Tutto comincia a metà settembre 2015 a Horgoš, cittadina serba al confine con l’Ungheria. I migranti dalla Siria, dall’Iraq, dall’Afghanistan e dal Pakistan, in cammino sulla ‘rotta balcanica’ verso l’Europa e verso comunità che non siano in guerra, trovano sul confine magiaro il muro di filo spinato voluto da Victor Orban, il primo ministro ungherese.

Horgoš, Horgoš…è anche uno dei luoghi del racconto della vita di Alexandar Tišma il grande scrittore danubiano voyvodinese di Novi Sad (Scuola di empietà, Il libro di Blam, L’uso dell’uomo…): «Dunque sono ebreo, ma anche serbo e infine ungherese. Poi non sono niente di tutto questo, perché la mia origine mista, il fatto di essere meticcio, mi impedisce di sentirmi parte di una comunità senza riserve e senza sospetti. Il mio villaggio natale si chiama Horgoš alla frontiera tra Jugoslavia e Ungheria, a dieci chilometri da Subotica. I miei vivevano già a Novi Sad, ma mia madre, originaria di Horgoš, ha voluto farmi nascere nella casa dei nonni. La comunità ebrea di Horgoš era composta da una decina di famiglie e c’era anche una piccola sinagoga. Mi ricordo un aneddoto eloquente sul numero ridotto di ebrei di Horgoš. Era il tempo in cui mio padre, cristiano ortodosso, faceva ancora la corte a mia madre. Per celebrare un minjan (preghiera collettiva) alla sinagoga c’è bisogno, secondo la regola religiosa, di almeno dieci fedeli maschi. Se qualcuno era assente dal villaggio, il minjan non poteva essere celebrato. Allora si mandava a cercare il corteggiatore della figlia di mio nonno, cioè il mio futuro padre cristiano, che si metteva davanti all’altare con il copricapo di qualcuno sulla testa affinchè gli ebrei potessero pregare. Un dettaglio da cui si può capire come gli ebrei delle parti di Subotica non fossero dei bigotti o privi di humour. Nonostante ciò li hanno tutti uccisi ed hanno distrutto la loro sinagoga nel 1944».
Ora – a parte il fatto, non così secondario, che lo sterminio degli ebrei e dei serbi in Voyvodina è il grande manufatto sanguinoso della polizia e dell’esercito ungheresi (‘I giorni freddi di Novi Sad’) che occupano nella Seconda guerra mondiale insieme ai tedeschi la pianura jugoslava del Danubio – colpisce il destino della piccola Horgoš e della sua piana confinaria, il rovesciamento di quel territorio di amicizia, la polizia in armi e la rivolta dei migranti. Si consuma a settembre sul confine ungherese la radicale avversità alla ragione degli ‘altri’ e alla richiesta di aiuto degli ‘altri’. Comincia a Horgoš una vicenda di  ‘diritto di passo’ dei popoli in fuga dalle guerre e delle risposte poliziesche ai popoli migranti. Su tutti i confini – dall’Ungheria all’Austria, alla Germania, alla Francia, all’Inghilterra e agli stessi paesi del Nord Europa – si accendono le lotte dei giovani migranti che affermano il ‘diritto al passaggio’. Rompe il silenzio dei governi europei il primo ministro tedesco Angela Merkel che dichiara la Germania un paese in grado di accogliere ‘senza limiti’ i profughi. La posizione della Merkel viene archiviata come ‘follia nobile’. I giovani migranti continuano a battersi alle frontiere dei vari Stati. Nell’inverno, in febbraio e in marzo, a Idomeni, sul confine Grecia-Macedonia, migliaia di migranti attendono al freddo – con scarso cibo e in totalmente pessime condizioni – che si apra in confine. A Calais – al confine francese con l’Inghilterra – è rivolta nel campo profughi detto ‘the jungle’, con incendio di baracche e tende.
In questa generale situazione – dentro la quale è del tutto anomala la posizione della leader tedesca Angela Merkel e vive un suo dramma la comunità tedesca – tra spot intermittenti sul ‘pericolo terrorista che viene dai Balcani’ e di fronte al silenzio delle cancellerie europee che preparano anzi nuove guerre nell’Africa del nord, lo scrittore Ingo Schulze scrive due testi. Il primo è una lode, certo in parte provocatoria, per i ‘trafficanti di uomini’ che prende le mosse dal film Casablanca con Humphry Bogart. Il secondo scritto, in forma di conversazione, entra nel merito delle contraddizioni europee e tedesche, delle enunciazione dei valori di democrazia e convivenza e della realtà delle cose.  (pdg)
testi di Ingo Schulze
foto di Danilo Balducci, Alessio Paduano, Giovanni Mereghetti

