L’aeroporto di Mitiga, a Tripoli, ha le insegne della Libyan Wings e qui gli aerei arrivano e partono in orario. Il proprietario è Abdelhakim Belhadj, ex emiro del Libyan Islamic Fighting Group, organizzazione jihadista attiva in Libia a cavallo tra gli anni ottanta e novanta. Belhadj, ha avuto un ruolo di primo piano nella rivolta contro Mohammar Gheddafi, nell’agosto 2011 ha guidato l’attacco contro il cuore del regime a Bab el Aziziya, l’immensa caserma-residenza del Colonnello. Belhadj, nelle elezioni del 2012 si è trasformato in politico presentando un suo partito, ‘al Watan’, sponsorizzato, dicono, dal Qatar e dai Fratelli Musulmani, con risultati abbastanza deludenti. Il movimento non riesce a prendere neanche un seggio. Oggi Belhadj ha abbandonato il ruolo di comandante militare e in parte di politico per vestire quello dell’uomo d’affari.

testo e foto di Cristiano Tinazzi

 

L’aeroporto di Mitiga è l’unico a funzionare nella capitale dopo che quello internazionale è stato totalmente distrutto dai combattimenti dell’agosto 2014. La struttura è stata per lungo tempo sotto il controllo di uno dei più importanti comandanti ribelli (poi membro del Comitato militare della capitale) Hashim Bishr, amatissimo dai ventiseimila membri del ‘Supreme Security Committee’ della Tripolitania, sua organizzazione e forza di polizia nata sotto l’egida del ministero degli Interni nell’ottobre del 2012. Furono centinaia le brigate che in quel periodo decisero di mettersi sotto l’ala del ‘Supreme Security Committee’, ricevendo in cambio una divisa più o meno regolare e l’autorizzazione ad arrestare, detenere e interrogare i sospetti. Si stima che in quell’anno almeno ottantamila miliziani in tutta la Libia entrarono nell’organismo, con uno stipendio medio che partiva da novecento dollari al mese. Oggi è lo stesso ministero, insieme a quello della Difesa, che continua a pagare, attraverso la Banca Centrale, gli stipendi a questi miliziani e alle centinaia di brigate più o meno ufficiali presenti sul territorio. Bishr è uno degli uomini chiave che potrebbero ribaltare su Tripoli i rapporti di forza a favore del governo Faiez Serraj che, in questi giorni, ha annunciato l’esecutivo di unità nazionale. Bishr è anche un uomo molto accorto, soprattutto da quando i Wershafana (una tribù gheddafiana ostile ai clan di Souk el Jumma) hanno ucciso suo fratello Hisham e lui è dovuto riparare all’estero per un breve periodo. Tutto cambia e ritorna in Libia.

Le caffetterie
Quello che non cambia, nella capitale, governo Serraj o no, è il rito del caffè. Decine, centinaia di caffetterie in cui confluiscono giovani vestiti all’occidentale e salafiti in djellaba con la loro ‘zebiba’ stampata sulla fronte, una sorte di stimmate al merito, dovuta allo sfregamento della testa sul tappeto durante la preghiera. A Tripoli è pieno di bar, dai più tradizionali a quelli moderni con arredamenti alla moda e nomi che richiamano l’Italia. Le macchine da caffé sono italiane, le miscele selezionate e il sapore è quanto di più vicino all’espresso italiano si possa trovare in tutta l’Africa. Luoghi ovviamente frequentati, per la maggior parte, solo da uomini. Ci si può perdere ore in un caffè, come fanno gli anziani giocatori di dama nel vecchio quartiere coloniale italiano, dietro piazza Algeri. Non è difficile trovare anche qualcuno che parli italiano, così come nel quartiere di Dahra, dove si trova la chiesa di San Francesco, divenuta cattedrale dopo che quella principale venne trasformata nel 1970, in seguito all’esodo della comunità italiana, in moschea.

