Toni Negri autobiografo

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Potere operaio

Toni Negri scrive la propria biografia, Storia di una comunista, insieme a Girolamo De Michele (Ponte alle Grazie, Firenze, 2015). A modello potrebbero stare le celebri Confessioni di Sant’Agostino, dove il padre della Chiesa narra la sua vita, dalla gioventù dissoluta tra Tagaste e Cartagine, al furto delle pere e la scoperta del peccato, dal manicheismo alla conversione al cristianesimo. Non solo perché Agostino viene più volte citato dal nostro, ma perché anche qui quella che si racconta è innanzitutto la storia di una conversione, dal cattolicesimo al comunismo. Dal veneto contadino e povero del dopoguerra alla militanza cattolica nella GIAC, nella convinzione che «non è sufficiente abbracciare il lebbroso, bisogna curarlo», all’idea che fosse indispensabile «sviluppare la carità e l’amore cristiani in azione politica socialista» e quindi «costruire una condizione di non-morte». Passando attraverso l’esperienza del kibbutz in Israele e quindi la militanza nel PSI, attraverso i primi studi sullo storicismo tedesco, il soggiorno all’Istituto di studi storici di Napoli sotto la guida di Toni NegriFederico Chabod, i primi contatti con gli eretici dei Quaderni Rossi, Panzieri e Alquati soprattutto, quest’ultimo inventore della ‘conricerca’, ma anche Tronti e Asor Rosa, che con Operai e Capitale, il primo, e Scrittori e popolo, il secondo, scrivono due testi fondativi dell’operaismo, e ancora Coldagelli e De Caro autori del fondamentale saggio Alcune ipotesi di ricerca marxista sulla storia contemporanea apparso sul n. 3 dei Quaderni Rossi, e quindi i primi contatti diretti con le grandi fabbriche del nord e la FIAT. Arriva il tempo di Classe operaia, più che una rivista una scuola in presa diretta con le lotte in fabbrica, un’esperienza che insegna che «chi non fa inchiesta non ha diritto di parola» e che lascia il segno già dal primo numero con l’editoriale di Tronti, “Lenin in Inghilterra” che recita: «occorre ripartire dal principio: e il principio è la lotta di classe operaia», operando quella rivoluzione copernicana che darà il via a una nuova macchina di produzione di soggettività. Un’esperienza che si esaurirà tra le spinte di una ‘destra’ che rientrerà nel PCI prima del ’68 tentando un’impossibile egemonia entrista nella sinistra italiana e una ‘sinistra’ che si perderà nell’avventurismo anarchicheggiante e situazionista. I ‘centristi’, compreso il nostro, daranno invece vita, qualche anno dopo, a ‘Potere Operaio’. Nel frattempo Negri diventa professore ordinario di Dottrina dello Stato e organizza a Padova quell’eccezionale laboratorio di insegnamento e ricerca che è stato l’istituto di Scienze Politiche. Ad accelerare il ritmo delle trasformazioni arriva il ‘68 e il ’77: in dieci anni il declino dell’operaio massa e l’affermarsi di una nuova realtà produttiva che vede protagonisti l’operaio sociale e il lavoro cognitivo nella città-fabbrica ormai post-keynesiana. È la stagione dell’Autonomia, la stagione della grande trasformazione dal moderno al postmoderno quando ogni dialettica è tolta nel proliferare delle differenze. Se il Veneto è protagonista assoluto del racconto negli anni ‘60 con le lotte di Porto Marghera e poi Torino con la FIAT, i Settanta sono gli anni di Milano, una metropoli europea trasformata in una vera e propria Comune, anticipata già nei primi anni ‘60 da quella straordinaria avventura che è stata la ‘Comune fenomelogica’ di via Sirtori animata dagli ‘svizzeri’ Daghini e Filippini. Il racconto di Negri si chiude con il suo arresto, il  7 aprile ‘79, quando inizia il lungo inverno degli anni Ottanta e si aprono inediti fronti di lotta. Un racconto, questo, che ci restituisce una vita spesa nella lotta contro il teologico-politico che vorrebbe gestire una lunga morte dell’uomo sulla terra, nella convinzione che sia invece possibile, con la lotta, costruire la felicità. Un racconto che coincide con la costruzione di un pensiero e di una pratica materialista dell’immanenza che segue sempre il ritmo delle lotte, nella convinzione che la verità, anche dopo il moderno, c’è ancora, ma è la verità costruita dalle nostre mani. In conclusione, se Sant’Agostino ci raccontava la sua tensione dalla terra al cielo, qui si racconta come quel ‘maledetto’ cielo sia finalmente caduto sulla terra.