Il corpo di Regeni

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Giulio Regeni con un gatto

L’affaire Regeni comincia ufficialmente il 3 febbraio, quando il cadavere del ricercatore di Oxford viene ritrovato ai margini dell’autostrada Il Cairo-Alessandria, a una settimana dalla sua scomparsa. La polizia egiziana, invero con poca fantasia, lo spaccia come esito di un incidente stradale e nel contempo insinua che sia vittima di un gioco omoerotico finito male. Peccato che trapeli subito la notizia che Giulio Regeni è stato atrocemente torturato per più giorni e che, lungi dal dedicarsi a droga e sesso, lavorava con sindacalisti locali di opposizione per una rischiosa ricerca fra l’accademico e il politico. Le autorità italiane, molto disattente nella fase della scomparsa, si trovano in grande imbarazzo quando salta fuori l’omicidio di stato e interrompono la missione ministeriale in corso al Cairo, condizionate da un crescendo di proteste per la palese campagna di disinformazione della polizia egiziana e il sistematico boicottaggio alle indagini svolte dalla procura di Roma, associata pro forma all’inchiesta ma in realtà privata di qualsiasi accesso al materiale investigativo. Si succedono le più inverosimili spiegazioni, sino alla molto sospetta uccisione di cinque malavitosi locali che, vestiti con le uniformi della polizia,  avrebbero sequestrato Regeni per un riscatto e poi, chissà perché, l’avrebbero torturato e ammazzato senza neppure tentare di riscuotere con il suo bancomat. Ovviamente in casa dei silenziati pseudo-rapitori vengono rinvenuti i documenti di Regeni, oggetti personali autentici e fasulli e un’immancabile dose di droga. La giornalista Basma Mostafa intervista i familiari degli uccisi e scopre che il materiale è stato collocato a casa loro dalla polizia. I familiari sono arrestati subito come complici e la giornalista lo è qualche giorno dopo, nelle retate del 27 aprile contro gli oppositori, che hanno coinvolto molti attivisti amici di Regeni. Uno scenario prevedibile sino alla noia.
Dopo il fallimento di un incontro fra inquirenti egiziani e italiani dovuto al rifiuto dei primi (in nome della privacy, sic!) di fornire tabulati telefonici e riprese video riguardanti luogo e giorno della scomparsa di Regeni, l’Italia richiama per consultazioni l’ambasciatore al Cairo. Ormai anche la stampa egiziana ammette che il delitto sia attribuibile agli sbirri di Al-Sisi, con l’ipotesi subordinata che si tratti o di un ‘eccesso di zelo’ o di iniziative di servizi deviati per screditare il buon dittatore – ah, se lui sapesse cosa si fa in suo nome! Lo stesso Al-Sisi ammette trattarsi di un omicidio politico, ma sostiene che è diretto contro di lui, opera dei Fratelli Musulmani o di una faida sindacale.
Lasciamo correre le menzogne degli assassini, dopo tutto fanno il loro mestiere. Ma quali sono state le reazioni italiane, cioè delle vittime? All’inizio è prevalsa la linea di non irritare un alleato che Renzi aveva definito ‘grande statista’ e da cui dipendono le concessioni di sfruttamento petrolifero per l’Eni, poi l’indignazione dell’opinione pubblica, l’evidente asse creatosi fra Al-Sisi, la Francia e Total e il ruolo palesemente contrastante con le velleità neocoloniali dell’Italia sul fronte libico hanno raffreddato i rapporti fino al ritiro temporaneo dell’ambasciatore. Gli egiziani, mirando ai confinanti giacimenti cirenaici, appoggiano il governo di Tobruk e il suo uomo forte, Haftar, mentre gli italiani puntano piuttosto sul parlamento di Tripoli e il super-organismo esecutivo sponsorizzato dall’Onu. Proprio la prospettiva di operazioni coordinate in Libia impedisce che la rottura possa essere portata sino in fondo, anche se il carattere insieme repressivo e fragile del regime egiziano diventa ogni giorno più evidente, così come la sua sudditanza all’Arabia Saudita, cui ha perfino ceduto due isole strategiche. Nelle more, una vergognosa intervista in ginocchio di Calabresi neodirettore della filo-governativa La Repubblica al dittatore  aveva avallato la buona fede egiziana e lasciato spazio a ogni genere di insinuazioni sul conto del ricercatore assassinato, provocando reazioni e retromarce anche all’interno del giornale.  Il vero problema è se e quando ci sarà un nostro intervento in Libia.