Tripoli, Piazza dei Martiri. Manifestazione pro governo
Tripoli, Piazza dei Martiri. Manifestazione pro governo

Husen
Husen parcheggia la macchina, davanti al palazzo del governatore, divenuto poi nel 1951 il palazzo di Re Idriss I (e ultimo) della dinastia senussita. Una monarchia durata poco, detronizzata senza spargimento di sangue dal colpo di mano degli ‘ufficiali liberi’ nel 1969. Tra loro c’era il giovane capitano Mohammar Gheddafi, allora affascinato dalle teorie panarabe e socialiste del generale egiziano Gamal Abdel Nasser. Il padre di Husen è stato colonnello dentro il malconcio e poco strutturato esercito libico. Pur non avendo partecipato attivamente alla repressione del 2011, non è stato reintegrato nel suo ruolo e oggi, come tanti ex appartenenti alle vecchie forze armate, è disoccupato. «Quello che tutti stanno discutendo sui social network e nei caffè, qui a Tripoli, è capire quanto ci costerà un governo che ha, tra ministri, viceministri e sottosegretari, quasi trecento persone» dice Husen «una cosa impensabile in un momento di forte crisi economica, dove i prezzi continuano a salire e centinaia di migliaia di persone sono senza lavoro o non ricevono lo stipendio da mesi». In città c’è una sorta di attendismo per capire dove si andrà a finire e in molti temono che Tripoli verrà scossa da ulteriori versamenti di sangue e scontri tra milizie. Alla gente qui non interessa molto la questione politica o il confronto armato con l’Isis, visto come un lontano nemico, a 450 di chilometri di distanza. Husen ha una laurea presa all’università di Perugia, parla perfettamente italiano e fino a pochi mesi fa aveva un lavoro in una azienda di Misurata. Oggi è, come tanti giovani libici, disoccupato. «La nostra moneta perde ogni giorno di valore e dalle banche si possono solo ritirare cinquecento dinari al mese che non bastano per vivere». Il dinaro libico subisce anche una svalutazione parallela al mercato nero che è, rispetto al cambio ufficiale oltre il doppio del suo valore in confronto all’euro. Un mercato parallelo che le forze di deterrenza (Rada Forces) di Abdoul Raouf Kara, una delle milizie più potenti della capitale, cercano di stroncare effettuando quasi quotidianamente retate e arresti nei cambisti che, qui a Tripoli, sono centinaia. Ma dai negozi di orafi a quelli di telefonini, sono in molti ad effettuare sottobanco acquisto e vendita di euro e dollari.

«Pensavamo che con la rivoluzione non avremmo più visto gente morire per strada, fatta sparire dalla polizia politica o derubata da gruppi criminali»

Mohamed, Hatim
«Pensavamo che con la rivoluzione non avremmo più visto gente morire per strada, fatta sparire dalla polizia politica o derubata da gruppi criminali. Ma, elezioni, governi inutili uno dopo l’altro, e nulla è stato fatto in quattro anni. Per cosa è morta la migliore gioventù libica?» dice un negoziante. L’uomo non ha tutti i torti. Dei sogni di democrazia, tracciati sui muri della città, dei graffiti inneggianti alla libertà e a un futuro migliore, non è rimasto quasi nulla. Mohamed nei primi giorni della rivoluzione, si trovava a casa sua a Souq el Jumma. «Me lo ricordo come se fosse ieri. Hanno sfondato la porta di notte e mi hanno trascinato via. Non mi ricordo esattamente quanto tempo sono rimasto in quella cella. Mi hanno torturato con i cavi elettrici sui genitali, mi hanno picchiato, mi hanno procurato una frattura scomposta alla gamba, diverse alle costole» si blocca, lo sguardo perso nel vuoto, cerca di riprendere fiato «volevano sapere i nomi dei miei amici, di quelli che conoscevo e che facevano parte della mia rete di contatti. Non gli ho detto nulla. Ecco, ho detto, adesso muoio, ora mi ammazzeranno. Invece una notte mi hanno portato davanti a un ufficiale: quell’uomo mi disse che sarei uscito il giorno seguente ma avrebbero messo in giro la voce che ero una spia. Fortunatamente un poliziotto del commissariato, che abitava nel quartiere ed era vicino alle nostre idee, aveva raccontato a tutti cos’era successo». Mohamed, che è medico, dopo la morte di Gheddafi entra, come tanti, nel ‘Supreme Security Committee’ di Hashim Bishr. I due si conoscono bene, sono quasi vicini di casa. Si ritrovano faccia a faccia ai funerali di un ragazzo disabile, morto per mano di un amico che festeggiava la caduta del compound gheddafiano di Bab el Azizyia sparando con un mitragliatore. Un proiettile lo aveva centrato in pieno petto uccidendolo all’istante. Mohamed varca di continuo il confine con la Tunisia, ci vive sopra, perché minacciato di morte dagli islamisti.
Qualche giorno dopo si fa vivo Hatim, con il quale Mohamed ha diviso notti insonni appostato con un fucile da cecchino durante i giorni convulsi della presa di Tripoli. Hatim, che sognava una nuova America in Libia, aveva un gruppo hip hop e giocava a fare il duro con la pistola nel cruscotto della macchina, oggi non parla più di politica, di musica e del futuro. Ha lasciato la sua mimetica in un cassetto e si dedica a costruire la sua casa, un pezzo alla volta, sui monti dello Djebel Nafusa. Lontano da tutti. Lontano da tanti che hanno tradito i suoi sogni. Molti sono morti, altri rifugiati politici. I giovani thuwar che animarono le piazze scontrandosi con il regime non ci sono più. Rimangono le milizie, unica fonte di sostentamento, per molti, troppi uomini che quel kalashnikov, finita la guerra, non hanno mai abbandonato.

