Scrivere il labirinto

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Stefano Bartezzaghi

Nel 1983 Italo Calvino dedicò uno dei suoi ultimi saggi al rapporto fra Mondo scritto e mondo non scritto. Sempre a caccia di una ‘realtà’ non ancora messa in scrittura, si finisce ricacciati in una condizione malinconica, che è poi uno degli assunti di base del temperamento postmoderno: il «mondo che io vedo» è «già conquistato, colonizzato dalle parole, un mondo che porta su di sé una pesante crosta di discorsi». Venuto tanto tempo dopo, ma con un temperamento forse non troppo distante, Stefano Bartezzaghi ha scelto, per imbastire quello che è forse il suo vero primo testo ‘narrativo’, M. Una metronovela (Einaudi, pp. 280, € 20), un mondo scritto che più ‘scritto’ non si può: quello della metropolitana milanese. Scritte luminose che lampeggiano sui led, pubblicità ovunque, segnaletica di ogni tipo: le viscere della città non sono altro, parrebbe, che un dedalo di parole scritte. Ma è una scrittura già lo stesso reticolo della metro, tracciato multicolore sulle piantine. Così comincia ad annotare una sit-com: metalinguistici, paradossali e brevissimi episodi da trasmettere sui display dell’underground. Una “metronovela” che vede impegnate due controfigure beckettiane, Chuck e Dem, subito fiorita, però, di una glassa-galassia di commenti e meta-commenti autobiografico-saggistici, vero labirinto di citazioni esplicite e dissimulate. Il Bartezzaghi enigmista non fatica a riconoscere in questa parola, labirinto, l’anagramma di ‘antilibro’: e senz’altro questo suo s’iscrive in una tradizione novecentesca di gioco a rimpiattino col lettore. Il primo riferimento è il Cortázar di Rayuela, ma c’è pure una passione del Bartezzaghi saggista, Perec colle sue quêtes memoriali (il titolo rovescia quello di W.): «sono io, sono solo, questo è il mio dedalo». Alla fine emerge in superficie, il narratore, e ci consegna il sugo di tutta la storia incrociando Joyce con Manzoni: «Silenzio, esilio, e ci siamo, Dedalus. Ma l’astuzia dov’è? – Prima o poi arriverà. – Eh, l’astuzia se uno non ce l’ha non può mica darsela. – No, guarda. Quello era il coraggio».