Arcangeli. Lezioni universitarie

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Francesco Arcangeli
Francesco Arcangeli

Il centenario della nascita dello storico e critico d’arte Francesco Arcangeli (Bologna 1915-1974) è stato contrassegnato l’anno scorso da una serie di manifestazioni. Mostre, convegni, pubblicazioni. Il piccolo libro sulle Tarsie scritto da Arcangeli nel 1942, è stato ripubblicato con una lunga postfazione di Massimo Ferretti (edizioni della Normale, Pisa, dicembre 2015); Gli ultimi naturalisti è la mostra – forte di presenze significative – curata da Claudio Spadoni in omaggio ad Arcangeli ai Magazzini del sale, Cervia (luglio-agosto); Ricordo di Francesco Arcangeli è il titolo del convegno indetto a Bologna dalla Accademia Clementina il 12 novembre a Palazzo Magnani, nella Sala Carracci; Dal romanticismo all’informale sono i saggi d’arte contemporanea in 2 volumi che usciranno nelle edizioni Aragno di Torino. A ridosso dell’anno centenario, le edizioni del Mulino di Bologna – in sinergia con il ‘Fondo librario Roberto Tassi’ dell’università degli studi di Parma – pubblicano, in due volumi, le trascrizioni delle lezioni universitarie di Arcangeli, in cattedra all’università di Bologna per la Storia dell’arte dal 1967 alla morte. Corpo, azione, sentimento, fantasia è il titolo dell’opera – ripreso da Arcangeli – la cura è di Vera Fortunati e Vanessa Pietrantonio.

Wiligelmo Le novità che Arcangeli porta nella storia dell’arte – da quella medievale ai contemporanei – fanno cardine sull’arte romanica (Wiligelmo), sulla pittura romantica e lo spazio romantico (William Turner), sull’avanguardia informale della metà secolo scorso (Wols, Pollock, Willelm de Kooning) poetica e linguaggio internazionale su cui fa confluire il gruppo italiano da lui chiamato ‘ultimi naturalisti’ Le lezioni universitarie che Arcangeli presenta agli studenti – con continui rimandi, citazioni e passaggi sull’arte contemporanea – partono dalle sculture di Wiligelmo al duomo di Modena (1099). Qui nasce l’arte padana, dai corpi grevi di Wiligelmo, dalle Storie della Genesi che – lavorando insieme all’architetto Lanfranco – Willelmus/Guglielmo scolpisce a Modena “Inter scultores quanto sis dignus onore. Claret scultura nunc Wiligelme tua” (Quanto tra gli scultori tu sia degno di considerazione, lo dimostra, Wiligelmo, la tua opera). Dopo Wiligelmo, Vitale da Bologna, attivo nella prima metà del Trecento, il cui San Giorgio e il drago (1350) della Pinacoteca nazionale di Bologna è la bandiera della città. Vitale con la sua “fantasia d’azione” che rompe le armonie ‘ascensionali’ del gotico con la tensione estrema dei suoi corpi. Poi, negli anni del Rinascimento, la presenza del tutto eccentrica, grottesca e misteriosa insieme, di Amico Aspertini (Bologna 1474-1552). Caposaldi della originalità critica di Arcangeli sono gli studi sui Carracci e la sua scelta per Lodovico (Bologna 1555-1619) cugino di Agostino e Annibale. L’aggio e lo spazio che la singolare ‘pietas’ di Lodovico ha nella Bologna del cardinal Paleotti. Poi il Settecento della laicità con Giuseppe Maria Crespi (Bologna 1665-1747), che si imparenta con il lombardo Jacopo Ceruti. Del Crespi Arcangeli ci consegna la drammaticità del ciclo dei ‘sette sacramenti’ (1712). Per arrivare infine al contemporaneo Giorgio Morandi che Arcangeli vede come terminale di questo passato. È questo che lui intende come lavoro del critico: l’incessante campitura dall’arte medievale al moderno – da Wiligelmo e dai serti vegetali romanici al dripping di Jackson Pollock – in un tramando ‘dei corpi e degli spazi’ secondo il sistema per cui: “aveva la stessa maniera a studiar autori antichi che contemporanei”. Gli studi sul Wiligelmo per ‘tramandi’ si riconoscono nella rivoluzione informale e materica della pittura sua contemporanea e a cui darà assetto teorico con i saggi Gli ultimi naturalisti e Una situazione non improbabile, entrambi su ‘Paragone’ nel 1954 e nel 1956. Pittori di riferimento sono Morlotti, Moreni, Mandelli della generazione di Arcangeli e i più giovani Vacchi e Bendini. Autonomo è anche il percorso dello storico dell’arte. Agli studenti Arcangeli consegna per dispense e oralmente gli artisti che predilige (Wiligelmo, Vitale, Aspertini, Ludovico, Crespi) che finalmente, nel 1970, esporrà insieme nella memorabile mostra all’Archiginnasio di Bologna Natura ed espressione nell’arte bolognese-emiliana. La rassegna appunto che sfonda sui contemporanei assimilando Giorgio Morandi alle proprie cadenze.