Abdoul Raouf Kara, Haytham al Tajouri
Abdoul Raouf Kara è un capo islamista, uno dei più duri, un ‘hardliner’, come viene definito sulle pagine dei giornali in lingua inglese. Ma pur essendo un rigoroso salafita che combatte con la sua milizia trafficanti di alcol e droga, è uno dei più acerrimi nemici dello Stato Islamico. La sua milizia, una sorta di forza di polizia semi legale, ha circa mille uomini. Nato a Souk el Jumma, quartiere popolare situato nella zona est di Tripoli, trae forza e rispetto dalla gente nel suo distretto. Si è fatto le ossa e un nome combattendo contro i soldati di Gheddafi, ma venendo da una formazione scolastica coranica, Kara ha da subito improntato la sua polizia personale sulla repressione di sostanze illecite, considerate dannose quanto le armi. In questo si riflette nell’agire di Kara la sua impronta religiosa, intollerante nei confronti di qualsiasi deviazione della vita sociale rispetto alla legge del Corano. A Tripoli, nonostante anche sotto il regime del Colonnello Mohammar Gheddafi fosse vietato l’uso di bevande alcoliche, è sempre stata tollerata la compravendita illegale degli alcoolici, soprattutto nella zona di Gargaresh, quartiere bene della capitale. Da quando Kara ha iniziato a far girare le ‘Rada Forces’, è quasi impossibile trovare una bottiglia di vino ‘Magon’ tunisino se non a prezzi proibitivi. E con il rischio di finire dritti in carcere. La sua polizia non si limita ad arrestare i criminali, va oltre: Kara è anche giudice e direttore di penitenziario, visto che ha sotto il suo controllo due prigioni illegali dove sono rinchiuse almeno trecento persone. Ma le ‘Rada Forces’ non si occupano solo di contrasto a droga e alcool. Sono loro a controllare l’aeroporto di Mitiga e le strutture adiacenti, l’unico scalo aereo rimasto in funzione nella capitale dopo che quello internazionale è stato completamente distrutto dai combattimenti tra le milizie di Zintan e quelle di Misurata (agosto 2014). All’interno dell’aeroporto nel 2013 erano presenti tre brigate sotto il controllo della ‘Supreme Security Committee’ tra cui Kara e le sue Rada Forces. La brigata, come molte altre, nonostante sia stata ‘regolarizzata’ sotto il Ministero degli Interni libico, non ha mai rinunciato al suo parco macchine di veicoli blindati e armamenti pesanti, evitando di consegnarli alle autorità.
Ci sono cose che a Tripoli restano immutabili negli anni e che passano da un periodo storico del Paese all’altro senza nessuno stravolgimento. Una di queste è il gigantesco scheletro di un palazzo faraonico, un hotel situato sulla al shat, la strada costiera che porta verso est, iniziato nel 2006 e mai finito. Qualche chilometro più in là, le tre torri del complesso multifunzionale, lavori partiti nel 2012 e in carico a una grossa azienda di costruzioni italiana. Il progetto comprendeva due Hotel e un terzo edificio ad uso uffici di ventuno piani. Ovviamente non è stato ultimato. Viaggiando sulla costa, si passa da Tajura, una volta luogo conosciuto principalmente per le trattorie di pesce, dove i pescatori portavano il loro bottino prezioso ogni mattina e dove i proprietari lo esponevano su grossi banchi pieni di ghiaccio e cassette all’entrata dei loro ristoranti. Tajura, insieme a Souk el Jumma, è stata una delle spine nel fianco di Gheddafi sin dall’inizio della rivolta. La repressione governativa, tra febbraio e marzo 2011, è stata molto dura. Oggi una delle brigate più potenti della capitale, quella dei rivoluzionari di Tripoli, viene proprio da qui. Il loro capo, Haytham al Tajouri, è considerato da molti un bandito, accusato di una serie di crimini tra i quali diversi rapimenti a scopo di estorsione, tanto che nel 2015, per un breve periodo, la strada costiera in prossimità di Tajura doveva essere percorsa, per andare a Misurata, con una scorta armata privata. Il rischio di sequestri ai checkpoint erano alti e la scorta non serviva tanto come protezione armata quanto per segnalare in seguito, a chi di dovere, chi era stato prelevato, da quale milizia e in che luogo. Nel novembre scorso è proprio la brigata di Tajouri a rapire il ministro per la Pianificazione del governo di Tripoli Mohamad al Gaddar. Al Tajouri, come Abdel Raouf Kara, prendeva ordini, formalmente, dal Ministero degli interni.
Quella che un tempo era la Balbia, unica strada carrabile che collegava Tripoli a Bengasi, oggi porta ancora i segni, in alcuni luoghi, della colonizzazione italiana. Lungo questo tratto di costa e nel suo entroterra infatti, erano concentrati i maggiori insediamenti italiani della Tripolitania come i villaggi Corradini, Breviglieri, Gioda, Crispi, Marconi, Littoriano, Garibaldi. Dopo Tajura si arriva a Khoms e poi a Zliten, dove lo scorso gennaio, presso un centro di addestramento della guardia costiera, è avvenuto uno dei più grossi massacri compiuti dall’Isis in Libia. Un attentato portato a termine con successo da un kamikaze che ha fatto detonare un camion carico di esplosivo all’ingresso della struttura militare. L’esplosione è avvenuta mentre centinaia di reclute, almeno quattrocento, erano presenti sul piazzale in attesa di iniziare la giornata di addestramento. Zliten è una delle poche città libiche dove la presenza di gruppi estremisti non è rilevante, anche se nell’agosto 2012 un gruppo di salafiti distrusse uno dei più importanti mausolei sufi, quello di Sidi Abdul Salam Al Asmar Al Fituri e una biblioteca adiacente alla struttura.

