Ucraina, le rivoluzioni tradite

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Volodymir

«Per me la festa nazionale è oggi» dice Volodymir. L’oggi sarebbe il ‘23 febbraio’, e non si celebra più da un quarto di secolo in Ucraina. Era la ricorrenza dell’Armata Rossa, fondata nel 1918 all’indomani della Rivoluzione d’Ottobre. Il fatto è che Volodymir è tutt’altro che un ‘filo-russo’, come si potrebbe dedurre dalle etichettature istruite dall’ultimo epigono della Guerra Fredda. È solo un uomo che vive lì, nel luogo di nuovo più propizio per silenziare il dissenso con l’innesco di conflitti nazionali. I Balcani erano già consumati, tra Nato e Mosca non c’era altra terra europea da mettere in gioco che questa. Da violare tramite l’afflusso incrociato di militari e armi, e la coda di cambi di sovranità, scontri e un numero incerto di migliaia di vittime in una ‘frontiera’ che non era mai stata tale, l’odierno ‘Est’.
Il confine ‘storico’ – ammesso che ne esista alcuno – sarebbe semmai Kiev e le altre città percorse dal grande Dnipro, il fiume che scende sul mar Nero a ridosso della Crimea, spartiacque di secoli di ambizioni militari da ogni punto cardinale, cosacchi, polacchi, tartari, ottomani, svedesi, russi, tedeschi, perfino italiani. È quindi il ‘centro’, cioè l’intero paese, a esser ‘frontiera’, enorme lembo da sempre conteso e spesso sterminato per le cospicue ricchezze e la posizione cruciale, tecnicamente il cuore geografico dell’Europa. Ed è la stessa Ucraina paradossalmente la culla dell’odierna Russia. Il Rus di Kiev fu un millennio fa il primo impero dell’area, Mosca e il resto arrivarono dopo, sospinte proprio dagli incursori piombati da Ovest, Nord e Sud.
Volodymir sa tutto questo, ma pensa soprattutto ad altro, più recente e impellente. Ha 46 anni e famiglia, viene dalla regione nell’immediato sud-est di Kiev, ha fatto l’ultima leva del servizio militare sovietico. Ha festeggiato poi l’indipendenza, sperando nell’emancipazione da un sistema in cui alcuni fondamentali erano garantiti ma dove pochi controllavano tutti.
Solo che poi è successo che i pochi son diventati pochissimi e gli altri si sono impoveriti. «Prima nel mio Oblast c’erano venti fabbriche di zucchero. Forse erano troppe, ma dopo gli oligarchi le hanno vendute per arricchirsi» racconta, precisando che solo una è rimasta attiva «ma per vendere all’industria militare».
E quindi due anni fa ha festeggiato anche la rivolta di Euromaidan, lavorando intanto per Ong filoccidentali, per ribellarsi alla celebrata ‘transizione’ che era significata miseramente il passaggio da un sistema sovietico a uno mafioso.
Solo che poi è successo che gli oligarchi cacciati, quali l’ex presidente Yanukovich, sono stati sostituiti da altri, in fondo gli stessi che c’erano già prima con altre cariche, mentre le masse si sono impoverite ancora, con l’aggravante dell’induzione a farsi la guerra su una base ‘etnica’ che prima non c’era mai stata.
Non c’è osservatore, internazionale o locale, governativo o indipendente, che provi a smentire il presupposto al dramma: in Ucraina la corruzione, principale bersaglio della cosiddetta “rivoluzione della dignità”, anziché diminuire si è poi estesa. A prima vista il fatto può sfuggire: tradizionalmente, se l’ufficiale si avvicinava, si apriva subito il portafoglio e si trattava sull’importo. Adesso la transazione avviene più di nascosto, gli agenti temono l’opinione pubblica e i tanti operatori esteri che elargiscono denari ma in cambio della promessa dello stop alle tangenti. La piaga però permane, con l’aggravante di un aumento del ‘prezziario’ della corruzione.
Lo sanno bene gli investitori stranieri. Anziché affluire in massa in un paese pieno di risorse minerarie e alimentari (il vecchio ‘granaio d’Europa’, con lo stupefacente colpo d’occhio della sua fertilissima terra scura) e di una manodopera qualificata e pagata malissimo, scappano, i pochi che restano versano il pizzo agli oligarchi. E lo sanno anche gli organismi finanziari, incluso il Fondo Monetario che periodicamente minaccia di bloccare i prestiti. Lo avrebbe già fatto, il paese sarebbe in bancarotta, non ci fosse una variabile che agisce da garanzia al protrarsi degli ‘aiuti’: il permanere dello stato di guerra.


