Nella sua lingua, il suo nome significa ‘falco’. Nonostante l’acutezza della vista che il soprannome suggerisce Karapiru non avrebbe mai potuto prevedere la tragedia che ha colpito lui e il suo popolo, gli Awá del Brasile nord orientale. Non avrebbe potuto immaginare che per salvarsi la vita un giorno sarebbe fuggito lontano, nel folto della foresta pluviale, con un proiettile di arma da fuoco bruciante nella schiena e lasciandosi dietro la famiglia trucidata dai sicari. Né avrebbe potuto sapere che quel tragico giorno sarebbe stato il primo di un decennio di fughe, solitudine e silenzio.

di Francesca Casella foto AA.VV.

La terra ancestrale di Karapiru si trova nello stato del Maranhão, tra le foreste equatoriali dell’Amazzonia occidentale e le savane orientali. Gli Awá la chiamano ‘Harakwá’ ovvero ‘il luogo che conosciamo’. I 460 membri della tribù vivono cacciando pecari (mammifero somigliante, ma di altra specie, al cinghiale e al maiale), tapiri e scimmie con archi lunghi due metri e raccolgono i prodotti della foresta (noci di cocco babaçu, bacche di açaì e miele). La tribù alleva gli animali rimasti orfani, che le donne allattano al seno, condivide le sue amache con i coati (simili ai procioni) e divide i manghi con i pappagallini verdi.
Per secoli gli Awá hanno vissuto in simbiosi con la foresta pluviale e, in soli quattro decenni, hanno assistito alla distruzione di gran parte della loro terra natale e all’assassinio del loro popolo per mano dei ‘karaí’ (i ‘non-Indiani’). Oggi, hanno perso più del 30% dei loro territori, completamente distrutti, sono diventati non solo una delle ultime tribù di cacciatori-raccoglitori rimaste in Brasile, ma anche la più minacciata del pianeta.
La storia di Karapiru inizia con una scoperta casuale di 45 anni fa, fatta da alcuni geologi americani che stavano effettuando un rilevamento aereo sulla regione. Per rifornire l’elicottero di carburante, il pilota decide di atterrare su una vetta spoglia dei monti del Carajás: lì scoprono il più ricco giacimento di ferro del pianeta innescando lo sviluppo del Gran Carajás, un progetto agro-industriale finanziato da USA, Giappone, Banca Mondiale e CEE. Il progetto prevedeva la costruzione di una diga e di fonderie d’alluminio, la produzione di carbone e l’apertura di allevamenti di bestiame. Furono costruite strade asfaltate che distrussero immense fasce di foresta pluviale primaria. Fu tracciata una ferrovia lunga 900 km che attraversava il territorio degli Awá fino alla costa. E nel suolo della foresta fu scavata una voragine così grande da poter essere vista dallo spazio: sarebbe diventata la miniera a cielo aperto più grande del mondo.

La foresta degli Awá, tagliata illegalmente dai coloni, Brasile.
La foresta degli Awá, tagliata illegalmente dai coloni, Brasile.

La distruzione dell’habitat
Nella foresta c’è una fortuna e ben presto iniziano a riversarsi nell’area masse di allevatori, coloni e taglialegna. Ruspe mastodontiche scavano la terra squarciando strati di suolo e roccia per dissotterrare minerali, bauxite e manganese. I fiumi vengono contaminati, alberi antichi abbattuti e bruciati. Il nero della cenere del carbone si sostituisce rapidamente al verde intenso del fogliame della foresta. Harakwá diventa l’immagine dell’inferno: inquinata, sfregiata e fangosa.
La tribù degli Awá non è altro che un ostacolo allo sfruttamento del tesoro; un fastidio che deve essere eliminato insieme agli alberi. La tribù si frappone tra loro e i dollari che scavi e rocce avrebbero portato. Così cominciano a uccidere. Si ricorre a tecniche fantasiose e feroci: molti Awá muoiono dopo aver mangiato farina mescolata a veleno per formiche, ‘regalo’ di un agricoltore locale. Altri, come Karapiru, vengono semplicemente colpiti con armi da fuoco là dove si trovano: a casa, davanti alle loro famiglie.
Dopo l’attacco, Karapiru crede di essere il solo membro della sua famiglia sopravvissuto al massacro. I killer hanno ucciso sua moglie, il figlio, la figlia, la madre, fratelli e sorelle. Un altro figlio viene ferito e catturato. Traumatizzato, Karapiru fugge nella foresta con un proiettile conficcato nella schiena.

