L’assassinio di Tahir Elçi
e la lotta curda

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Nel turbinio di immagini che subito affollano la rete c’è un punto cieco, un cono d’ombra che sottrae all’occhio delle telecamere l’attimo in cui una pallottola fredda l’avvocato Tahir Elçi, colpendolo alla nuca. Accade durante la conferenza stampa ‘per una tregua’, una pausa di riflessione rispetto agli scontri che si succedono da settimane tra polizia e gruppi giovanili del Pkk. È il 28 novembre 2015, siamo all’incrocio del minareto ‘delle quattro zampe’ nell’antico centro storico di Diyarbakir, la capitale del Kurdistan turco. I giornalisti presenti si accucciano in gruppo in un angolo, frastornati dal fuoco incrociato. Tahir Elçi è fra loro, lo si vede mentre cerca riparo dietro una colonna del vecchio Minareto selgiuchide e volge lo sguardo verso gli spari. Per qualche secondo le telecamere lo perdono, nell’inquadratura successiva è steso a terra all’ombra del minareto, dal suo corpo una macchia di sangue si spande sul selciato. “Sono steso a terra, ferito, nel cuore di Diyarbakir”, recitano i versi di apertura di un famoso brano di Ahmet Kaya, il cantautore che ha raccontato i terribili e conflittuali anni ’90 ed è morto in esilio a Parigi. Accanto a lui un’arma  – di chi? per chi? – così come quel proiettile che, nella piccola folla e nel caos, ha scelto proprio lui. Dei 108 colpi sparati in pochi secondi da almeno 28 armi da fuoco diverse, solo uno, letale, va a segno e colpisce Tahir Elçi, l’avvocato dei diritti umani, l’avvocato dei curdi, l’uomo al centro di un feroce dibattito per aver osato sostenere in diretta TV che il PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan) non è una formazione terroristica. È l’avvocato dei contadini forzatamente evacuati dai loro villaggi negli anni ’90; porta alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo numerosi ‘casi irrisolti’ di omicidi politici perpetrati da frange dei servizi segreti turchi; lavora ai casi dei massacri di Roboski (2011) e di Kuşkonar (1994) nei quali l’aviazione turca toglie ‘per errore’ la vita a 60 civili inermi. Oggi, la guerra civile siriana, l’ascesa dell’Isis, la rivoluzione dei curdi del Rojava. La febbre inizia a salire alla fine del 2014, Kobane, la cittadina curda al confine turco/siriano, è sotto il violento assedio dell’Isis. Le brigate femminili curde resistono strenuamente. La gioventù curda della Turchia si riversa sul confine per andare in soccorso di Kobane, il presidente Erdoğan chiude le frontiere, dopo mesi di porte aperte per i jihadisti internazionali; in una conferenza stampa profetizza, quasi gongolando, che Kobane è ormai caduta. A Diyarbakir, in altre città curde e nelle grandi città scoppiano violenti proteste con vittime da una parte e dall’altra. Dopo anni di silenzio rispunta lo spauracchio del salafismo curdo degli Hezbollah. Il 7 giugno 2015 le elezioni. Cresce lo scontro interetnico; attacchi alle sedi dei partiti curdi, sassaiole contro gli autobus che provengono dalle regioni curde; a Muğla, fra le splendide e assolate colline d’ulivi dell’Egeo, un uomo che ha condiviso sui social una sua foto in abiti tradizionali curdi viene malmenato e costretto a baciare in pubblico la statua del padre della patria Atatürk. Il 5 giugno, due giorni prima delle elezioni, inizia la stagione delle bombe e l’Isis è uno spettro che si aggira per le strade della Turchia. A Diyarbakir, il partito di sinistra e filo-curdo HDP, sta celebrando la chiusura della campagna elettorale, la folla aspetta l’arrivo sul palco della star del partito, Selahattin Demirtaş, che ha condotto una campagna elettorale brillante e sembra poter portare il partito a una vittoria storica, superando lo sbarramento del 10%, pochi minuti prima che Demirtaş inizi, due bombe nascoste nei cestini dell’immondizia esplodono uccidendo 5 persone e ferendone 400. Due mesi dopo l’Isis colpisce ancora. È il 20 luglio, i giovani della federazione socialista turca si ritrovano a Suruç, la cittadina dalle cui colline si può vedere Kobane, vogliono attraversare la frontiera per portare aiuti a Kobane liberata, ma dove tutto è da ricostruire. Durante la conferenza stampa al centro giovanile