Tripoli, periferia. Migranti provenienti dall'Africa subsahariana. Il pranzo
Tripoli, periferia. Migranti provenienti dall’Africa subsahariana. Il pranzo

La città martire
Da Tripoli a Misurata di giorno ci sono pochissimi checkpoint, la maggior parte dei quali verso Zliten e poi a Dafnia, ex Villaggio Garibaldi, uno dei tantissimi insediamenti agricoli italiani costruiti durante il periodo coloniale. Da qui e da Tawargha, nel 2011, erano appostate le truppe di Gheddafi che stringevano d’assedio Misurata, la ‘città martire’. Tawargha oggi è una città fantasma. In piedi non è rimasto nulla: scuole, ospedali, case, negozi, tutto è stato sistematicamente saccheggiato e bruciato. Anche i cavi elettrici sono stati asportati. Rimangono solo scheletri di abitazioni e desolanti mura annerite. «Proprietà dei leoni di Misurata», è scritto su un cartellone all’ingresso della cittadina. I trentamila profughi, ex abitanti di una città che è rimasta segnata, come un punto, solo sulle carte geografiche, sono sparsi in campi disseminati per tutta la Libia: Tripoli, Bengasi, Tarhouna, Sebha, Janzour, tra i tanti. La maggior parte di loro sono libici dalla pelle scura, gente del sud portata sulla costa durante il regime di Gheddafi e a lui fedeli durante la guerra civile del 2011.

