Simbolismo

dalla Belle Èpoque alla Grande Guerra

1680
Vittorio Zecchin, Corteo delle principesse (pannello del ciclo Le mille e una notte), 1914, olio e stucco dorato su tela, cm. 171x143
Milano, Palazzo Reale, fino al 6 giugno
Info – 0039 02/54914, www.mostrasimbolismo.it  
Catalogo, 24 ore Cultura

 

“Noi siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni”  (Shakespeare, La Tempesta) citazione perfetta come sottotraccia alla magnifica mostra milanese, preceduta in Italia da quella di Ferrara nel 2007 e, fra le altre, dalla famosa di Jean Clair a Montreal nel ’95 e da quella degli anni Settanta voluta dal Consiglio d’ Europa. Niente di più europeo dell’arte simbolista che, fra la fine del XIX secolo e l’inizio della Grande Guerra attraversa le diverse nazioni coinvolgendo letteratura, musica, pittura, scultura fino all’arredo d’interni. Movimento elitario all’insegna della Bellezza, sostanzialmente ‘antimoderno’, di opposizione alle novità di industria, automazione, macchina e quindi di ogni protagonismo di massa. Come sfuggire alla brutalità dei tempi? Rifugiandosi in un passato mitico, in un MedioEvo mai scritto ( il movimento ‘Arts & Crafts’ è la radice storica del Simbolismo), nel mito egizio e greco. Meglio: nel sogno e nel cuore più  segreto dell’individuo, dove fantasmi angelici si scontrano col più cupo erotismo, la notte è il solo tempo vivibile, la donna è fatalmente distruttiva, e – un termine appena nato – l’inconscio, esprime la sola verità dell’umano. La corrente inizia storicamente in Francia intorno a Les Fleurs du mal di Baudelaire (“La natura è un tempio dove pilastri vivi/ mormorano a tratti indistinte parole;/ l’uomo passa, lì, tra foreste di simboli/ che l’osservano con sguardi familiari…”) diventa antiborghese e provocatorio in Belgio (Pornokratés o La dama con il porco al guinzaglio di Felician  Rops, 1878) o immerso nel mito nibelungico in Germania ( Wagner è il massimo riferimento musicale). La mostra milanese confronta gli esiti del simbolismo italiano con quelli continentali: Aristide Sartorio e la sua inarrivabile capacità narrativa (La sirena, 1895), i divisionisti lombardi, Gaetano Previati e la grande, vibrante tela Il giorno sveglia la notte (1905), lascia vedere in controluce i filamenti pittorici lunghi, fitti, pazienti con cui è dipinta, una meraviglia esecutiva.  Presenza alta anche Segantini, il cui luminoso L’amore alle fonti della vita (1896) è evidente premessa tecnica al primo Boccioni. Mostra rischiosa ma vinta nelle oltre 20 sale splendidamente impaginate, opere significative, ottimi testi sui diversi temi e un colloquiale filmato introduttivo di Daverio. Molte  le citazioni letterarie, alcuni sottofondi musicali da Wagner a Chopin dei Notturni e parecchie note curiose: la massima, forse, è nella dicitura della mitica Isola dei morti di Böcklin (1886) “… quadro molto amato da Hitler, da Stalin, da  Lenin…” in mostra ne è esposta una copia del 1905, e dà i brividi. Gli anni finali del Simbolismo sono raccontati tra l’esotico e il divertente con i pannelli da parete per il pranzo dell’hotel Terminus di Venezia: Vittorio Zecchin li dipinge ispirandosi a Le Mille e una notte pubblicato appunto nel 1914. I richiami sono all’Oriente, al Giappone e soprattutto a Klimt, la cui presenza alla Biennale del 1910 aveva stregato Zecchin. Ne risulta un quieto corteo di giovani donne, di profilo, angeli dei mosaici ravennati, tutte oro e gioielli su lunghe tuniche rosse e blu e viola di bellezza folgorante, di puro sublime decorativismo.  La Prima Guerra Mondiale spazzerà via anche questa esperienza.