Il processo di democratizzazione sembra avviato. Tuttavia già nel 1990 la Lega democratica e San Suu Kyi avevano vinto con chiarezza le elezioni. La giunta militare però aveva rovesciato il voto e preso il potere confinando agli arresti domiciliari la leader democratica. L’esercito, secondo la Costituzione, ha diritto al 25 % dei seggi parlamentari, a tre ministeri chiave e può in ogni caso sciogliere le Camere. San Suu Kyi che per una legge – assurda e ad personam – voluta dai militari non può essere eletta presidene, si trova in una condizione di lavoro annunciata. Il premio Nobel per la pace del 1991 ne sembra consapevole, le sue pratiche politiche e il suo progetto di mediazione e di governo procedono.

testo e foto di Luca Salvatore Pistone

 

Il 9 novembre 2015, il giorno delle elezioni, a Yangon, l’ex capitale e prima città del Myanmar, numerose donne e uomini esibivano orgogliosi l’indice della mano destra col polpastrello macchiato dall’inchiostro nero, testimonianza del voto. Lo chiamavano “dito proiettile”, perché come con un colpo di arma da fuoco ha ferito quasi a morte la dittatura. Le dita proiettile appartenevano all’80 per cento dei 30 milioni aventi diritto di voto in Myanmar.
La Lega Nazionale per la Democrazia (NLD), il partito di Aung San Suu Kyi, si è aggiudicata il 70 per cento dei seggi, superando il traguardo del 67 % ritenuto l’obbiettivo massimo. Mentre il Partito per l’Unione la Solidarietà e lo Sviluppo (USPD), formazione nata nel 2010 per volontà della giunta militare allo scopo di offrire al mondo una democrazia di facciata, ha archiviato una tremenda batosta. Fatale per l’USPD sembra essere stato il colpo di mano interno al partito che ha portato alla rimozione dalla carica di presidente di Shwe Mann, ex generale che non ha mai celato un certo affiatamento – una qualche intesa per non far precipitare il Paese nella guerra civile – con Aung San Suu Kyi.

«Nel nostro paese stiamo vivendo momenti di profondi cambiamenti
e Mae Suu sta gestendo magistralmente questa delicata situazione»

«Ammetto che la sconfitta è stata gravissima. L’USDP è per il rafforzamento del processo democratico, ma i birmani vogliono un cambiamento fulmineo, è questo il vero problema. Ma ciò non è affatto realistico. La democrazia in Myanmar deve attecchire in maniera graduale e saggia. La verità è che l’NLD ha ottenuto questa schiacciante vittoria perché in campagna elettorale ha promesso l’immediatezza del mutamento» commenta U Nyunt Pe, ex militare, ex parlamentare e rappresentante di spicco di una delle sezioni dell’USDP di Yangon. E riguardo alla Lady (Aung San Suu Kyi), aggiunge: «Abbiamo a che fare con una donna a dir poco brillante, intelligente. Nella sua vita ha vissuto esperienze molto forti, sia all’estero che in patria, ed è anche per questo motivo che la comunità internazionale la sostiene al cento per cento. È divenuta un modello da seguire, le masse vanno pazze per lei». «Abbiamo vinto anche a Naypydaw, che magnifica sensazione», esordisce Daw Thet Htax Nwe Win, ex parlamentare dell’NLD, riferendosi ai voti della città che dal 2005 i militari hanno voluto come capitale e loro roccaforte. «Nel nostro paese stiamo vivendo momenti di profondi cambiamenti e Mae Suu (Madre Suu, come anche viene chiamata Aung San Suu Kyi) sta gestendo magistralmente questa delicata situazione. Sono quasi vent’anni che i militari subiscono pressioni dall’esterno e così ci hanno “generosamente regalato” una costituzione e concesso delle elezioni nel corso degli anni. Quelle di novembre sono state sicuramente le elezioni più libere e corrette degli ultimi cinquanta anni». Secondo l’ex parlamentare c’è un segno più tangibile degli altri a dimostrazione di questo vento di cambiamento: «La spazzatura è per il Myanmar un vero e proprio flagello. Siamo in condizioni di emergenza. I rifiuti sono dappertutto: centri abitati, campagne e luoghi turistici ne sono sommerse. Non abbiamo mai avuto una politica volta a contrastare il fenomeno e introdurre il riciclaggio. È nostro dovere ripulire casa nostra e adottare nuove abitudini. Con leggi speciali Mae Suu sta imponendo la raccolta separata della plastica e fortunatamente la gente sta recependo bene il messaggio».

