Sigmar Polke

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Orchestrata attorno al tema della visione e delle sue aporie, l’ampia mostra ‘Sigmar Polke’ a Palazzo Grassi riporta a Venezia l’artista scomparso nel 2010 che proprio ai Giardini della Biennale aveva dispiegato nel 1986 il potenziale di pittore-alchimista. A distanza di trent’anni, la forma scelta per dar conto della ricerca eclettica di Polke è quella di una ‘antologica a ritroso’ che relega al secondo piano le opere storiche degli anni ’60-’80 per portare alla ribalta i cicli monumentali realizzati nel corso degli ultimi due decenni. Malgrado la presenza di Polizeischwein (1986), a restare in ombra è, paradossalmente, il Polke più ‘politico’, feroce esegeta del passato della Germania, mentre a emergere è la messa in discussione (non meno eversiva) della gerarchia di immagini che si contendono il nostro occhio. Già negli anni ’60 la tecnica dei dots, o puntini, disintegra fotografie riportate sulla tela, quasi a chiedersi cosa sia più illusorio, se l’immagine di partenza attinta alle pagine dei quotidiani, oppure quella che il nostro cervello si ostina malgrado tutto a ricomporre (Junge mit Zahnbürste, 1964). La stessa coesistenza di realtà inconciliabili si ritrova nelle opere in cui le fantasie dei tessuti utilizzati come supporto vengono trasformate in elementi della figurazione (come in Reh, splendido omaggio a Franz Marc, datato 1968). Con il trascorrere degli anni l’ispirazione pop si fa sempre più evanescente e sognante e gli oggetti ingranditi a dismisura, ridotti a sagome o frantumati in dots si compongono in una mitologia autoriale incentrata sull’interrogazione del cosmo e della Storia. Nel contempo, ogni residuo di illusionismo viene infranto attraverso un lavoro insistito sulle superfici, trattate con resine, lacche, pigmenti e ossidi o dipinte sui due lati per ottenere particolari effetti in trasparenza. Fino ai grandi cicli degli ultimi anni Axial Age, 2005 e Strahlen sehen, 2007, dove, grazie a tinte fotosensibili ed effetti lenticolari, il quadro viene destinato a una contemplazione dilatata nel tempo, in grado di gettare un dubbio programmatico su quel che pensiamo di vedere.

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Polizeischwein, 1986, olio su tela