Migranti al confine tra Serbia e Ungheria
Migranti al confine tra Serbia e Ungheria

 

Ingo Schulze

Lode ai trafficanti di esseri umani

L’amico Rick
Conosco Rick da molto tempo, su per giù da trent’anni. Era proprietario di un bar a C., una città portuale del Mediterraneo in cui si dava appuntamento gente d’ogni tipo, tra cui anche ufficiali di un esercito poco popolare nel paese. Rick – piccoletto, sulla quarantina, gran fumatore, di un’eleganza impeccabile – divenne per caso trafficante di uomini. Un tipo che aveva la polizia alle calcagna, fidandosi di lui, gli aveva dato da custodire due visti di transito e Rick li passò a due profughi la cui vita era in pericolo. E perché la loro fuga andasse a buon fine, Rick fece fuori anche un alto ufficiale di quell’esercito poco popolare. La sua azione non ha messo fine alla nostra amicizia, anzi. Io – e non solo io – convinto che Rick avesse agito per il meglio. A quel tempo, nel 1943, a Casablanca (o meglio, negli studi della Warner Bros), non ci si poteva immaginare che un giorno gli uomini sarebbero stati in fuga in direzione dell’Europa e in particolare verso l’Austria e la Germania. Eppure quello della fuga è un tema antico, presente quasi in ogni famiglia. Nel 1977 mio padre fuggì con i miei due fratellastri e la sua seconda moglie dentro un camion piombato dalla Germania orientale a quella occidentale. A Est quelli che li trasportarono erano chiamati trafficanti di esseri umani perché chiedevano un sacco di soldi per farlo. A Ovest erano invece dei soccorritori perché affrontavano un alto rischio per una buona causa. Comunque si chiamassero, rischiavano di finire in un carcere della DDR. Anche per quelli che fuggivano il rischio era alto perché vai a sapere chi lo avrebbe aperto, il camion. Sfidavano la sorte pur avendo un tetto sulla testa, cibo a sufficienza, una buona assistenza sanitaria e una discreta scuola per il loro figli. Ma l’oppressione che pativano era tale da indurli comunque alla fuga. A nessuna persona dotata di buon senso sarebbe venuto in mente di considerare quei trafficanti dei criminali. A ragione si ritenevano colpevoli coloro che causavano quelle fughe rocambolesche negando la possibilità di partire con passaporto e visto.

Horgoš, Serbia: migranti lanciano sassi contro la polizia ungherese schierata, in tenuta antisommossa, al confine con la Serbia
Horgoš, Serbia: migranti lanciano sassi contro la polizia ungherese schierata, in tenuta antisommossa, al confine con la Serbia

