Chi ha conquistato Palmira, chi l’ha distrutta

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La celebrata “riconquista di Palmira” del 27 marzo scorso da parte, si dice, dell’esercito siriano ha un curioso retroscena, scovato dal Daily Telegraph scartabellando tra le immagini e video girati dagli stessi militari. Essi erano perlopiù russi, iraniani, perfino afghani sciiti reclutati plausibilmente da Teheran. Parlavano almeno tre lingue, non l’arabo. Le forze di Assad sarebbero dunque arrivate solo nei giorni successivi, aiutando i colleghi moscoviti nelle operazioni di sminamento dello storico sito. È uno degli esempi quotidiani della deformazione dell’informazione nel conflitto mondiale che si consuma da sei anni in Siria. C’è, come in ogni scenario bellico, la propaganda incrociata, che però qui si moltiplica e si frantuma non solo per la pluralità degli attori in campo, ma anche per l’assenza di ‘fonti indipendenti’. Quelle in apparenza tali, tra ‘Ong’ e ‘Osservatori’, con i relativi portali web, sono perlopiù finanziate, sin da prima che scoppiasse la guerra, da agenzie pubbliche e private di governi che sono parte in causa. Non si salvano neppure le ‘enciclopedie’, inclusa l’edizione inglese di Wikipedia che nel cumulo quantitativo ha acquisito una certa qualità. Elenca in modo dettagliato le devastazioni dell’Isis, che hanno sollevato ancor più sdegno dei 250mila morti per la guerra. Ma omette alcune incongruenze, specie sulle date. Fortunatamente nel mare magum della rete permane qualche traccia, anche se molto si cancella. La conquista di Palmira risalirebbe a un anno fa, i saccheggi sarebbero avvenuti tra la primavera e l’estate scorsa, prendendo di mira in particolare i templi di Baalshamin e di Bel. Tuttavia danni erano stati rilevati a partire da ben tre anni prima, con documentate denunce di bombardamenti, sfregi, furti, e il riscontro dell’apparizione di reperti nei mercati di Londra. Una ricerca accademica americana ha  fatto recentemente il punto, sulla base delle immagini satellitari, sui danni al patrimonio archeologico siriano nel suo insieme. Risulta danneggiato il 27% dei siti nelle aree controllate dai ribelli non-Isis (quali i curdi, l’ ‘esercito siriano libero’). Nelle aree del Daesh la percentuale scende al 21,4%.