Yangon. Passeggeri si apprestano a salire su un treno diretto a nord
Yangon. Passeggeri si apprestano a salire su un treno diretto a nord

Voto e militari
Nel 1990 si erano già tenute elezioni che avevano visto la vittoria dell’NLD. Ma sono state annullate dai militari, Aung San Suu Kyi viene messa agli arresti domiciliari e la giunta militare rimane al potere fino al 2010, anno in cui l’attuale governo semi-civile viene eletto in elezioni a cui l’NLD non partecipa. Nelle elezioni di medio termine del 2012, invece, l’NLD conquista quasi tutti i seggi in gioco e la Lady viene eletta al parlamento.
Ma in Myanmar si è ancora lontani da una reale democrazia. La tortuosità della legge elettorale e della costituzione voluta dai militari nel 2008, che garantisce loro il 25 % dei seggi, concede soprattutto al capo del Tatmadaw (l’esercito) la libertà di sciogliere le Camere a proprio piacimento. Taglia fuori dai giochi Aung San Suu Kyi in quanto prevede per chi corre per la presidenza il requisito di non aver mai contratto matrimonio con uno straniero (nel 1971 Aung San Suu Kyi sposò Michael Aris, cittadino britannico). Tre ministeri fondamentali (Difesa, Interno e Affari di frontiera) sono prerogativa dei militari. Infine, l’elezione del presidente non è espressione del voto popolare. Per tali ragioni il Tatmadaw si conferma l’istituzione più potente del Myanmar.

L’esercito
Le rappresaglie del Tatmadaw non sono più tanto efferate quanto negli anni Novanta, ma rimangono dure. Lo sa bene Zaw Linn Htut, giovane studente di economia dell’Università Dagon di Yangon uno dei leader del movimento studentesco. Lo scorso marzo viene arrestato per aver preso parte ad una manifestazione non autorizzata: «Devo ammettere di essere stato molto fortunato, trascorsi solo una notte al fresco. Ma diversi miei compagni sono in carcere da ormai più di dieci mesi per reati che non hanno mai commesso e in attesa di un processo che non arriva mai. È tutta una farsa. Noi studenti esigiamo un’istruzione migliore, con programmi non stilati dai militari. Manifestiamo pacificamente, non abbiamo mai fatto del male a nessuno. In Myanmar non è ancora possibile esprimere liberamente del dissenso». A causa delle sue idee Zaw è stato bocciato per ben due volte all’esame d’ingresso della sua facoltà, come lui molti altri suoi studenti. «Chi sfida i militari non viene ammesso. Ho tentato per tre volte e all’ultima sono passato. Non potevano respingermi di nuovo, non avevo fatto errori e avevo modo di dimostrarlo. Vado fiero di quelle bocciature che sono un’attestato del mio coraggio. Avevo pure fatto stampare una maglia con su scritto “Bocciato all’esame” e la indossavo con onore».
Il Myanmar è un paese molto povero. Sebbene ricco di petrolio, legno teck, riso e detentore di un immenso patrimonio culturale, la sua economia fatica a mettersi in marcia. Una consistente quota di forza lavoro è impegnata in attività che si collocano a metà tra artigianato e industria e che sono destinate a soddisfare poco più che la domanda locale. Fino ai primi anni Novanta tutte le aziende erano sotto il costante e ferreo controllo della giunta militare. Successivamente i militari hanno cominciato a liberalizzare alcuni settori, con l’ingresso di società estere interessate a risorse naturali come pietre preziose, petrolio e gas. Ma per fare ciò gli stranieri hanno dovuto accontentarsi di quote minoritarie, consociandosi al governo.