Trafficanti ed Europa
Ogni profugo che arriva oggi in Germania lo deve a un trafficante. Se riconosciamo a qualcuno il diritto di mettersi in salvo da guerre, persecuzioni, torture, fame e miseria, allora ecco che sono i trafficanti quelli che rendono operativo quel diritto. E il denaro ricompensa la loro capacità di superare le barriere erette dall’Europa per rendere impossibile una emigrazione legale. Il profugo ha una sola chance, quella di finire nelle mani di trafficanti in gamba. La cosa terribile è che si deve affidare. E quel che può accadere quando esseri umani sono in balia di altri esseri umani ce lo possiamo bene immaginare. L’unico mezzo di pressione di cui dispongono i profughi verso i trafficanti è che, se verranno uccisi, lasciati annegare, fatti morire di sete o semplicemente derubati, non potranno più fornire loro delle referenze. In ogni ambito costretto all’illegalità si sviluppa il crimine organizzato. La guerra contro i trafficanti di esseri umani non può essere vinta. Non farà che alzare i prezzi, rendere il business sempre più professionale. Ma, ammesso che la guerra possa essere vinta, dove si andrebbe a parare? I profughi dovrebbero comprarsi da sé i gommoni, imparare a guidarli e corrompere le guardie costiere? O non dovrebbero semplicemente restarsene in Turchia, Giordania, Libano, Egitto, Libia, ecc.? L’indignazione nei confronti dei trafficanti si ritorce su coloro che sono responsabili, su entrambe le sponde del Mediterraneo, della loro esistenza, dunque anche su di noi, sull’Europa, sull’Occidente. Solo ora che i profughi ci riguardano così da vicino, anche il conflitto in Siria è tornato a occupare i media e l’agenda della politica. Se i milioni di profughi dei paesi confinanti con la Siria si metteranno in cammino, si avvererà ciò che William Nicholson ha descritto nel suo libro La marcia: centinaia di migliaia di disperati in rotta verso l’Europa. Nel suo saggio ‘In nome dell’umanità’ Heribert Prantl cita una scena del film tratto da questo libro, dove il capo di quella moltitudine dice: «Non abbiamo altro potere che quello di decidere dove vogliamo morire. Tutto quello che pretendiamo è che ci guardiate morire!». Quando nel 1990 la BBC mandò in onda il film, nei titoli di coda, per buona pace degli spettatori, si leggeva che quella era una storia di fantasia. Ora quella storia sta diventando la nostra realtà.  Alla radio tedesca un volontario greco che distribuiva bottiglie d’acqua ha chiesto perché lasciamo che il trasporto dei profughi sia nelle mani della mafia.  La guerra contro i trafficanti ha lo scopo di allontanare dal nostro campo visivo la miseria dei migranti (come fecero con successo gli embedded journalists nelle guerre in Afghanistan, Irak e Libia). In altre parole: senza trafficanti, niente selfie con la cancelliera. Il mio amico Rick avrebbe detto: “This is the beginning of a beautiful friendship”(Questo è l’inizio di una bella amicizia).
(traduzione Eva Banchelli)

 

Polizia ungherese schierata, in tenuta antisommossa, al confine con la Serbia
Polizia ungherese schierata, in tenuta antisommossa, al confine con la Serbia

 

Ingo Schulze

Un valore non è un valore, se non viene vissuto

colloquio privato, di fantasia

«Dai» disse lui «cambiamo argomento, non ho voglia di litigare. Almeno non con te, o comunque non adesso!»
«Ok. E allora di che parliamo?» ribatté lei «devo raccontarti qualcosa di spaventoso della mia infanzia?»
«Ma lo sai cosa intendo…è una vera assurdità. Adesso devo difendere quelli che commettono errori da molti anni, soltanto perché da settembre agiscono in modo relativamente umano?»
«Vuoi dire Merkel?»
«Ha la sua bella parte di colpa in tutta la faccenda. Se lei…»
«Adesso riattacchi, di nuovo…Senza di lei…»
«No! Avesse anche solo detto “mi dispiace! L’Ovest torna a combattere ciò che esso stesso ha scatenato” oppure “Mi dispiace di non aver letto i giornali e che nessuno mi abbia detto che i campi profughi di Giordania, Libano e Turchia versano da anni in condizioni insostenibili. Chi è costretto a vegetare al loro interno, non può certo fare altro che mettersi in marcia verso l’Europa il prima possibile”»
«In realtà dovresti dire verso la Germania»
«Beh, verso un posto qualunque in cui possano vivere»
«Allora devi dire anche che la Germania non ha fatto parte della ‘coalizione dei volenterosi’, che si è tenuta alla larga dalla Libia e che adesso ci assumiamo una responsabilità dalla quale si sottraggono proprio quelli che si sono pesantemente immischiati – e che ancora continuano a farlo: gli USA, gli stati del Golfo, la Gran Bretagna, i Francesi, l’Iran e anche i Russi. Non ha senso puntare il dito soltanto sui più piccoli stati dell’Europa dell’Est o sulla Germania»
«Ecco, proprio questo intendo. Lo sapevo che avremmo litigato. Non basta argomentare dal punto di vista degli aiuti umanitari e del diritto d’asilo. Mi dispiace, tu devi andare a parare sulla politica coloniale, devi tirare in ballo il fatto che nel 1953 CIA MI6 abbiano deposto Mossadegh – ovvero il primo ministro iraniano, eletto democraticamente – e insediato lo Scià. Che senza Scià, niente Khomeini! Che con Khomeini sia arrivato l’estremismo islamico. Poi l’Afghanistan, le attività militari degli Stati Uniti prima – e sottolineo ‘prima’ – dell’invasione da parte dell’Unione Sovietica, che non giustifica l’altra. Che Bin Laden sia una creatura della CIA. E poi come abbiano appoggiato anche Saddam Hussein, perché andava contro l’Iran…»
«E come vendessero armi anche all’Iran…»

