Le mattine di Alice

1292
Frigo-2010-penna-acrilico-e-acquarello-su-carta
Frigo, 2010, penna, acrilico e acquarello su carta, cm. 40×30

È la storia della pittrice Alice Marinoni. Nasce a Genova nel 1962 con un problema di sordità profonda e la sua vicenda si complica da subito a partire da questa principale condizione di “sordità neonatale”. Marco Ercolani – lo psichiatra che segue Alice – scrive un saggio in cui parla della sua storia psichica del suo “isolamento psichico secondario” dovuto alla sordità. Ercolani interviene , insieme ad altri, in un piccolo libro a titolo E voleva le ali ai piedi che accompagna sia a Genova che a Chiasso due recenti esposizioni delle opere di Alice. I problemi di Alice bambina, incompresi dalla medicina e inscritti anche in patologie autistiche, sono stati alla fine affrontati dalla madre Mirella Marini. La Marini è al tempo stesso una insegnante e una pittrice, i temi dell’opera artistica della Marini sono fantastici e libero nei suoi lavori l’uso delle tecniche. La prima tecnica che trasmette alla figlia è quella della incisione. Prima l’incisione, poi colori e i pennelli. La pittura che Alice svolge a fianco della madre è spesso soggetta al fascino della ripetizione, al richiamo di un ordine ‘seriale’. Così nel ciclo dei ‘frigoriferi’, celle di conservazione del cibo che Alice dipinge a più riprese accentuando la rigidità dei corpi morti lì conservati. Il titolo delle recenti mostre è quello del libretto. Si parla di ‘ali ai piedi’ perché si presentano opere il cui tema sono le scarpe, a partire da un collage su cartone di stoffe e corami azzurri per un paio di ciabattine pressochè alate. Opere su carta, forme orlate da cuciture, tempere, acrilici più collages, a tema: ciabatte, pantofole, scarpe, ma anche body, vestaglie dell’abbigliamento quotidiano del mattino. Sono gli oggetti della vestizione per tutte le mattine del mondo. Opere di un pop anomalo, oggetti sospesi in un resa quasi metafisica, disposti nello spazio dipinto con originali spaziature, forme calate in un campo di gravitazione, in una vicendevole calamitazione. Alcuni inducono senz’altro venature fetish – body, biancheria intima – e le scarpe dipinte ripetono, in lingua pop, le componenti zoomorfe degli stivaletti con guarnizioni di pelo, delle calzature a zoccolo, sugli scaffali in vetrina nei negozi a moda griffata. In Alice, sorda e quasi muta, questo ciclo di opere consegue – dice la madre Mirella – il rito del mattino per cui, una volta sveglia, dissemina per tutta la casa pantofole e scarpe. Ma Alice dipinge dopo l’azione della dispersione e raccolta. La sua pittura protesta un nome, dichiara un’opera, una consapevolezza. La Marini sintetizza così la situazione della figlia Alice nell’infanzia e nell’adolescenza: «Gridava sempre, urlava, gettava tutto da per tutto». Quando inizia il riconoscimento della sordità della bambina, tra la madre e la figlia si stabilisce via via un rapporto di fitto scambio sia attraverso il metodo audiovisuale del linguista zagrabese Petar Guberina – metodo e disciplina che inducono fonemi, pronunce, parole attraverso i movimenti del corpo nello spazio – sia, infine, attraverso la libera espressione dei colori e delle forme. Un linguaggio finalmente possibile, una comunicazione credibile. E Alice si siede a fianco della madre e dipinge con lei, dalla madre riceve e adotta autonomamente gli strumenti della rappresentazione e della comunicaizone – la matita, la penna, il bulino per l’incisione, il pennello – scopre e inventa il colore, scopre una lingua espressiva originale, inventa lo spazio in cui sta l’immagine, rende viva l’immagine con un dosaggio attento e appassionato del colore. Sono percorsi paralleli quelli di una madre e di una figlia, arricchiti, mediati, modificati, dal medium straordinario che è la pittura. Un rapporto che si spinge sino “a confondere i nomi e i volti”. Ne ha scritto Carmelo Samonà in quell’ostinato libro che è Fratelli, in cui si ritma, passo dopo passo, il rapporto tra il padre – “ho un tale accanimento nel dare la caccia alla malattia che a volte può sembrare anche che io la corteggi” – e il figlio Ferdinando apertamente autistico. Simbiosi anche tra Mirella e Alice, osmosi anche, che però non fonde-confonde l’originalità delle rispettive ‘opere dipinte’. Così distinta, outsider e sorprendente è appunto l’opera di Alice.