La sinistra italiana

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Da sinistra Alfredo-D'Attorre, Nicola-Fratoianni, Stefano-Fassina

A voler essere oggettivi, la stagnazione italiana e il conseguente disincanto sono un episodio marginale di una più ampia crisi del progetto neoliberale in Europa, le cui ricadute più nefaste sono il sovranismo nazionale di ritorno, i rigurgiti xenofobi e securitari e il persistente dogmatismo dell’austerità. Il fatto che Matteo Renzi abbia cercato di disinnescarla facendo concorrenza al populismo con una violenta polemica anti-politica e post-democratica, che ha nelle riforme costituzionali la sua punta di lancia, ha segato il ramo su cui di regola un governo si appollaia: un partito di massa organizzato. Sfasciando il Pd e cercando di costruire un ‘partito della nazione’, nella fattispecie un partito personale fondato sul trasformismo parlamentare e rischiosi espedienti plebiscitari (per la Costituzione e per il ballottaggio elettorale), Renzi ha dovuto rinunciare sia a una soluzione ‘repubblicana’ alla francese, ovvero repressiva e mobilitante, sia all’audace sfida merkeliana sull’economia e sui migranti, che si avvale del sostegno incerto del proprio partito e di quello obbligato socialdemocratico. Liquidando le basi sociali di un ipotetico riformismo maggioritario (corpi intermedi e mediazione politica in genere, soprattutto verso la sua sinistra) e affidandosi a marchingegni plebiscitari, Renzi si illude di aggirare la multipolarizzazione elettorale (di stampo francese e ora spagnolo) e rischia, per converso, di consegnare la vittoria a un altro schieramento di destra o populista, creando una più radicale instabilità.
A questo punto viene una legittima curiosità: cosa succede a sinistra di un Pd che lentamente si sgretola e perde la propria anima? Dopo i primi appelli e convocazioni di tavoli comuni per la costituzione di una ‘cosa rossa’ è iniziato un rapido processo di divisione tra le forze fuoriuscite dal Pd (a loro volta solo una parte, e non la più rilevante, della ‘sinistra’ di quel partito), Sel, Rifondazione, lista Tsipras per un’altra Europa e gruppi minori. Da un lato, si è formato dall’alto un litigioso gruppo parlamentare comune, battezzato Sinistra italiana (ex-Pd meno i seguaci di Civati) e Sel (di cui alcuni, però, transfughi nel Pd). Li ritroviamo in febbraio nell’affollata assemblea romana di progetto e di unificazione in un soggetto unico (‘Sinistra Italiana’, Cosmopoltica). Rifondazione Comunista si è chiamata fuori, denunciando la vaghezza interclassista del progetto e la sua poca chiarezza rispetto ai rapporti con il Pd, che continuerebbe a essere il punto di riferimento, soprattutto nelle primarie e nei ballottaggi per le elezioni comunali di primavera – dove le varie sinistre sono un fattore determinante per conservare le amministrazioni uscenti dall’assalto della destra e ancor più del M5s.
Torti e ragioni sono in astratto spartibili alla pari fra i due orientamenti, ma vorremmo considerare due argomenti che sollecitano un altro piano di discorso.
Entrambe le combinazioni suggerite non fanno massa critica ovvero non consentirebbero di raggiungere, neppure in un sistema meno iniquo dell’Italicum – al massimo possono determinare o meno la vittoria del Pd in confronti locali o concorrere in modo subalterno al suo successo in un ballottaggio nazionale. Infine, si tratta di frammenti che non nascono da un movimento di massa nuovo, ma sono il residuato di processi politici collocati fra gli anni ’90 dello scorso secolo (la diaspora del Pds) e gli anni post-Genova di fagocitazione gruppuscolare dei movimenti. Sembra quindi improbabile che possa formarsi un soggetto significativo senza un processo sociale traumatico che incanali il malcontento e la crisi dei partiti verso una situazione nuova. Il disagio esistente è stato catturato da un movimento informale come M5s e parcheggiato nella famosa area innocua “né di destra né di sinistra”, dove il conflitto è sostituito dall’avversione verticale alla ‘casta’. Ciò che lo fa assomigliare invero più a Ciudadanos che a Podemos, peraltro con un maggior coefficiente di dilettantismo ‘scientologico’.
In compenso la destra vera e propria è senza leadership e il fascio-leghismo di Salvini è lontano dal consenso e dell’abilità tattica di Marine Le Pen. La scena è ferma ma ancora aperta.