Italia, Novara, rifugiati nel centro della città
Italia, Novara, rifugiati nel centro della città

«E poi la devastante politica delle sanzioni nei confronti dell’Iraq, le centinaia di migliaia di persone – soprattutto bambini e anziani – a cui essa è costata la vita. È già stato tutto dimenticato, oppure insabbiato. L’Occidente avrebbe così tanto da ammettere, da dover poi dire: “ci siamo dentro e la colpa è nostra, ci assumiamo la responsabilità di quanto accade in Siria, in Iraq etc.”»
«Io parlerei piuttosto di corresponsabilità»
«Responsabilità è sempre anche corresponsabilità»
«Se seguo il tuo discorso, direi però che non siamo ancora giunti alle vere cause. Ho ragione?»
«Sì, se intendi le estreme disuguaglianze»
«La vera domanda è “come mai arrivano tutti soltanto adesso?”»
«Beh, perché per come gira il mondo in questo momento, nessuno può stupirsi che le persone fuggano verso Nord e verso Ovest»
«Non è certo soltanto da oggi che ci lamentiamo delle sovvenzioni agrarie dell’Unione Europea…»
«Gli USA e l’UE spendono un miliardo di dollari al giorno per le sovvenzioni agrarie, per non parlare della compartimentazione dei nostri mercati…»
«Delle flotte da pesca davanti alle coste africane, delle aziende petrolifere, del saccheggio di materie prime e così via, dunque delle diverse forme in cui si manifesta il neocolonialismo, che a quanto pare non esisterebbe assolutamente»
«E nel quale io e te, nel quale noi tutti ci troviamo immersi, di giorno in giorno»
«Beh, ma non sono io ad avere mandato quelle navi…»
«Sì, però tu compri il loro pesce…prova anche solo per una settimana a fare la spesa senza commettere una porcata. E la parte più perversa della faccenda è questa: chi possiede più denaro della media, ne esce perfino meglio»
«Ma questa è spesso anche una scusa»
«Se fai fatica a stare a galla, mica fai la spesa nel negozio di prodotti biologici»
«Questo vorrebbe dire che dovrei decidere tra una buona vita e il lusso di riflettere sul mondo. Perché se anziché rimuovere, rifletto e agisco di conseguenza, smetto di godermi la vita»
«Suona un po’ lezioso. Non sono per simili radicalismi. Si tratta di unire le due cose. Riflettere e agire coerentemente fanno parte di un buon tenore di vita. Altrimenti ti rimarrebbero solo rimozione e cinismo»
«E agli altri la miseria, la sete, la fame, la malattia, la violenza, l’insensatezza, l’assenza di un tetto sopra la testa…»
«E poiché ora abbiamo nominato tutte queste cose che nessuno sapeva, tu vieni invitato a Dresda, in qualità di esperto, al convegno a porte chiuse della coalizione di governo. E loro ti chiedono: “bene, bello, tutto giusto quel che Lei dice, ma che facciamo con i profughi?”»
«Credi davvero che direbbero “bene, bello, tutto giusto”?»
«Supponiamo di sì. E poi?»
«Poi glielo direi»
«Cioè, cosa?»
«Che hanno fortuna ad essere politici di questi tempi, perché hanno la possibilità di provocare cambiamenti necessari e radicali»
«E che sarebbero?»
«Per prima cosa parlerei del disagio che mi ha suscitato la frase dell’anno, disagio che però non riuscivo a formulare»
«Intendi: “Ce la facciamo!”»
«Sì! Da un lato non mi suscitava antipatia, ma dall’altro…»
«Ti mancava il ‘come’?»
«No, no, non intendo questo! “Ce la facciamo” queste tre parole sono una specie di racconto. Ovvero: ci rimbocchiamo le maniche, lavoriamo a testa bassa e portiamo a termine il compito che ci è stato posto»
«E cosa ci sarebbe di sbagliato?»