Famiglia di Nyaung in attesa del bus per il centro della città
Famiglia di Nyaung in attesa del bus per il centro della città

Economia di un paese
Ai tempi del colonialismo britannico, il paese era tra i maggiori esportatori mondiali di riso e produceva la quasi totalità di legno teck a livello globale. Oggi invece ci sono forti carenze in termini di infrastrutture, tanto  che la via commerciale più battuta è il fiume Irrawaddy, che con una lunghezza di oltre 2 mila chilometri attraversa tutto lo stato. È sul fiume Irrawaddy, nella regione centrale di Magway, che sorge la città di Pakokku. Questo centro di 130 mila abitanti è noto in tutto il paese per la massiccia produzione di tre beni: i longee – un tradizionale pareo per uomini -, i sigari e le infradito. Per raggiungere Pakokku bisogna attraversare l’omonimo ponte, il più lungo del Myanmar, che misura circa 4 chilometri. In città le baracche che fanno da case e laboratori si susseguono numerose. È in questi spazi che si concentrano le attività lavorative degli abitanti di Pakokku.
Il signor Kham ha 72 anni ed è il titolare di una sartoria. Il padre e il nonno erano sarti e sarti sono diventati il figlio e il nipote. A Kham gli affari sono andati bene e ora ha sotto di lui una quindicina di dipendenti, quasi tutte donne: «Sono troppo vecchio per lavorare al telaio, mi tremano le mani e la vista mi tradisce. Mi limito ad osservare i miei dipendenti. Le donne sono le migliori, hanno una tecnica che un uomo difficilmente può riuscire ad eguagliare. Sono stato il maestro di tutte queste donne che pago ogni mese 140 mila kyat (circa 100 euro). Utilizziamo gli stessi telai che adoperava mio nonno: per me i telai a navetta sono insostituibili».

arte confezionano un longee, un abito tradizionale birmano utilizzato soprattutto dagli uomini
arte confezionano un longee, un abito tradizionale birmano utilizzato soprattutto dagli uomini

La sartoria di Kham produce i diffusissimi longee, un abito tradizionale birmano. Si tratta di un telo di stoffa rettangolare che, legato in vita, viene indossato alla stessa maniera di un pareo. Lo portano quasi solo gli uomini, di ogni età e ha un prezzo medio di mercato di 7 mila kyat (circa 5 euro). «Adesso ne stanno tessendo alcuni con i quadretti viola e neri. Quello che vendiamo maggiormente è il modello con i quadretti verdi e azzurri. Ne produciamo ogni mese un migliaio. Moti venditori al dettaglio di Pakokku si riforniscono qui, ma vendiamo all’ingrosso in tutto il Myanmar» aggiunge Kham.
La ‘Piccola Tigre Vittoriosa’ è un sigarificio a conduzione familiare. Un fumatore birmano che si rispetti non può non conoscere i suoi sigari, inconfondibili per il suo marchio raffigurante una tigre in corsa. Qui ci lavorano sette donne. Con velocità e precisione ipnotizzanti, confezionano ad arte i sigari della tigre.  «Dopo un po’ riesci a farlo anche ad occhi chiusi. Si arrotola una foglia di tabacco, ci si mette dentro del tabacco e il filtro di cartone, si fa un taglio per avere la giusta lunghezza e s’incolla l’etichetta. Questo è quanto. Ce ne sono di due tipi, uno sottile e uno più spesso. È un buon lavoro, possiamo chiacchierare durante i turni e così il tempo passa più velocemente» confida Bala, la più anziana del sigarificio.

Pakokku. Operaie del sigarificio ‘Piccola Tigre Vittoriosa’ a lavoro
Pakokku. Operaie del sigarificio ‘Piccola Tigre Vittoriosa’ a lavoro

Ogni giorno, per otto ore, queste donne rimangono con le gambe incrociate a terra tra ceste di tabacco triturato, foglie di tabacco, filtri ed etichette. Quotidianamente assemblano almeno 26 mila sigari. La loro paga mensile si aggira attorno ai 150.000 kyat (circa 107 euro).
La terza grande specialità di Pakokku sono le infradito. Da queste parti c’è infatti un detto che recita: “Tutti in Myanmar camminano con ai piedi un pezzo di Pakokku”. In città sono tantissimi i calzaturifici e il ‘Tamburello d’Oro’ è tra i più conosciuti.