Karapiru è sopravvissuto al massacro della sua famiglia
Karapiru è sopravvissuto al massacro della sua famiglia

In fuga
«Non c’era modo di curare la ferita. Non riuscivo a mettere nessuna medicina sulla schiena e soffrivo molto. Il piombo bruciava e sanguinavo. Non so come abbia fatto la ferita a non riempirsi di insetti e infettarsi. Ma sono riuscito a sfuggire ai Bianchi».
Karapiru vive in fuga per tutti i dieci anni seguenti. Cammina per quasi 650 km nello stato di Maranhão, attraversando foreste, colline e pianure, le dune di sabbia delle restinga, le lagune, e i larghi fiumi che sfociano nell’Atlantico.
Terrorizzato, affamato e solo.
Sopravvive mangiando miele e piccoli uccelli dell’Amazzonia: pappagallini, colombe e tordi dal petto rosso. Di notte, quando le scimmie urlatrici gridano dall’alto della volta degli alberi, dorme sui rami di un grande albero di copaiba, tra le orchidee e le viti di rattan. E quando il dolore e la solitudine diventano troppo forti, parla sottovoce tra sè e sè, o cammina canticchiando.
«È stata molto dura» racconta a Fiona Watson, ricercatrice di Survival International «non ho più una famiglia e nessuno con cui parlare».
Un giorno, dieci anni dopo aver assistito all’uccisione della sua famiglia, Karapiru viene avvistato da un contadino alla periferia di una cittadina, ai confini dello stato di Bahia. Sta camminando in una zona di foresta bruciata, porta con sé un machete, qualche freccia, un po’ d’acqua e un pezzo di cinghiale affumicato. È triste ed esausto, ha trascorso dieci anni ‘fuggendo da tutto’ ma non dal suo dolore. Un dolore inaspettato, inimmaginabile come i suoi lunghi anni di sofferenza. Allo stesso modo, il ‘Falco’ non può sapere della grande gioia che sta arrivando. Si salutano. Karapirù segue il contadino fino al villaggio, qui gli viene offerta ospitalità in cambio di piccoli lavori e gli viene dato cibo che non ha mai mangiato prima: manioca, riso, farina e caffè.  Familiarizza con alcune delle abitudini del ‘karai’ – l’uomo bianco – scoprendo, ad esempio, che il suo padrone di casa ha del bestiame e dorme in un letto, che lui trova estremamente scomodo. «Non riesco a dormire in un letto. Vivo nella foresta e dormo sull’amaca».

Famiglie Awá nella foresta per la raccolta di noci e bacche
Famiglie Awá nella foresta per la raccolta di noci e bacche

Il figlio
Passano alcuni giorni e presto si diffonde la notizia che un Indiano solitario è emerso dalla foresta pluviale. Un antropologo va a incontrarlo. Karapiru cerca di raccontargli la sua storia, ma l’antropologo non è in grado di capire la sua lingua.
«Dov’è tua moglie?» mi chiedono «No. Io non ho una moglie! Sono solo. Sono l’unico rimasto» rispondo «uomini non-Indiani l’hanno uccisa nella foresta. Un tempo ero sposato, ma ora non più».
Pensando che potesse appartenere al gruppo linguistico tupi, i funzionari del FUNAI (il dipartimento governativo agli affari indigeni) lo portano a Brasilia per fargli incontrare alcuni Indiani Avá Canoeiro, nella speranza che siano in grado di capirsi. Non funziona, l’ultimo tentativo di parlare all’uomo ormai noto a tutti come l’Indiano ‘sconosciuto’ è quello di metterlo in contatto con un giovane uomo Awá di nome Xiramukû.
«Padre!» dice l’uomo non appena lo vede e la vita di Karapiru cambia d’incanto. Quel giovane non solo parla la sua stessa lingua, ma è suo figlio, quello ferito e catturato dai sicari, che Karapirù credeva morto come tutti gli altri membri della sua famiglia.
«Mi si avvicina. “Chi è costui?” penso. Mi guarda da vicino. Anche io lo guardo. Poteva mai essere Xiramukû? “Sono io padre” dice. E mi racconta tutta la sua storia».
Xiramukû, che era sopravvissuto alle ferite dell’attacco, invita il padre ad andare a vivere con lui in un villaggio awá. Dopo anni di isolamento, Karapiru può tornare a vivere come un Awá: mangiare pecari cacciati nella foresta pluviale, dormire in un’amaca e tenere scimmie come animali da compagnia. Oggi Karapiru si è risposato, ha due bambini e vive vicino a suo figlio nel villaggio awá di Tiracambu. «Qui con gli altri Awá sto bene» racconta «ho ritrovato mio figlio dopo molti anni. L’ho riconosciuto e mi sono sentito molto felice».

