Giona nella balena

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© Stefania Beretta

Al Masi di Lugano la mostra di Giona Bernardi ‘La trilogia del mare e altre storie’. Curata da Elio Schenini è una mostra postuma perchè Bernardi si è tolto la vita un anno fa e aveva 38 anni. Sorta di murali all’entrata della mostra, cartelli espositivi, ma è nella sala centrale che si anima il discorso di questo artista. Giona si firma GnB, Giona nella Balena e la mostra fa perno su  tre grandi tecniche miste su carta, la principale di queste si dà nella forma di una balena; le altre rappresentano un capodoglio e un calamaro gigante. La balena di Giona è stata esposta nel 2013 al Museo del Novecento di Milano in una mostra a titolo ‘arimortis’. Roberto Cuoghi che cura nella mostra di Lugano il quaderno che la accompagna, curò allora ‘arimortis’ manifestazione dice: ”il cui tema era la smisuratezza, l’incontinenza. È  per questo che  ho voluto la grande balena di Giona”. Opera remota, mai finita dunque, di continuo arricchita nelle tessere del mosaico che la compone di piccole storie, rappresentazioni macabre, inserimenti discorsivi, valenze noir e sadiche. Con isole di humour come per i parenti a tavola, in un cerimoniale del cibo che ricorda La grande bouffe di Varlin, e ognuno: “Su con la vita”, “Su, su non fare così”, “Un passo dopo l’altro”, “Coraggio Giona”, “Che ce la fai”, “Vedi di fare il bravo”, “Giona guarda che arriva la primavera, puoi fare delle passeggiate”. Perché Bernardi soffriva apertamente di instabilità psichica, conclamato il suo malessere e aperta la sua sofferenza. I testi figurativi e narrativi che compongono la sua opera hanno tutti l’opzione di questa condizione “ceux qui sont sur le bord vont à l’enfer” scrive e “la naginake è una spada antica e magica”  che si agita nella sua opera e come un masopendolo da body art estrema sopra la sua testa. Ci sono nella mostra tracce (sanguinose) e testimonianze di questo masochismo estremo in alcune documentazioni di body art.
Ha fondato la formazione soprattutto sul fumetto. In mostra questo è chiaro nel video montato e organizzato in cui un giovane guida con musica hip-hop una serie di immagini. Nella sua storia di proposte Lalabrigida è la rivista che ha fondato raccogliendo vivaci intelligenze dello spazio-cartoons e delle tavole-fumetto. E compone per fumetti, per tavole narrative, le immagini giganti della balena, del capodoglio e del calamaro, della ‘Trilogia del mare’. In due cartelle scritte a mano in esergo alla mostra Bernardi avverte che stiamo per entrare in un «impianto visivo fatto di rimbalzi dove l’occhio fatica a totalizzare». Questo è vero, si è attratti prima dai tasselli che compongono l’opera, ma se ci si allontana e si guarda da lontano la composizione dipinta, la grande forma marina di colore rosato tendente al rosso oltre che a un grande cetaceo, assume la forma di una grande ferita nella carne, sanguinante. E questa idea della balena su cui Giona cortocircuitava, inciampava e si accaniva! Da Melville di Moby Dick e della fascinazione della Balena Bianca al film di Roberto Faenza (Jona che visse nella balena è del 1993, tratto dal romanzo autobiografico dello scrittore Jona Oberski Anni d’infanzia), dal profeta Giona e alla sua sperimentazione della fine/resurrezione, ai miti marini da ‘grande madre’ legati al grande mammifero, che con il suo olio illuminava gli antri-abitazioni dei villaggi dei pescatori. Il più giovane fratello di Giona, Daniele, ha da poco pubblicato nei tipi di Casagrande un libretto di poesie con il titolo Gabbie per belve. Una di queste è dedicata al fratello: «…Mio fratello lì dipingeva un grande dipinto./ Lo chiamava ‘La madre’/ed ogni giorno aggiungeva un dettaglio/ a quell’enorme ideogramma a forma di pesce…Mio fratello un giorno uscì di casa come di senno,/ci disse ‘Io non ce la faccio più. Coraggio». Un modo la poesia per prendere le misure di una vita tragica, dare un senso all’opera lasciata, mentre sembrerebbe che ne parli ‘per un ritratto di generazione’ Roberto Cuoghi: «eravamo sempre insieme ai tempi di Brera, in comitiva con Vera e un paio d’altri, un piccolo gruppo di disgraziati, ognuno faceva il peggio per dimostrare di più. Sono tutti morti, l’unico sopravvissuto sono io».