«Una volta ricavati degli strati di plastica dai copertoni riciclati, passiamo al taglio per dare la forma del piede»

Le pareti del laboratorio del ‘Tamburello d’Oro’ sono reti di metallo che consentono la circolazione dell’aria, eppure l’odore della plastica è così forte che lo si sente da lontano. La plastica per le suole delle infradito viene riciclata da pneumatici trovati per strada, alla fine di un trattamento chimico questa è pronta all’utilizzo.
Al ‘Tamburello d’Oro’ ci lavorano sei fratelli. Nyan, il maggiore, è il titolare: «Questa attività ci è stata data da nostro padre, che è troppo anziano per lavorare ma che continua a dispensare consigli. Per fabbricare un infradito occorre procedere per fasi. Una volta ricavati degli strati di plastica dai copertoni riciclati, passiamo al taglio per dare la forma del piede. Questo avviene con un macchinario perché è un’operazione che richiede molta precisione. Ricopriamo la plastica con uno strato di cuoio, che intacchiamo con uno scalpello per poi inserire il passante per le dita. Il passante, anch’esso di plastica, è ricoperto di velluto. Grazie ad una particolare vernice, la suola rimane lucidissima. Infine, incolliamo su ogni nostra calzatura un piccolo adesivo col nostro simbolo, un tamburello dorato».

Gli operai del calzaturificio ‘Tamburello d’Oro’ lavorano alle suole delle infradito
Gli operai del calzaturificio ‘Tamburello d’Oro’ lavorano alle suole delle infradito

Non appena la vernice asciuga, le infradito vengono inscatolate. Ogni giorno Nyan e i suoi fratelli fabbricano 200 paia di infradito che accatastano in magazzino. Il ‘Tamburello d’Oro’ ha anche un piccolo punto vendita al dettaglio che dà direttamente sulla strada: il prezzo per un paio di infradito è di 9 mila kyat (circa 6,50 euro). «Una volta a settimana portiamo dei carichi contenenti le nostre infradito al porto. È soprattutto attraverso il fiume Irrawaddy che consegnamo gli ordini in giro per il paese, è ancora quella la via più sicura ed economica» conclude Nyan.

 

Nyaung
Ci sono luoghi che non sono stati raggiunti dalla ventata di ottimismo frutto del successo elettorale dell’NLD. Nyaung, un quartiere che sorge su una palude, ad una manciata di chilometri dal centro di Yangon, è tra questi. Gli abitanti di Nyaung sono abusivi, invisibili alle autorità e perennemente sotto la minaccia di piccoli criminali intenzionati a mettere le mani sulle loro case. Il perché? La loro baraccopoli sorge accanto ad una zona industriale che sta lentamente maturando, ed alloggi per operai così nelle vicinanze fanno gola a molti. Organizzazioni malavitose comprese.
Nyaung sprofonda nell’immondizia e i netturbini sono solo un miraggio. Ufficialmente perché le circa 2 mila famiglie che abitano qui non dovrebbero esserci. A metà degli anni Novanta in questa zona, che altro non è che una palude a ridosso del fiume Hlaing, c’erano solo poche palafitte. Nel corso degli ultimi cinque anni le palafitte sono diventate centinaia e la popolazione è cresciuta a dismisura. Sono quasi tutti lavoratori a cottimo e disoccupati, gente che non ha abbastanza risorse per permettersi un alloggio più vicino al centro e che ha optato per una sistemazione più economica. O meglio, gratuita. Lo slum di Nyaung è del tutto abusivo. Per costruire le proprie palafitte gli abitanti hanno dovuto affrontare due temibili nemici: fango e insetti. La corrente elettrica è comparsa da poco, e anche questa è abusiva. I servizi igienici, casupole di legno senza scarico, sono comunitari. Nyaung non è mai stato di qualche interesse per le autorità locali; almeno fino a qualche tempo fa.
Ad appena 200 metri da Nyaung c’è un piccolo ma crescente polo industriale. Le uniche sistemazioni abitative nelle vicinanze sono le palafitte di Nyaung. Una piccola organizzazione criminale locale, con agganci a livello politico e di polizia, ha fiutato l’affare manifestando le sue mire sulla baraccopoli. Sempre più di frequente i suoi uomini, muniti di coltelli, si aggirano nel labirinto di Nyaung seminando il panico. Avvistata una palafitta in buone condizioni e con i suoi abitanti momentaneamente assenti, la occupano e ci sistemano i loro protetti che lavorano nelle fabbriche vicine. Gli usurpatori vanno avanti così da quasi un anno.