La miniera Carajás e la ferrovia hanno segnato l’inizio della migrazione nei territori degli Awá
La miniera Carajás e la ferrovia hanno segnato l’inizio della migrazione nei territori degli Awá

Questa straordinaria storia mostra quanta resistenza e capacità di adattamento abbiano gli Awá. I loro problemi non sono confinati nel passato. Allevatori e bande criminali di taglialegna, spesso aiutati da sicari armati, continuano a invadere la terra della tribù. Per Karapiru, i ricordi sono ancora estremamente penosi: «Ci sono momenti in cui non amo ricordare tutto quello che mi è successo…Le persone che mi hanno fatto questo erano veramente malvagie…». Oggi è davvero preoccupato per il futuro di sua figlia, che certo vorrebbe diverso dal passato che ha sofferto lui: «Spero che a mia figlia non accada quello che è accaduto a me. Spero che abbia buona selvaggina da mangiare, tanto pesce e che cresca sana. Spero che non sarà più come ai miei tempi»

 

Gli Awá sono una piccola tribù di cacciatori e raccoglitori nomadi dell’Amazzonia brasiliana. Sono circa 450. Almeno un centinaio è tuttora incontattato ed è quindi particolarmente vulnerabile alle malattie portate dall’esterno.
Nel 2012 Survival International ha lanciato una campagna in difesa della tribù, definita “la più minacciata del mondo”. Il territorio centrale della tribù, infatti, veniva abbattuto a un ritmo velocissimo e gli Awá si ritrovavano completamente circondati da taglialegna e allevatori. La situazione era talmente grave che secondo alcuni esperti brasiliani, a meno di un intervento urgente da parte del governo brasiliano, gli Awá si sarebbero estinti. “Se distruggete la foresta, distruggete anche gli Awá” ha sentenziato un membro della tribù. Grazie a una gigantesca mobilitazione internazionale, nell’aprile del 2014 il governo brasiliano ha finalmente liberato il territorio centrale degli Awá da taglialegna, allevatori e coloni illegali. L’operazione ha segnato un grande successo ma Survival continua a fare pressione sul Ministro della Giustizia del Brasile affinché allontani i coloni anche dalle altre zone in cui vivono gli Awá e protegga tutta la loro terra, garantendo la sopravvivenza dell’intera tribù. Le minacce sono ancora tante. Un anno fa tre Awá incontattati sono stati costretti a uscire da un’area di foresta non protetta perché circondati dai taglialegna. Le due donne del gruppo si sono subito ammalate di tubercolosi, nonostante nell’area fossero presenti alcune équipes sanitarie e sono ancora in pericolo di vita.  Di recente nella foresta sono divampati diversi incendi incontrollati che hanno distrutto vaste aree di un altro territorio in cui vivono gli Awá incontattati. Si pensa che siano stati appiccati dai taglialegna illegali in rappresaglia per i tentativi degli indigeni di difendere la loro terra.

