impadronita di entrambi gli equipaggi. La condizione di mirare con le armi li opprimeva tutti, come una maledizione, con gli enigmi scarsamente compresi della simultaneità. Per pochi gradi o addirittura primi di arco, i loro cannonieri abolivano il Tempo – quello che vedevano ‘adesso’ nei mirini era in realtà quello che non esisteva ancora, ma ci sarebbe stato solo a pochi secondi da ‘adesso’ in ragione della piattaforma e del bersaglio, del mantenimento da parte di entrambi della rotta e della velocità – o delle idealizzazioni di “rotta e velocità” poiché i venti stavano agendo per modificare l’una e l’altra in modi non del tutto prevedibili.
Il Campanile trascorse enorme, lungo una severa diagonale, inzaccherato dai piccioni, con macchie chiare e scuro, visibilmente fuori bolla, pendente come se stesse per confidare un segreto, sfatto come il beone del paese… Nell’istante successivo Padzitnov vide l’antica struttura scindersi nettamente in una moltitudine di gruppi di quattro mattoni, ognuno circondato da un alone di luce, e rimanere un attimo sospesa nello spazio mentre il tempo rallentava e ogni permutazione di forma si manifestava iniziando la sua discesa delicata, non letale, ruotando e rivolgendosi in tutte le maniere disponibili come nello sforzo di soddisfare qualche folle analisi di teoria dei gruppi, finché l’ascesa della nube di polvere in cui si abbatterono oscurò tutte quelle considerazioni nel color terra d’ombra di una grande macchia di incertezza.
Fra le armi, i ragazzi si erano portati il loro speciale siluro aereo in esemplare unico, inventato dal dottor Chick Counterfly non tanto per annichilire o solo danneggiare un’aeronave nemica, quanto per “rammentarle la sua innata suscettibilità alla gravitazione”. La dotazione standard era di sei proiettili, noti ai Compari come ‘Pesci del Cielo’ e classificati nel manifesto degli armamenti della Inconvenience come Ordigni di Controgalleggiamento. La domanda non espressa, nella disamina post-battaglia tenuta quel giorno subito dopo la mensa di mezzodì, fu se potesse essere stato uno di questi – sparati dalla Bolsaia Igra senza tener conto di un certo numero di fattori critici, come l’umidità – a far crollare il Campanile.
«Quello che è stato in piedi mille anni» dichiarò Randolph «che né tempesta né terremoto, nemmeno il calamitoso Napoleone Bonaparte avevano toccato, noi l’abbiamo abilmente tirato giù in un secondo. Quale sarà il prossimo bersaglio della nostra inettitudine? Notre Dame? Le Piramidi?»
«È stato un accidente della guerra» insistette Lindsay «e comunque non sono sicuro che siamo stati noi».

(Thomas Pynchon Contro il giorno (Against the Day, 2006), tr. it. di Massimo Bocchiola, Milano, Rizzoli, 2009; pp. 272-73)

La cresta dell’onda
(March Kelleher è una blogger che si propone di smascherare le Trame del Potere e il suo blog non può non occuparsi delle teorie complottiste sull’11 Settembre… Dalle parole di March emerge quello che è stato un sentimento diffuso all’indomani dell’11 settembre: il senso di colpa dell’America, la sensazione profonda, nascosta, di una colpa dell’America che in qualche modo potesse spiegare tanto odio, tanta violenza).

Sul suo blog, March Kelleher è scattata subito in quella che definisce la modalità filippica da vecchia sinistrorsa.
«Limitarsi a dire che sono stati gli islamici cattivi è patetico, e lo sappiamo. Vediamo quei primi piani ufficiali sullo schermo. Lo sguardo da losco bugiardo, negli occhi il bagliore da alcolista anonimo. Un’occhiata a quei volti e siamo sicuri che si siano macchiati dei peggiori crimini immaginabili. Ma chi ha fretta di immaginare? Di operare il terribile collegamento? Non più di quanta ne avessero i tedeschi nel 1933 quando i nazisti incendiarono il Reichstag un mese dopo che Hitler era diventato cancelliere. Che non vuol dire assolutamente che Bush e i suoi abbiano inscenato gli eventi dell’11 settembre.

Da qualche parte, giù in qualche vergognoso recesso buio dell’anima nazionale, abbiamo bisogno di sentirci traditi

Ci vorrebbe una mente malata e paranoica senza speranza, di fatto un pazzo clamorosamente antiamericano, anche solo per permettere al suo cervello di farsi pungere dal dubbio che questo giorno terribile possa essere stato pianificato a tavolino come pretesto per imporre un’infinita ‘guerra’ orwelliana e le dichiarazioni di stato d’emergenza a cui a breve verremo assoggettati. No, no, non ci pensate neanche.
«Ma resta sempre l’altra cosa. Il nostro desiderio. Il nostro profondo bisogno che sia vero. Da qualche parte, giù in qualche vergognoso recesso buio dell’anima nazionale, abbiamo bisogno di sentirci traditi, persino colpevoli. Come se fossimo stati noi a creare Bush e la sua banda, Cheney e Rove e Rumsfeld e Feith e compagnia bella – noi ad avere decretato lo spegnimento della folgore sacra della ‘democrazia’ e poi la maggioranza fascista della Corte Suprema avesse girato gli interruttori e Bush si fosse alzato dalla tavola e avesse dato inizio alla sua scorreria. E tutto quello che è successo in seguito fosse a carico nostro».

(Thomas Pynchon, La cresta dell’onda (Bleeding Edge, 2013), Torino, Einaudi, 2014, p. 383; tr. it di Massimo Bocchiola)

 


 

Un nuovo filone cinematografico ha cercato di indagare le motivazioni dei terroristi, le ipotesi di complotto intorno all’Attentato, l’impatto che l’11 Settembre ha avuto sui newyorchesi e su tutti gli americani. Alcuni film si sono ispirati alla eroica reazione dei passeggeri del volo United 93, che hanno sventato il quarto attacco ribellandosi ai dirottatori. Tra i tanti film sull’11 Settembre, segnaliamo: World Trade Center (2006) di Oliver Stone, September 11 (2002) di Youssef Chahine e Amos Gitai, United 93 (2006) di Paul Greengrass, il celebre documentario Fahrenheit 9/11 del regista Michael Moore, 102 Minutes that Changed America (documentario, 2008) di Nicole Rittenmeyer e Peter Markle, Zero Dark Thirty (2012) di Kathryn Bigelow, che ricostruisce con dovizia di particolari la caccia a Osama bin Laden e la sua uccisione nel covo di Abbottabad, in Pakistan, il 2 maggio 2011. Altri film che raccontano l’11 Settembre sono 9/11: The Falling Man (documentario, 2006) di Henry Singer, 9/11: The Twin Towers (2006) di Richard Dale, The Flight that Fought Back (documentario, 2005), il film per la TV Flight 93 (2006) e la mini-serie TV National Geographic: Inside 9/11 (2005).