Giorgio MorandiIl rapporto con Morandi si concentra nell’impresa di una monografia chiesta dal pittore al giovane critico. Si accende qui, su questo testo, una delle diatribe più drammatiche della comunità artistica emiliana del secolo. Morandi prima sottopone a correzioni continue il dattiloscritto di Arcangeli e poi apertamente lo rigetta. Le ragioni del ‘gran rifiuto’ morandiano stanno nel fatto che la monografia storicizza l’esperienza artistica di Morandi, la inscrive – a fitte trame – nella storia dell’arte del secolo, la sottrae alle precedenti analisi crociane (Cesare Brandi). «È stato Lei ad affidarmi, molto tempo fa, il compito di scrivere questa monografia e di questo Le sarò sempre grato e mi terrò sempre onorato. Questo mi pare tuttavia non comporti, da parte mia, rinunzia alle mie idee, perché in tal caso non avrei mai accettato questo compito…concepisco un libro su un artista in termini di interpretazione della sua attività attraverso un racconto critico: racconto e confronto…da tempo ho rifiutato i presupposti della critica idealistica…» sono i passi della lettera -12 novembre 1961 – scritta da Francesco Arcangeli a Giorgio Morandi. Il pittore, all’apice della fama, e del mercato, non tollera che la sua esperienza sia storicizzata-relativizzata e rifiuta gli esiti di una monografia ‘contaminata’. Per il giovane storico dell’arte il lavoro su Morandi è l’occasione di una riformulazione di quella vicenda artistica nel Novecento, ed è insieme ‘confronto con il padre’, una resa dei conti edipica. Negli anni Sessanta del secolo scorso, si consuma a Bologna il rapporto tra due generazioni prendendo la forma-scandalo di un libro negato. Morandi rifiuta il Morandi di Arcangeli, il libro – capolavoro della letteratura d’arte del secolo – sarà comunque nelle edizioni milanesi de ‘Il Milione’ e poi nella collana dei saggi di Einaudi. Il brano della lettera a Morandi innesta il principio di tutto il lavoro critico di Arcangeli, cioè che l’opera è a fondamento di ogni lettura, di ogni analisi critica, il testo è prima e sopra ogni ‘contesto’, non sottraibile all’individuo-autore. Se vi è nel Novecento una generazione-generante, di ‘padri’, è quella passata attraverso la guerra e la Resistenza, la scrittura della Costituzione e la fondazione della Repubblica. Generazione subito in eclisse, subito all’anno zero, via via consapevole delle profondità distruttive subite – l’olocausto atomico, i campi di sterminio – e dentro la ‘guerra fredda’. I pittori di quegli anni su cui scrive Arcangeli sono Wols, Pollock, De Staël. Una generazione perduta. Francesco Arcangeli è una delle coscienze più interne a quella generazione di crisi, un ‘testimone negativo’ scrive di se stesso, per una parabola tanto breve quanto intensa. Roberto Longhi – in cattedra per la Storia dell’Arte a Bologna negli anni Trenta e Quaranta – è il riconosciuto maestro, con lui si laurea nel 1937, di Longhi è a lungo assistente. Nel 1948 con il saggio L’impressionismo a Venezia (‘La rassegna d’Italia’, 1948) è premio della Biennale per la critica. Replicherà, su ‘La rassegna’ nel 1949, con Poeti e pittori di Francia 1865-90 rompendo le categorie settoriali. L’originalità della fisionomia critica di Arcangeli inizia per l’arte contemporanea con i saggi sulla pittura francese – Courbet, l’ultimo Monet e poi Soutine – e i romantici inglesi, prima Constable e sopra tutti Turner. Cadenze e protagonisti di un percorso d’arte in cui si rigetta la nozione di Storia come ‘progresso’ e si avanza come risorsa dell’uomo la natura, l’habitat di appartenenza. Arcangeli fa della storia dell’arte ‘campo vivo e aperto’, ove agisce e si accende per incontri emotivi – per ‘consanguineità’ – la natura del critico che vi si applica, si riconosce l’individuo dell’area culturale cui appartiene. Impegno che espone, quando riceve il premio Fetrinelli per la critica d’arte nel 1969, con la prolusione a titolo Uno sforzo per la storia dell’arte.