«Potevano ammazzare vecchi, uomini, donne e bambini. Li avremmo perdonati. Ma hanno fatto violenza alle nostre donne e per loro non ci sarà mai perdono»

«Potevano ammazzare vecchi, uomini, donne e bambini. Li avremmo perdonati. Ma hanno fatto violenza alle nostre donne e per loro non ci sarà mai perdono», dice il colonnello Salem Joha, uno dei più importanti capi delle milizie di Misurata. Uno dei suoi quartier generali è sul mare, in una ex struttura di villeggiatura in uso ai governativi. Oggi i suoi uomini bivaccano all’interno giocando a biliardo o guardando partite di calcio su un televisore al plasma in una sala ricreativa. «Lo stupro è il crimine imperdonabile per il quale deve pagare e sempre pagherà una città intera». Una vera e propria pulizia etnica per una legge non scritta che regola anche qui i rapporti sociali intersecandosi con la legge islamica e con un diritto laico che non esiste più dalla dissoluzione della Jamahiriya. Joha, il cui nonno ha guidato la rivolta anti-italiana di Misurata agli inizi del novecento, è un ex ufficiale dell’esercito libico. Nel 2011 è stato uno dei comandanti più amati della città. Migliaia di giovani thuwar sarebbero morti armi in pugno per lui. È lui ad aver rotto l’assedio della città durato due lunghi mesi. Oggi Misurata porta ancora i segni della battaglia lungo la strada principale, Tripoli street. Era qui che si era stabilizzato il fronte. Due mesi di bombardamenti su tutto e tutti. Due mesi di incubo per i misuratini.

La vita sotto l’Isis
Poco distante dal palazzo comunale si svolgono dei funerali. Le urla strazianti della donna si elevano in mezzo ai lamenti funebri delle sue compagne. È la madre di Milad Bourghiba, una delle tante vittime dello Stato Islamico. Milad è morto il sedici gennaio a Sirte, il giorno del suo primo anniversario di nozze. Aveva appena diciannove anni, troppo pochi per morire ma abbastanza per lasciare una moglie disperata e un figlio piccolo. Lo Stato Islamico lo ha tenuto per tre mesi in una prigione e poi giustiziato. Il suo corpo è rimasto esposto in una rotonda della città per tre giorni, poi consegnato ad alcuni parenti e portato a Misurata, dove è stato sepolto. I parenti di Milad hanno allestito una sala per ricevere le condoglianze in un palazzo in costruzione. Al pianterreno è stata tirata una tenda. Il pavimento è di cemento grezzo. Poco più in là un mucchio di sabbia e alcune pale. Le sedie di plastica sono state disposte lungo quasi tutto il perimetro. «Quelli dell’Isis hanno arrestato mio fratello alcuni giorni dopo la festa dell’Eid (Festa del sacrificio). I vicini mi hanno raccontato che sono entrati nella sua casa all’alba e lo hanno preso. Ho cercato di avere informazioni, di sapere qualcosa, ma ogni volta non mi rispondevano o mi dicevano sta bene, ora lo rilasciamo. Ma i giorni passavano e poi le settimane e nessuno sapeva darmi una risposta. Un giorno mio cugino stava andando con la macchina sulla rotonda e ha visto che stavano legando un corpo ad una struttura di metallo: era Milad. I miliziani gli hanno detto che era una spia di Misurata, che passava informazioni su di loro e sui luoghi dove si trovavano. Se lo tocchi uccidiamo pure te, hanno detto».
È dal giugno 2015 che l’Isis ha conquistato Sirte, ex città natale del colonnello Mohammar Gheddafi. Semidistrutta dai combattimenti Sirte è rimasta in un vuoto di potere che ha permessso il radicamento di Ansar al Sharia, potente milizia islamista che si è inserita nel tessuto sociale prima come organizzazione caritatevole, poi come unica detentrice del monopolio della forza. Dove non c’era lo stato c’era Ansar al Sharia. Poi qualcosa è cambiato, il gruppo, già accusato di essere vicino ad Al Qaeda, si trasforma e gran parte dei suoi affiliati presta obbedienza al califfato. La milizia, costituitasi durante la guerra del 2011, si fa conoscere internazionalmente a Bengasi, quando, nel giugno 2012, organizza una parata di duecento pickup pesantemente armati per le strade della città. Ansar al Sharia viene poi accusata dell’assalto dell’undici settembre 2012 al consolato americano e uno dei suoi comandanti, Ahmed Abu Khattala, sarà catturato dai Delta Force americani nel giugno 2014. Sempre nel 2014 Ansar al Sharia si schiera con le milizie che prendono il controllo di Tripoli. Nell’est, in Cirenaica, Derna cade nell’ottobre 2014 sotto il controllo di gruppi islamisti che giurano fedeltà ad al Baghdadi. Il califfato di Derna ha breve durata. Nel giugno 2015 una coalizione avversa caccia gli uomini del califfo fuori dalla città. Inizia quindi la parabola ascendente di Sirte, che, per tradizione, non ha un trascorso religioso estremista come Derna, che invece è la città della Libia che ha fornito il più alto numero di jihadisti libici in Iraq e in precedenza è stata la culla del ‘Libyan Islamic Figthing Group’. Sirte è una città modello dotata di infrastrutture e servizi moderni, un gioiello. A Sirte, alla sessione straordinaria dell’Oua nel 1999, viene decisa la nascita dell’Unione Africana. Controllata a vista da Misurata, che non ha buoni rapporti con il notabilato locale, alla fine della guerra viene data ‘in gestione’, al gruppo di Ansar al Sharia, alleato di Misurata. Nel 2014 avviene una frattura all’interno delle milizie che fanno parte del gruppo islamista e l’Isis inizia così a prendere piede in Libia. Dai duecento combattenti dell’inizio il califfato arriva nel 2016 ad averne circa cinquemila. È un salto di qualità che porta centinaia di combattenti dal Maghreb, dall’Africa sub sahariana e dal Medioriente verso la Libia. Insieme a loro ci sarebbero adesso diversi alti gradi dell’organizzazione terroristica.