 

 

I popoli incontattati

I popoli indigeni che vivono senza alcun contatto con il mondo esterno sono un centinaio.
Il loro numero varia moltissimo. Da un solo sopravvissuto – come nel caso ‘dell’uomo della buca’ [“…vive solo, nel silenzio più assoluto, sempre impaurito, invisibile al resto del mondo. È il solo sopravvissuto della sua tribù e questa è la sua vita quotidiana. Non sappiamo chi sia, quale sia il nome della sua tribù o che lingua parli, è semplicemente  l’ ‘Uomo della buca’ a causa delle ampie cavità che scava per intrappolare gli animali o per nascondersi” Fiona Watson] individuato nel 2006 nello stato brasiliano di Rondônia – fino a cento o duecento persone. Non è dato sapere quanti siano ma sappiamo con certezza che esistono: lo provano le tracce che lasciano dietro di sé (utensili e case abbandonate frettolosamente sotto l’avanzare degli invasori) e alcuni incontri fortuiti e fugaci. La concentrazione maggiore è in Brasile: secondo il Dipartimento brasiliano agli Affari Indigeni FUNAI, i gruppi isolati sono almeno 77. Quindici popoli vivono invece in Perù, in Asia li troviamo nelle Isole Andamane e in Nuova Guinea. Il resto vive tra Bolivia, Colombia, Ecuador e Paraguay. Ognuno di questi popoli è unico e le loro lingue, le loro culture e le loro visioni del mondo sono insostituibili. Sono sicuramente i popoli più vulnerabili del pianeta.  Dei popoli incontattati si sa molto poco, se non che il loro isolamento è sempre frutto di una scelta obbligata, compiuta per sopravvivere alle invasioni. Molti di loro hanno sofferto la perdita dei loro cari per mano dell’uomo bianco nel corso di decenni di massacri silenziosi o per effetto del dilagare di epidemie. Sono le malattie introdotte dall’esterno a costituire la principale causa di morte, non avendo difese immunitarie contro virus come l’influenza, il morbillo o la varicella.
Spesso, sono essi stessi dei sopravvissuti, o discendono da sopravvissuti ad atrocità commesse in epoche precedenti; violenze raccapriccianti che hanno lasciato segni indelebili nella memoria collettiva, inducendoli a rifuggire da ogni contatto con il mondo esterno. Gli antenati degli attuali popoli amazzonici isolati, ad esempio, furono sterminati nella devastante ondata di schiavitù e brutalità disumane che accompagnò il boom del caucciù alla fine del XIX secolo. Il 90% di loro morì.
Le tribù incontattate vivono tutte in modo completamente autosufficiente di ciò che la foresta dona loro. La protezione delle terre e delle loro risorse è fondamentale per la loro sopravvivenza.
La maggior parte di questi popoli vive ancora oggi in fuga perenne. Sono circondati su tutti i fronti: le compagnie petrolifere e di disboscamento invadono i loro territori in cerca di risorse naturali, i coloni usurpano le loro terre e le convertono in allevamenti di bestiame e aziende agricole. Le strade attraversano le loro terre aprendo le porte a bracconieri, missionari fondamentalisti e turisti, e introducendo il rischio di incontri violenti e malattie. Le foreste da cui dipendono per il loro sostentamento vengono tagliate a ritmi vertiginosi; la selvaggina è sempre più scarsa.
Ma quando le loro terre sono riconosciute legalmente e protette in modo adeguato il loro futuro è meno insicuro. Solo così possono mantenere il controllo delle loro vite e decidere autonomamente del loro futuro. Se e come interagire con il mondo esterno è una decisione che spetta solo a loro.

 

Survival Internationalwww.survival.it

È movimento mondiale per i diritti dei popoli indigeni, unica organizzazione a sostenerli in tutto il mondo. Li aiuta a difendere le loro vite, a proteggere le loro terre e a determinare autonomamente il loro futuro.
I popoli indigeni hanno sviluppato stili di vita largamente auto-sufficienti e straordinariamente diversi. Molti dei farmaci utilizzati dalla medicina occidentale e degli alimenti base del mondo ci vengono da loro e hanno salvato milioni di vite. Tuttavia i popoli tribali sono descritti come arretrati e primitivi. Le società industrializzate li sottopongono a violenza genocida, a schiavitù e razzismo per poterli derubare di terre, risorse e forza lavoro nel nome del ‘progresso’ e della ‘civilizzazione’.
Survival lotta per prevenire lo sterminio dei popoli indigeni e tribali, collabora con loro, indaga sulle atrocità, ne fornisce prove alle Nazioni Unite e ad altri organismi internazionali, offre assistenza legale, finanzia progetti medici e auto-gestiti. Fa educazione e ricerca, lancia campagne, esercita pressione e organizza proteste.
Survival lotta per un mondo in cui i popoli indigeni siano rispettati come società contemporanee e i loro diritti umani tutelati.