Il romanzo cieco

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Sino a qualche tempo fa, tutti avevano un’idea di cosa fosse un romanzo. La definizione di E.M. Forster “una finzione in prosa di una certa estensione” risalente al 1927, riusciva a comprendere tanto il romanzo realistico sette-ottocentesco che quello modernista dei suoi anni. Decisivo il termine finzione. Il 54enne spagnolo Javier Cercas, nel 2014 ha dedicato cinque lezioni all’Università di Oxford a cercare di capire perché i suoi, di romanzi (almeno gli ultimi Anatomia di un istante del 2009 e L’impostore del 2014), non rispondano a questa definizione, e perché ciononostante siano a tutti gli effetti dei romanzi: il risultato è Il punto cieco (traduzione di Bruno Arpaia, Guanda, pp. 161, € 17). La vicenda di Anatomia di un istante ogni spagnolo la conosce: il tentativo di golpe del 23 febbraio 1981, quando la Guardia Civil fa irruzione in Parlamento (con le magre televisive del tenente colonnello Antonio Tejero Molina). Il romanzo di Cercas non la racconta, quella vicenda, e neppure la spiega; piuttosto scava sotto di essa e così facendo la rende ancora più ambigua e opaca di come appaia. Il romanzo non fornisce risposte, ma sempre nuove domande, sino a rendere la realtà che tutti crediamo di conoscere qualcosa di infinitamente ambiguo e indistinguibile dalla finzione (perché la ‘realtà’ è a tutti i livelli tramata, e tarmata, dalla ‘finzione’). Archetipo di tutti i romanzi è dunque Don Chisciotte, dove esistono “solo verità bifide, ambigue, poliedriche, cangianti e contraddittorie”. Ogni vero romanzo (trattati sono, fra gli altri, Moby-Dick e Il processo, Borges e Vargas Llosa) contiene secondo Cercas un punto cieco, come nella retina oculare, attraverso il quale non si vede nulla; se ciò malgrado vediamo, è “perché il cervello supplisce a ciò che l’occhio non vede”: allo stesso modo, alle domande del romanzo è il lettore a dare risposte, sempre diverse e mutevoli: “riempie il punto cieco del romanzo, permettendogli di conoscere ciò che di fatto non conosce”.