«All’inizio erano buoni, ci hanno aiutato, si preoccupavano di dare assistenza ai bisognosi. Poi non abbiamo capito più nulla, perché a un certo punto da poliziotti sono diventati criminali»

«All’inizio erano buoni, ci hanno aiutato, si preoccupavano di dare assistenza ai bisognosi e collaboravano  per tenere l’ordine in città – racconta un profugo appena scappato da Sirte – poi non abbiamo capito più nulla, perché a un certo punto da poliziotti sono diventati criminali. Oggi il taglio della testa è all’ordine del giorno. Ti mettono il collo su un ceppo e via. È successo lo scorso ottobre allo Sheikh Said Almadani, un sant’uomo, un imam sufi che aiutava le persone con la medicina tradizionale del deserto e a un altro uomo accusati di stregoneria. O stai con loro o li combatti e muori. Non ci sono vie di mezzo. Molti sono rimasti a Sirte perché hanno paura per i loro beni, ma la maggior parte è andata via, hanno lasciato qualcuno a controllare la casa. Le banche sono chiuse, non c’è modo di prendere soldi. Chi ha benzina e una macchina prova ad andarsene. A Sirte non c’è più vita», racconta l’uomo. Le voci si accalcano l’una sull’altra, voci che raccontano di disgrazie e perdite familiari. «Se tu lasci la tua casa loro vanno a controllare e chiedono ai vicini. Se non c’è nessuno scrivono sopra “proprietà dello stato islamico”», racconta Ibrahim «io sono un civile, non voglio saperne nulla di armi e di politica. Voglio solo vivere. La gente ha paura di parlare, non sa mai chi ha di fronte, se è qualcuno che sta con questi terroristi o se è legato al governo di Tripoli o a quello di Tobruk. Non si capisce più nulla. Noi abbiamo deciso di parlare perché il fuoco ci ha toccato. Mio nipote è stato ammazzato perché dicevano che non era musulmano. Un altro mio familiare è stato rapito e non si trova più. Basta vivere così, vogliamo che un comitato internazionale ci aiuti, in qualche modo, che si occupi di noi».
Terza città del Paese con i suoi quattrocentomila abitanti, centro industriale della Libia, è Misurata. Ha infrastrutture e servizi tali da renderla strategica a livello economico, in quest’area, grazie anche alla presenza di una grossa falda acquifera, si sono sviluppate fiorenti coltivazioni agricole ma anche industrie pesanti e legate al terziario. La Lisco (Libyan Iron and Steel Company), una delle più grandi acciaierie d’Africa, ha sede proprio a Misurata. Ma la città, con i suoi leoni, è stata anche il cuore indomito della rivolta del 2011 con oltre duecento milizie armate attive non solo in Tripolitania ma anche nel Fezzan. Milizie che arrivano a controllare anche i confini sud del Paese insieme agli alleati tuareg, in perenne lotta contro i tebu per il controllo di traffici legali e illegali lungo le frontiere, soprattutto il business di esseri umani, ma anche beni di contrabbando, droga e l’appalto per la sicurezza delle zone dove si trovano i campi di estrazione petrolifera, come i giacimenti presenti nella zona di Ubari, contesa tra i due gruppi etnici.

