Intifada dei coltelli.
Sparare sugli inermi

937

«È una grave violazione dei valori militari dell’Idf, il soldato è stato arrestato». Suonavano credibili le parole del generale Moti Almoz, portavoce dell’esercito israeliano, sulla scia dello sdegno suscitato il marzo scorso dall’uccisione di un palestinese, già ferito e a terra, immortalata dalle videocamere di una Ong. «Questo terrorista è ancora vivo, questo cane», si sentiva, prima degli ultimi spari, mentre sullo sfondo appariva il corpo senza vita di un secondo palestinese, che avrebbe partecipato a un precedente tentativo di aggressione all’arma bianca. La credibilità è cementata dalle parole governative, col ministro della Difesa Moshe Yaalon a promettere “massima severità”. Tuttavia tale atto è solo l’ultimo di una lunga serie che sembra invece configurare una prassi. Negli stessi giorni Ashraf Mashal, capo della Procura della stessa Hebron, dalle risultanze delle autopsie, ha riferito dell’uccisione di tre palestinesi tra i 18 e 31 anni (Yousef Waleed Tarayra, Amir Fuad al-Juneidi, Qassem Farid Jaber) con un «eccessivo numero di proiettili, sparati dai soldati perfino dopo che erano morti». In febbraio un cronista di Al-Jazeera ha filmato una vera e propria esecuzione in strada a Gerusalemme, quella del ventenne Mohammad Abu Khalaf, bersagliato da decine di colpi dopo che già giaceva ferito ed esanime. La prassi non risparmia donne e bambini. Lo scorso novembre le immagini delle telecamere di sorveglianza raccolte da un’agenzia palestinese avrebbero documentato modalità identiche nell’uccisione della sedicenne Hadeel Wajeeh ‘Awwad, in un campo profughi a nord della capitale, dopo un suo tentato attacco ai soldati con un coltello. Già in ottobre Amnesty International era intervenuta per deplorare gli “omicidi stragiudiziali” su impulso del governo israeliano e Human Rights Watch denunciava l’esecuzione di manifestanti “in modo indiscriminato e deliberato”. Da allora sono stati uccisi altri 200 palestinesi dalle forze israeliane. Silenzio nelle cancellerie occidentali. La candidata favorita per la Casa Bianca Hillary Clinton, nel ricordare il “diritto all’autodifesa di Israele”, ha contestato anche tesi di un suo “uso sproporzionato della forza”.