Amara, Abdurrahman Alagöz, cittadino turco di Adiyaman – recentemente diventata un centro di reclutamento e indottrinamento dell’Isis – si fa esplodere uccidendo 34 persone e ferendone un centinaio. I gruppi e i partiti d’area curda, accusano il governo di essere co-responsabile dell’attacco. Una cellula di un gruppo armato curdo, agendo indipendentemente dal controllo centrale del PKK, irrompe in casa di due poliziotti e li uccide nel loro letto. Per il governo turco questa  azione segna la fine del processo di pace, tenuto faticosamente in piedi dal 2013. Nei giorni seguenti, la Turchia concede agli Stati Uniti l’utilizzo della base aerea di Incirlik, avviando contestualmente bombardamenti a tappeto dei centri logistici del Pkk nell’Iraq settentrionale e sporadiche azioni aeree contro l’Isis. Il 10 ottobre i gruppi della sinistra e della società civile si sono dati appuntamento davanti alla stazione ad Ankara per chiedere la pace e la fine della violenza nel sud-est. Due attentatori suicidi – di cui uno identificato come il fratello dell’attentatore di Suruç – tolgono la vita a 109 persone ferendone quasi 500 nell’attacco più sanguinoso della storia della Repubblica turca. Subito si parla di complicità dei servizi segreti; in assenza di prove, sicuramente si può dire di negligenze e di falle nel sistema di sicurezza.
Da allora le bombe non si sono più fermate: l’Isis ha colpito ancora ad Istanbul, a Sultanahmet, il cuore turistico della città; poi Ankara è stata colpita per due volte dal Tak, i Falchi Liberi del Kurdistan, una frangia estremista distaccatasi nei primi anni 2000 dal PKK.
La morte di Tahir Elçi è l’evento rappresentativo di una rinnovata stagione di violenza. In questa stagione numerosi giornali e testate televisive sono stati chiusi per decreto governativo, o sostituiti da redazioni prone ai voleri governativi; i direttori del quotidiano nazionale Cumhurriyet sono sotto processo per aver pubblicato immagini che avallano le tesi dei rapporti tra servizi segreti turchi  e l’Isis. Molti accademici che hanno firmato una petizione per chiedere la cessazione dell’intervento militare nelle zone curde, sono stati rimossi dai loro incarichi. Il delicato processo di pace fra stato e Pkk, avviato nel 2013, è definitivamente saltato. La questione curda, invece di progredire sulla strada dei diritti e della democrazia, è ritornata ad essere una questione di sicurezza e di terrorismo.
Il PKK ora porta la lotta giù dalle montagne, nelle strade delle città del Kurdistan. A Diyarbakir, Nusaybin, a Cizre e Silvan, le frange giovanili del partito hanno scavato trincee e dichiarato l’autonomia. L’esercito turco ha risposto con assedi, bombardamenti e coprifuoco prolungati. Centinaia di civili sono rimasti uccisi negli scontri, più di un milione sono gli interessati al coprifuoco e centinaia di migliaia quelli costretti ad abbandonare le proprie case. Molti abitavano nei centri storici curdi come quello di Dyarbakir e il 21 marzo scorso il governo ha deciso di espropriare l’80% della città storica di Diyarbakir – recentemente acquisita nel patrimonio Unesco. Molti analisti locali sostengono che lo stato stia attuando un’operazione di ingegneria sociale, spiantando la popolazione curda e trasformando il cuore storico – e ribelle – della città in un asettico museo, pronto per gli investimenti neoliberisti degli imprenditori vicini al governo: «faremo di Diyarbakir una nuova Toledo», ha detto sorridente il premier Davutoğlu.
I piani di gentrificazione del governo lasciano trasparire la voglia di conquista del bastione curdo e di trasformazione demografica dell’area (qualcuno già paventa che Erdoğan voglia collocarci i profughi siriani respinti dall’Europa). Gli abitanti del quartiere storico di Diyarbakir promettono di resistere all’espropriazione. Ma il centro storico della città non è solamente la loro casa; è anche il castello simbolico della resistenza curda, celebrato nei loro versi da poeti e cantanti. Tahir Elçi sarebbe stato in prima linea a difendere i diritti degli abitanti del centro storico contro l’esproprio forzato voluto dal governo. Senza di lui la resistenza pacifica e democratica dei curdi in Turchia ha certamente un’importante risorsa in meno.