L’esito di questo mix perverso è l’impoverimento di massa. Nel 2015 il Pil è crollato dell’11%, il salario è cresciuto lievemente, ma quello reale è stato ulteriormente falcidiato da un’inflazione vicina al 50%. Si guadagna in media circa 100 euro, più o meno come vent’anni fa, ma nel frattempo i prezzi sono decuplicati. L’istantanea più eloquente è quella dei ‘soldaten’ che chiedono l’elemosina nel centro di ogni città. Le migliaia di ‘volontari’ partiti a combattere i filorussi dell’est si son dovuti comprare le mimetiche di tasca loro nei mercati dell’usato, dove si vende di tutto, inclusi i distintivi della polizia. Era stata promessa loro la cosa più preziosa, un lembo di terra, ma quel lembo si è rivelato quasi sempre privo di valore. Ogni maschio adulto teme di essere a sua volta chiamato al fronte, il che è possibile fino a 60 anni. Talora accade come forma innovativa di repressione. Nell’estremo ovest del paese un giornalista, nell’anonimato, mi esibisce il suo foglio di arruolamento, recapitatogli all’indomani di un articolo in cui denunciava gli affari privati del governatore regionale.
L’estremo est è invece svuotato e blindato. Dal Donbass in guerra sono fuggiti in centinaia di migliaia, forse più di un milione, e sono rimasti perlopiù i poveri e gli anziani. I supermercati sono sempre più vuoti e cari, ma quel che non manca mai sono i cioccolatini ‘Roshen’ dell’omonimo presidente Poroshenko, che a due anni dall’elezione non ha tenuto fede alla promessa di vendere le sue imprese. Sicchè, in mezzo al disastro del paese, le sue fortune milionarie si sono ulteriormente ingrossate. E perfino i nuovi posti di blocco sono sedi di corruttela. Chi vuole andare a trovare i cari nelle regioni di Donetsk e Lugansk deve sborsare solitamente l’ammontare di un salario alle milizie governative; quelle successive, dei separatisti, sono un po’ meno esose, si accontentano spesso di qualche pacchetto di sigarette.
Anche l’ondata iper-patriottica, seguita a Euromaidan, forgiata dalle simpatie occidentali, dalla concomitanza della perdita della Crimea e della presenza di soldati russi nel Donbass, e alimentata in ogni città da nuove ricorrenze e bandiere nazionali, ora scricchiola. A Zaporyzhzya, alle porte del Donbass, Olga Vokala, popolare conduttrice televisiva, prima di Maidan si era imposta di parlare solo in ucraino, per moto di protesta verso il ‘vecchio regime’ filomoscovita incarnato dall’ex presidente Yanukovic, fuggito oltreconfine. Oggi ha sciolto il tabù accettando di conversare in russo, ogni tanto anche dallo schermo.
Il cambio è dovuto a una triplice consapevolezza. Primo, non c’è ‘vecchio’ e ‘nuovo’ ai vertici politici ed economici, gli oligarchi evitano di pestarsi i piedi tra loro. Il mese scorso il governo del più impopolare di tutti, il premier Yatseniuk, ha superato la prova della fiducia parlamentare d’un soffio, grazie soprattutto alle astensioni del ‘Blocco d’Opposizione’, figlio dell’ex presidente cacciato.
Secondo, c’è il doloroso ricordo di quel che è successo durante Euromaidan, e dopo. Alla spontanea protesta popolare contro i corrotti si è sovrapposta dopo qualche settimana la bandiera rosso-nera delle milizie del Settore Destro. In un contesto in cui è crollato quasi tutto, inclusi giornali e ideologie, l’unico movimento esplicitamente ‘politico’ è quel gruppuscolo fascistoide. Ha un seguito popolare modesto, ma quando issa i suoi uomini sui monumenti cittadini nessuno osa levarli, per paura. I suoi miliziani sono di nuovo lì, mischiati agli accampamenti di protesta già riallestiti davanti ai palazzi governativi della capitale. Si sono impadroniti della rivolta di due anni fa, sono pronti a rifarlo.
La terza consapevolezza di fondo di Olga è il nonsense delle divisioni ‘linguistiche’ e addirittura ‘etniche’ con cui si continua a ‘mappare’ il paese, anche dagli analisti internazionali. Quella pericolosa caricatura ha l’antidoto dell’inconsistenza. Nelle famiglie, quasi tutte bilingui, come nella cultura. Il primo libro in ucraino è una parodia dell’Eneide scritta da Ivan Kokliarevsky, di Poltava (a est di Kiev), il medesimo teatro delle grottesche epopee rurali del russo Nikolaj Gogol.
Stesso luogo, analoga ironia. Quella raffinata coscienza collettiva, carica di disincanto, persiste dinanzi a chi vorrebbe dirottare la dilagante rabbia sociale su una guerra fratricida di vasta scala. I presupposti ci sarebbero tutti, dai morti nei confini ai neo-nazionalismi, dalla geopolitica all’immissione capillare di armi da est e ovest. Schiacciati, in mezzo, come al solito, resistono gli ucraini. Ma Kokliarevsky e Gogol non potranno bastare per sempre.