Italia, Sant'Angelo Lomellina, nel centro rifugiati
Italia, Sant’Angelo Lomellina, nel centro rifugiati

« “Ce la facciamo” suggerisce però anche: Se ce l’abbiamo fatta, è ora di riposare, finesettimana, l’anno prossimo perfino ferie. E questa è la promessa fuorviante che ne consegue. È la differenza tra un racconto basato su buone intenzioni e un buon racconto. Ce la facciamo è un racconto basato su buone intenzioni, ma per l’appunto non è un racconto davvero buono, poiché non contiene contraddizioni»
«Sì ma qui non si tratta della differenza tra kitsch e letteratura. Si tratta di fare appello alla popolazione, di spronarla – diversamente, proprio non funzionerebbe»
«La popolazione era molto più avanti dei partiti e del governo»
«Vuoi dire che poiché non c’è alcun riposo in vista, contrariamente a quanto indirettamente promesso, perfino quelli che a settembre hanno detto “la Merkel mi è ancora simpatica” se la fanno sotto e tagliano la corda?»
«Sì. E vorrei sostenerla proprio per via di questi voltafaccia, nonostante abbia agito troppo tardi, nonostante lei con la Grecia…»
«Ok, lasciamo stare quest’argomento»
«Non voglio combattere sotto il gagliardetto: Ce la facciamo! È troppo poco, non basta»
«E dunque?»
«Ci comportiamo come se avessimo ancora una scelta, come se avessimo la possibilità di accettare o di rifiutare questo compito, come se si trattasse di una candidatura per i giochi olimpici o per la gestione di una grande opera»
«Sì, ma tu che diresti?»
«Non ci sta in una frase»
«Beh allora in due»
«Non possiamo goderci la vita, se davanti o sulla soglia di casa regna uno stato d’immane miseria e si muore. Aiutare non è soltanto un dovere di esseri umani e un’imposizione di legge; in quanto Europei abbiamo anche la corresponsabilità per le condizioni di questo mondo. È ormai giunto il momento di agire»
«Sì, giusto, ma la frase di Merkel fa più presa»
«Sì, come i fuochi artificiali alla fiera»
«No, il tuo paragone è ingiusto»
«Allora dimmi tu una frase in cui sia chiaro che ci assumiamo la nostra corresponsabilità, che non abbiamo proprio alcuna scelta e che non possiamo altrimenti, se non vogliamo rinunciare a tutto quanto ci è caro e…»
«Ai nostri valori, insomma…»
«…caro e prezioso e appunto a nulla di quanto sarà già passato in estate o l’anno prossimo o tra qualche anno. Non possiamo andare avanti come abbiamo fatto finora»
«Vuoi dire che dobbiamo reinventarci»
«Che parola di moda. Avrei detto: “adesso abbiamo l’opportunità di cambiare noi stessi. Ciascuno se stesso, noi come società”. Perché ridi?»
«Ma non c’è alcuna possibilità! Pensa alla Grecia, a come si sono comportati. Hanno girato sulla collettività i rischi delle banche e degli speculatori, per poi mettere lì il precettore con la bacchetta. Il peggio del peggio!»
«Ma adesso sono invitato al convegno a porte chiuse del governo. E in quella sede dico che alla fine non ci resta che la scelta di cogliere l’opportunità di cambiamento…»
«Che significa ‘opportunità di cambiamento’?»
«Se rendessimo più giusta la nostra società, saremmo nelle condizioni di renderla più giusta anche a livello internazionale»
«Tesi azzardata. Vorrebbe dire che dovremmo cambiare noi stessi per potere cambiare le cose?»
«A tutti quelli che stanno a galla a malapena, deve suonare proprio beffardo sentirsi dire “la Germania è ricca, ce la facciamo”. La polarizzazione sociale ed economica del paese corrisponde a quella del mondo, non è possibile ragionare in modo separato»
«E se, come dici, non cambiamo? Che succede allora?»
«Allora facciamo l’elemosina finché non ci meritiamo il riposo, a lavoro compiuto»
«Ma quel riposo esiste soltanto nella nostra immaginazione»
«Sì. Ma anche se domani in Siria la vita fosse pacifica e vivibile, se l’Isis fosse scomparso e se in Arabia Saudita e in Iran la separazione e auotnomia della politica e della religione fosse realtà: tutto ciò sarebbe una fortuna, sarebbe meraviglioso, ma il vero problema sarebbe ancora lì, uguale a prima!»

