Non essere Dio

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Gianni Vattimo

In Non essere Dio – autobiografia a quattro mani con Piergiorgio Paterlini (Ponte alle Grazie, Firenze 2015) – Gianni Vattimo dichiara dal titolo l’avversione agli assoluti, quale compito dell’intera vita del filosofo. Un ritratto di sé che può ricordare gli Essai di Montaigne, non solo per l’ironia che percorre tutta la narrazione e per lo stile che varia in continuazione, dall’anedotto biografico, al saggio filosofico breve e fulminante, all’intervento sull’attualità, ma anche e soprattutto per lo scetticisimo di fondo che è la cifra filosofica del nostro come già del gentiluomo perigordino del XVI secolo. Erano stati i conflitti religiosi e la Non essere Dioscoperta del Nuovo Mondo a indurre la crisi scettica di Montaigne, quando il vecchio mondo era ormai morto e quello nuovo iniziava appena a configurarsi in una sospensione tra il non più e il non ancora. Condizione che torna a riproporsi oggi, quando la modernità è tramontata e un nuovo mondo inizia lentamente a prendere forma tra le macerie di quello vecchio. È la globalizzazione, ciò che culturalmente chiamiamo il postmoderno, tema vattimiano per eccellenza. Nell’avventura filosofica di Vattimo, come è noto, da sempre lo accompagnano Nietzsche e Heidegger. Il primo a confermare che se il mondo vero è diventato favola, anche il mondo apparente non è più meno vero, che se ci si libera dalle verità assolute quello che ci rimane sono le interpretazioni, il secondo, il mago di Messkirch, a ricordare che l’ “Essere si da nascondendosi”, ovvero, e qui interviene l’interpretazione di Vattimo, che l’ ”Essere è tempo”, aggiungendo l’accento sulla congiunzione heideggeriana, e quindi l’essere, qui risuona la lezione dell’’urbanizzatore’ di Heidegger, ovvero Gadamer, che è linguaggio, perché coincide con gli orizzonti storico-linguitici che si succedono nelle diverse epoche storiche. La verità forte della metafisica, insomma, si è dissolta a favore di una verità debole, e l’Essere che la metafisica occidentale ha scordato a favore degli Enti, non va certo restaurato, ma piuttosto rammemorato. E proprio questo mondo esploso in cui le verità sono tante quante le differenze, in cui ciò che è in gioco è un conflitto di interpretazioni, questo mondo globalizzato in cui la tecnica ha vinto, è anche e soprattutto un’occasione di liberazione per Vattimo, fedele in questo al celebre verso di Hölderlin secondo il quale «là dove cresce il pericolo cresce anche ciò che salva». Un’occasione di liberazione dalle verità forti che sono sempre, anche, violente, dalle identità blindate e dalle tradizioni autoritarie. Eppure – qui l’obiezione critica – questo pensiero ‘libertario’ che scommette, giustamente, sulla globalizzazione e la differenza, seppur eticamente schierato dalla parte dei più deboli, rischia di diventare apologia dell’esistente quando nel suo scetticismo sembra dimenticare la verità ‘dura’ del Capitale e dei suoi rapporti sociali, quando la celebrazione della fine della Verità con la maiuscola sembra dimenticare che la verità, dopo il moderno, non si perde in un caleidoscopio multicolore. Un pensiero, insomma, che da libertario tende ad accomodarsi nella più classica delle tradizioni liberali. In conclusione, per tornare a Montaigne di cui si diceva all’inizio, questa è una ‘circumnavigazione’ di sé, dalla periferia torinese dove Vattimo è nato, figlio di un poliziotto calabrese e di una sarta, alla militanza cattolica, anche lui come molte delle menti migliori, nella Giac, all’Università dove è allievo prediletto di Pareyson, alla scoperta della propria omosessualità vissuta con difficoltà all’inizio ma senza mai rinunciare ad affermarla tanto da diventare un militante del ‘Fuori’. Passando per la Rai degli esordi dove lavora insieme a Eco, alle scuole serali dove gli operai delle grandi fabbriche si preparavano alla licenza media offrendo al giovane insegnante indimenticabili lampi di poesia, attraverso la carriera accademica internazionale, l’impegno politico a sinistra e il successo mediatico. All’organizzazione, infine, di una vita privata retta da un’architettura amorosa delicata e commovente, dagli equilibri fragili ma appasionati e fondati sulla ‘cura’ reciproca. Una vita ‘libera’, raccontata qui con autentico trasporto.