Grande guerra e vallerani

1662
Giuseppe Augusto Levis, Reticolati e fanti, 1917, olio su tavola cm. 35x40
Giuseppe Augusto Levis, Reticolati e fanti, 1917, olio su tavola cm. 35x40

Facendo perno sull’opera del pittore Giuseppe Augusto Levis (Chiomonte (TO) 1873-Racconigi (CN) 1926), su ricerche condotte in Valle di Susa e Valsangone, si apre a palazzo Lascaris di Torino il 10 marzo la mostra a titolo Piemontesi ‘alla fronte’, fronti e trincee della Prima guerra mondiale. Curatore della impresa – a più voci e con l’associazione ‘l’eiguo y cuento’ – è Paolo Nesta che afferma nel saggio introduttivo in catalogo come il tributo di sangue delle valli sia stato tale che inizia qui il processo di pauperizzaione e scomparsa dell’intera società vallerana. La Grande guerra accende una crisi sociale che si abbatte sulle classi sociali legate alla terra, i piccoli proprietari, i mezzadri e i braccianti. La ricerca nelle valli è di Giorgio Jannon che la conduce sia con un’analisi minuziosa delle mutazioni socioeconomiche (migranti, disoccupati, industrie), sia producendo il fondo fotografico inedito del maggiore Ceriana Mayneri, sia pubblicando l’epistolario dei soldati fratelli Giovan Battista e Camillo Agnes, degli Agnes di Chiomonte. Giovani che non torneranno, l’uno morto in prigionia il 29 marzo del 1918, Camillo a 19 anni nella 11ma battaglia dell’Isonzo. Ex-voto dalle valli, poi, memorabili come quello firmato da Azeglio con il soldato che esce di prigionie – branda, cella, porta blindata, guardie carcerarie -, o del soldato salvato dai commilitoni con le pale dalla valanga di neve che lo ha sepolto. Il centro della mostra rimane comunque la rappresentazione della guerra di Augusto Levis. Il curatore così ne scrive: «le tavole di misure sostanzialmente uguali su cui dipinge contengono le risultanze di un’analisi materica minuziosa e sorda, grigio fangosa, quasi monocroma. Il contesto è drammaticamente evocato dal contrasto tra ombre cupe e paste grige o polverose, il paesaggio anzi la terra, è costantemente dilaniata e artefatta da scavi di postazioni, reticolati, trincee. Il suo realismo tragico, privo di speranza, si sofferma attonito a contemplare il baratro della condizione umana. Quei fanti dipinti come fantasmi, sopraffatti da un cieco destino, sono la spietata evocazione della ‘carne da cannone’ gettata allo sbaraglio».