Italia, Mortara, centro rifugiati
Italia, Mortara, centro rifugiati

«Allora concedimi una domanda. Nessun politico tedesco, ad oggi, ha detto “Se vogliamo superare le diseguaglianze nel mondo, dobbiamo cambiare la nostra vita, la nostra politica, la nostra società”? Nel migliore dei casi si attendono giovani forze lavoro per la nostra società di anziani, sperando in un po’ di colore in più e in un islam pacifico. Quando il collega Grönemeyer ha auspicato una tassa per i rifugiati sui redditi più abbienti, gli sono subito saltati al collo. Non è possibile neppure una piccola tassa! O che un governo tedesco dichiari: “sì, all’inizio del Ventesimo Secolo, nell’Africa Tedesca del Sud-Ovest è stato perpetrato un genocidio ai danni degli Herero e dei Nama. Ci facciamo carico delle conseguenze”»
«Lasciamelo dire con altre parole: non è assolutamente rilevante quali decisioni vengono prese nelle prossime settimane; non è invece irrilevante la posizione da cui lo si fa»
«Adesso però ti metti d’improvviso sulla difensiva»
«Ti comporti nello stesso modo in cui vedi e valuti te stesso e in cui vedi e valuti chi ti sta di fronte. Dobbiamo dunque parlare di noi, di chi vogliamo essere e di come ci relazioniamo agli altri»
«Vuoi dire che ci vediamo come qualcuno che fa l’elemosina, oppure che siamo qualcuno che condivide con gli altri non solo per via dei propri valori, bensì perché ciò è indispensabile e poiché in quanto Europei dobbiamo fare bene un sacco di cose?»
«Si potrebbe dire così»
«Non è, per dirla in modo un po’ pungente, una posizione a metà tra cinismo e autoprivazione?»
«No, il cinismo equivarrebbe all’autoprivazione»
«Tuttavia i difensori dei nostri valori occidentali la vedono diversamente»
«Ma soltanto perché essi si comportano come se tali valori fossero qualcosa da tenere a casa in cassaforte ed essi fossero aiutanti dello sceriffo. I valori però si esprimono soltanto nelle azioni, altrimenti non esistono. È come con i pensieri: un pensiero diventa tale se viene formulato, pronunciato o messo per iscritto. Un valore non è un valore, se non viene vissuto»
«L’unica possibilità di difendere i valori è praticarli»
«Tutto il resto è al massimo un’asserzione»
(traduzione Andrea Rota)

Italia, Palestro, centro rifugiati, la casa dei bambini
Italia, Palestro, centro rifugiati, la casa dei bambini

 

Ingo Schulze è nato a Dresda nel 1962. Ha raggiunto il successo con la raccolta di racconti 33 attimi di felicità (1995) e con il romanzo Semplici storie (1998), nel quale descrive le conseguenze della riunificazione tedesca sulla vita di provincia nell’ex Germania Est. Da allora ha pubblicato numerosi romanzi e saggi – i più recenti I nostri bei vestiti nuovi (ADV, Lugano, 2012) e Henkerslos. Ein Märchenbrevier (Senza boia. Un breviario di fiabe) 2013, non tradotto in italiano.