Bir du Fan (Misurata), 'Tecnica'  con mitragliatrice antiaerea14.5 mm
Bir du Fan (Misurata), ‘Tecnica’ con mitragliatrice antiaerea14.5 mm

L’artista e l’ingegnere
Mohammad è un artista di Misurata. «Mi sono venuti a prendere qui, nel mio studio, gli uomini di Gheddafi il 20 febbraio 2011 e mi hanno portato a Tripoli, insieme a mio fratello. Sono uscito dal carcere di Abu Salim dopo quasi duecento giorni di prigionia». La sua cella era ricoperta di disegni. «Ho usato la carta stagnola per disegnare, come fosse una matita, era l’unico modo per evadere da quelle quattro mura», dice Mohammad raccontando gli oltre sei mesi passati nella più famigerata prigione del Paese. I suoi quadri sono particolari, molti dedicati alla sollevazione popolare che ha cancellato quarantadue anni di dittatura. Usa lastre fotografiche impressionandole con reagenti e acidi, creando colori e forme che ricordano figure ancestrali e primitive. Graffiti. Dall’altra parte della città, in una villetta, l’ingegnere Alejandro mostra un pacco di fotografie raffiguranti armi modificate, particolari di cannoni, oggetti di metallo assemblati a circuiti elettrici. «Ho passato la mia gioventù con i Montoneros in Argentina e poi con i Tupac Amaru in Perù, vivendo quegli anni con un fucile in mano. Ma quando è arrivato il momento di lasciare, ho preso mia moglie e mio figlio e sono venuto in Italia. Ho aperto una azienda e da alcuni anni mi sono trasferito in Libia, per portare avanti i miei affari». Un ingegnere particolare, Alejandro. Nel 2011, quando è scoppiato tutto, stava camminando per strada in centro città: «Ho sentito un sibilo e subito dopo c’è stata un’esplosione. C’era un vecchio, con una bambina per mano, che camminava dall’altra parte del marciapiede. Un lampo, un botto e sono caduto per terra. Quando mi sono rialzato c’era solo un braccio, di quella bambina e sangue e brandelli di carne ovunque. Non lo dimenticherò mai. Una mattina dei miliziani bussano alla mia porta e mi chiedono se voglio arruolarmi per combattere contro le truppe di Gheddafi. Ho detto subito sì». Alejandro combatte prima qui in città e poi a Sirte, Tripoli e anche nel sud del Paese. «Finita la guerra ho deciso di rimanere, anche se ultimamente mi hanno arrestato perché producevo illegalmente della grappa. Io, che ho preso delle medaglie per aver contribuito alla liberazione della città, sbattuto in galera come un qualsiasi ladro di polli!».

