Scrivere la follia

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Sibilla-Aleramo
Sibilla Aleramo

Immaginando Campana. Mitobiografia per eccellenza del Novecento letterario italiano è quella di Dino Campana. Perfetto mito proiettivo per letterati, noi, sin troppo ‘integrati’, il poeta dei Canti Orfici incarna a meraviglia – col suo destino di eccesso e maledizione, fuga ed espiazione – l’‘apocalisse’ in sé, la ‘parte maledetta’ di quella cosa che continuiamo a chiamare ‘letteratura’. Mito nel mito, la sua storia d’amore e colluttazione con un’altra letterata-simbolo, Sibilla Aleramo. Nel 2002 Michele Placido imbastì sul canovaccio un film Un viaggio chiamato amore stella polare del più inverosimile kitsch contemporaneo. Legittima qualche preoccupazione, quindi, nell’aprire l’ultimo libro di Laura Pariani – scrittrice versatile ma non esente, in passato, da qualche enfasi di troppo – a sua volta intitolato Questo viaggio chiamavamo amore (Einaudi, pp. 189, € 19). Intanto si nota il rispetto per la citazione nel titolo, da una delle poesie per Sibilla di Dino (quella che Carmelo Bene leggeva come bis, nei recital, stendendo definitivamente l’uditorio). E poi, dopo il titolo, di Sibilla fortunatamente si perdono le tracce. Pariani ha colto la propria omonimia (lontana parentela?) con un altro personaggio del mito – lo psichiatra Carlo Pariani, che di Campana recluso a Castel Pulci scrisse una biografia-studio-intervista segnata a dito, dai suddetti letterati, come esempio di stolida curiosità pettegola, se non vessazione maramalda da parte di quello che Foucault avrebbe chiamato «potere psichiatrico» – per mettere in scena non Dino che folleggia ma quello che più ci preme, Campana che scrive: immaginando suoi messaggi indirizzati, dall’«inospito Regio Manicomio», ai vari personaggi della sua opera-vita ma anche a Edison, Freud, il marchese de Sade… Le invenzioni hanno la giusta strampalatezza, i pastiche sono accurati, la tessitura si segue con piacere. A un certo punto, ironico, si rivolge Dino al suo dottore: «Lei è vivo. Io no. La mia unica forza è che non sono più vivo». Ci si ricorda di un altro folle genio, Philip K. Dick: «io sono vivo» diceva «e voi siete morti».