«Noi di Nyaung siamo invisibili, siamo dei fantasmi – dice Journo, sessantenne senza lavoro – manifestazioni e richieste ufficiali non sono servite a nulla. Ci ha pure aiutato un avvocato, ma il risultato non è cambiato. Le autorità non ci calcolano perché siamo degli abusivi. Qui nessuno paga le tasse ma pur di vivere in pace saremmo ben disposti a versare una piccola somma. Ma quelli in alto non vogliono rilasciarci dei documenti che attestino i nostri diritti su queste terre. Il potere delega e amministrazione e polizia permettono a questi criminali di fare tutto ciò che vogliono, impunemente. Insomma, tutti vogliono sgombrarci da qui».
Anche i monaci buddhisti della piccola pagoda di Nyaung denunciano i soprusi. Khay Mae Nanda, 73 anni, è il monaco più anziano e da poco più di un anno è stato trasferito a Nyaung. Ha subito preso a cuore la faccenda degli attacchi tanto da destinare parte delle offerte dei fedeli a coloro cui è stata sottratta la casa. «Sia le autorità che le forze dell’ordine hanno provato a cacciarci. Ciononostante, siamo ancora qui. Noi monaci e tutti gli abitanti di Nyaung non intendiamo muoverci di un centimetro, questa è casa nostra. Ci vogliono cacciare perché siamo molto vicini alle fabbriche, siamo in un luogo strategico. Puoi andare al lavoro a piedi. E poi in ogni caso non sapremmo dove andare. Nessuno ha i soldi per pagare un affitto» spiega il monaco.

«Un paese come questo non lo si può cambiare da un giorno all’altro. Ma Mae Suu deve intervenire contro la corruzione. E lo deve fare al più presto»

A Nyaung vive un ristrettissimo gruppo di cristiani battisti. In tutto sono una dozzina di persone. Il loro pastore si chiama Ij Zwe Twin Bhein. Una volta a settimana, di domenica, visita lo slum e recita le funzioni religiose in una piccola chiesa, anch’essa su una palafitta. «Siamo andati chissà quante volte dalla polizia e la risposta è sempre la stessa: “Non possiamo raccogliere la vostra denuncia se non avete regolari documenti di proprietà sulla terra”. Sono poliziotti corrotti. Tutti sanno da chi sono pagati, un boss criminale della zona. Giorno dopo giorno questo farabutto piazza i suoi uomini a Nyaung. Sono già diverse decine, forse un centinaio, le palafitte occupate. Vengono anche in piccoli gruppi, di due o tre persone, e cercano di prendersi le case messe meglio quando non c’è nessuno dentro. Se invece ci trovano qualcuno se ne appropriano con la violenza», dice il pastore, che viene interrotto da una settantenne di nome Daw Nwe, una delle sue fedeli. «Lo so, è troppo presto. Un paese come questo non lo si può cambiare da un giorno all’altro. Ma Mae Suu deve intervenire contro la corruzione. E lo deve fare al più presto. Qui tutti sono corrotti, i poliziotti per primi. Solo le donne hanno avuto il coraggio di opporsi a quei maledetti. Qualche mese fa mia figlia e delle sue amiche si sono messe davanti ad una casa che una gang voleva occupare. Hanno fatto da scudo e gli uomini sono rimati a vedere. Hanno tirato una pietra contro mia figlia e l’hanno colpita sullo zigomo. Le hanno anche fatto un taglio sul braccio col coltello. Ma il suo gesto coraggioso non è servito a nulla: ora quella casa appartiene a quelle persone cattive. Mae Suu deve darsi una mossa, non c’è tempo da perdere» lancia l’appello l’anziana donna, madre della figlia ferita.