L’Is e l’intelligence
In un edificio anonimo, davanti a un caffè dimesso, c’è la sede di un comando di polizia. Da qui Ismail Shoukry, capo dell’intelligence militare della città, coordina i suoi uomini nel tentativo di contrastare e prevedere in anticipo le mosse dello Stato Islamico. Una settimana dopo il tremendo attentato di Zliten infatti, i miliziani di al Baghdadi tentarono di ripetere l’operazione anche qui a Misurata, ma senza successo. Un’ambulanza piena di esplosivo venne intercettata dalle forze di sicurezza e fatta saltare in un luogo non abitato. Il fatto avvenne in concomitanza della visita lampo del premier del governo di unità nazionale Fayez al Serraj che, arrivato via aerea dalla Tunisia, si era poi diretto a Zliten per portare omaggio alle famiglie dei poliziotti deceduti nell’attacco. «L’Isis a Sirte è comparso a metà del 2014, occupando luoghi simbolo del potere come gli uffici della Banca Centrale, la sala conferenze Ouagadougou, gli uffici dell’intelligence e alcuni quartieri. Ci sono stati dei combattimenti, li abbiamo forzati a venire allo scoperto ma avremmo dovuto colpirli in città con armi pesanti e abbiamo deciso quindi di cambiare tattica ritirandoci dalla città. Ovviamente dopo questa decisione lo Stato Islamico ha preso il pieno controllo di Sirte». La stanza di colpo diventa buia. È nuovamente saltata la corrente elettrica. Un fatto usuale e una abitudine non avere corrente elettrica per diverse ore della giornata.

«Hanno istituito delle tasse in città e tutto quello che era di proprietà statale l’hanno confiscato, insieme a diverse aziende private»

«Il governo di Tripoli ha combattuto contro lo Stato Islamico da quando è nato ma questo è un cancro che non si trova solo a Sirte, è arrivato anche in profondità in Europa fino a toccare il vostro cuore e farlo sanguinare. Adesso serve una coalizione per combattere questo cancro. Questo è un nemico dell’umanità, un nemico di tutte le religioni e va estirpato. E noi musulmani siamo in prima fila a far da bersaglio e a combattere questo nemico». Secondo le stime dell’intelligence di Misurata i combattenti all’interno della città sarebbero dai mille e cinquecento ai duemila, il settanta per cento dei quali stranieri. La maggior parte di loro proviene dalla Tunisia, poi egiziani, sudanesi e africani provenienti da Mali, Ciad, Niger e Sudan. In mezzo a loro ci sono anche iracheni, siriani e libanesi. «Li monitoriamo anche attraverso i dati che ci arrivano sui flussi dell’immigrazione clandestina. Hanno istituito delle tasse in città e tutto quello che era di proprietà statale l’hanno confiscato, insieme a diverse aziende private. Sappiamo che ci sono anche ex membri del partito Baath di Saddam Hussein e presumiamo siano connessi con elementi legati agli ex fedelissimi di Gheddafi. Abbiamo i loro nomi ma non dimentichiamo che spesso operano con dei soprannomi, come il loro capo, Abu Omar che, secondo quanto ci hanno riportato le nostre fonti, è stato inviato appositamente dal califfo Abu Baqr al Baghdadi. Abu Omar è sempre circondato da guardie del corpo, soprattutto tunisine. Poi c’è un altro alto grado iracheno, chiamato ‘al Tikriti’. Sappiamo come sono entrati in Libia, il numero dei loro passaporti, come si stanno muovendo e come stanno organizzano le difese dentro la città. Questo ha creato alcuni screzi con i capi libici dell’organizzazione, come Hassan al Kharami».

La colomba di Ravelo
A Tripoli, nel giardino del palazzo del re, c’è una colomba. È imponente, pesante, con le ali spiegate verso il cielo. Le sue piume sono formate da decine di migliaia di bossoli di proiettile, raccolti da ogni parte della Libia. Testimoni muti di una tragedia. Quando il sole batte sulle sue forme rotonde, risplende come l’oro. Doveva essere il simbolo del superamento del sentimento dell’odio, nella mente di Erik Ravelo, l’artista cubano che l’ha progettata e assemblata insieme agli studenti dell’università. La colomba non ha mai spiccato il volo, rimanendo ancorata alla sua base di acciaio, che, con il tempo, si è piegata. Simbolo, questo, di un Paese che non riesce a trovare la sua strada verso la pace.