Unioni infedeli

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Pressato dall’Europa, il Parlamento italiano si è arreso e ha cominciato a varare una legge sulle unioni civili. Ma lo ha fatto nel modo più incivile possibile e con un cambio di maggioranza. Il Governo all’inizio si è tenuto fuori, affidando le unioni civili a un disegno di legge parlamentare (prima firmataria la senatrice Cirinnà, da qui la fama), che non impegnasse troppo l’attuale maggioranza formata dal Pd di Renzi e del Nuovo Centro Destra di Alfano. Banco di prova il Senato, dove tale maggioranza è più sottile e dunque occorreva cercare un sostegno nel M5s di Grillo. Il tutto complicato dal fatto che all’interno del Pd esiste una componente cattolica (i cosidetti catto-dem) riluttante all’ampliamento dei diritti per le coppie di fatto, specie Lgbt, e decisamente avversa al diritto di adozione. Nell’impossibilità di contestare l’estensione di diritti elementari alle coppie di fatto (assistenza, reversibilità delle pensioni, clausole economiche ed ereditarie etc.) l’opposizione cattolica si è concentrata sull’equiparazione matrimoni-unioni civili e sull’adozione dei figli (preesistenti o futuri) di uno dei partner (stepchild adoption). Nel secondo caso sbandierando il ricorso, inevitabile in caso di coppia omosessuale maschile, alla maternità surrogata, in Italia illegale. Renzi, in qualità di segretario del Pd e non di presidente del Consiglio, giura e spergiura fino all’ultimo di sostenere il ddl Cirinnà, senza stralciare la parte sulle adozioni, pur lasciando libertà di coscienza ai singoli senatori del suo partito. Il Movimento 5 stelle (M5s) offre la disponibilità a sostenere la legge nella sua interezza, poi (avendo all’interno del suo elettorato una forte presenza cattolica) comincia a defilarsi, offrendo anch’esso libertà di coscienza e iniziando – con buoni argomenti – una guerriglia procedurale con il Pd sulle modalità di voto della legge.
Il gioco del cerino finisce con uno stupefacente colpo di scena: adducendo l’inaffidabilità del M5s e il rischio di una maratona di avventurosi scrutini segreti (in cui peraltro il vero pericolo sarebbe la defezione dei voti catto-dem più che di quelli grillini) Renzi sceglie all’improvviso di impegnare il governo con un voto di fiducia su un maxi-emendamento che aggira la discussione parlamentare e stralcia la discussa stepchild adoption, rinviandola a una legge futuribile. Per di più, su ricatto del Ncd (Nuovo centro destra) e della componente catto-dem, differenzia in modo esplicito unioni civili da matrimoni, abolendo per le prime… l’obbligo di fedeltà. In tal modo la maggioranza di governo diventa maggioranza garantita per quanto alla legge Cirinnà, senza dover ricorrere al sostegno esterno degli odiati concorrenti a Cinque stelle.
Se tale operazione è plausibile per lo stralcio delle adozioni (necessità dei numeri) l’inopinato coinvolgimento della maggioranza di governo nel contenuto del maxi-emendamento (la soppressione dell’obbligo di fedeltà) corresponsabilizza l’intero Pd a tale ridicola variante – ridicola, qualsiasi opinione si possa avere sul concetto di fedeltà nei rapporti affettivi. Infine il voto di fiducia (che definisce il perimetro governativo) legittima al suo interno chiunque lo esprima diventa così il veicolo per l’integrazione ufficiale di un nuovo gruppo, quello del senatore fiorentino – già anima nera e vice effettivo di Berlusconi, cioè numero due di Forza Italia – Denis Verdini. Si tratta dunque di una robusta fondamenta del super-trasformismo come base del Partito della Nazione. La fedeltà, disconosciuta ai concubini etero e gay, è richiesta agli opportunisti di ogni frazione parlamentare. Gli infedeli agli elettori sono fidelizzati a Renzi, mentre ai volenterosi aspiranti a una condizione para-matrimoniale è garantito il diritto all’infedeltà.
In conclusione: i diritti civili delle coppie di fatto e in particolare Lgbt hanno ottenuto un riconoscimento minimale. Le adozioni sono rimaste al palo. Renzi rimedia con prontezza a una serie di errori tattici e ne approfitta per allargare a destra la base di governo e tacitare le opposizioni interne di partito: quella catto-dem con un boccone, quella di sinistra con uno schiaffone. Il regime parlamentare ne esce indebolito, per la concomitante ascesa del trasformismo e dell’ingerenza dell’esecutivo.