Pitture rupestri di 10mila anni fa. A cielo aperto. Sperdute nel cuore di una Somalia che nessuno vuole vedere e riconoscere per quello che è: un’ oasi di pace lontana dal caos e dai fanatismi di una delle aree più pericolose del pianeta.

di Cesare Sangalli foto di Fabrizio Bisogni

 

La strada c’è, ma non si vede. Dopo una cinquantina di chilometri percorsi da Hargeisa, capitale del Somaliland, in direzione di Berbera, sonnolento porto sul Mar Rosso, c’è una grande insegna ad arco che porta il nome di Las Geel (più o meno “la pozza dei dromedari” nell’antica lingua somala). Ma non si vede nessuna deviazione. L’autista chiede indicazioni, torna indietro per un paio di chilometri, e poi si infila in un sentiero sabbioso, fra cespugli e acacie, sassi e rocce.
La luce abbagliante del decimo parallelo sopra l’Equatore dà l’effetto di un miraggio: dove sarà mai questo posto, questo patrimonio dell’umanità misconosciuto di un paese che ufficialmente non esiste? L’autista si mette in bocca un altro mazzetto di foglie di qat, la pianta euforizzante che qui è assolutamente legale, e continua tranquillo a guidare in mezzo al nulla.
Cammina cammina, come nelle fiabe (in effetti si va quasi a passo d’uomo), ad un certo punto si intravede una casetta in muratura; c’è un cartello, e c’è un anziano soldato col kalashnikov a tracolla e le ciabatte ai piedi; sulla destra, alcuni dromedari brucano tranquilli dalle piante di acacia, nel silenzio assoluto. Ma dietro si stagliano grandi rocce, pinnacoli di pietra che movimentano un paesaggio altrimenti piatto, semidesertico: siamo arrivati.
Las Geel potrebbe essere lo scenario di un film tipo “Picnic ad Hanging Rock”. Sta lì, immobile nel tempo, da decine di migliaia di anni, pronto ad offrirsi a chi si arrampica su queste alture, scavate in decine di anfratti e grotte da un’acqua che oggi si può solo immaginare, ma forse all’epoca sgorgava in mezzo alle rocce, fra sorgenti e piccole cascate.
Di sicuro, c’erano uomini e animali. Di sicuro, gli uomini erano già passati dalla caccia all’allevamento. Potevano provenire tanto da nord, dalla Nubia, dove l’allevamento dei bovini si era diffuso nel V° millennio A C., quanto dalla vicina Arabia, almeno a partire dal III millennio A. C. E per quanto siano stati i dromedari a dare il nome alla località, l’uso di questi animali si è diffuso molto più tardi, nell’età romana. Oggi i dromedari regnano incontrastati su queste terre: ad Hargeisa c’è uno dei più importanti mercati africani.

Le pitture risalgono ad un periodo che vanno dai cinque a nove millenni avanti Cristo. Lo stato di conservazione è impressionante, in una “location” decisamente insolita
Le pitture risalgono ad un periodo che vanno dai cinque a nove millenni avanti Cristo. Lo stato di conservazione è impressionante, in una “location” decisamente insolita

Grande dev’essere stata la soddisfazione dell’équipe di archeologi francesi, coordinata dal professor Xavier Gutherz, dell’Università  “Paul Valéry” di Montpellier, e coadiuvata dai colleghi somali, quando nel 2002 hanno iniziato la loro missione quaggiù. Le pitture rupestri di Las Geel sono davvero impressionanti per qualità, grandezza, stato di conservazione. Rappresentano per lo più bovini, accompagnati da cani e da uomini che portano archi, bastoni o scudi, dipinti in rosso ocra, giallo ocra, bianco e nero. Ma ci sono anche scene di vita quotidiana, e perfino rappresentazioni erotiche.
Nelle nicchie di Las Geel, e in particolare in dodici grotte principali, si può ammirare l’opera di straordinari artisti anonimi, capaci di creare colori che hanno resistito nei millenni in modo stupefacente. Ha perfettamente ragione lo scrittore–fotografo Jean-Bernard Carillet a scrivere per la “Lonely Planet” che Las Geel “verrebbe immediatamente dichiarato Patrimonio per l’Umanità” se solo non si trovasse qui, in Somaliland, lo stato che non c’è, almeno per la comunità internazionale.

Las Geel
Las Geel: è in questo scenario che si trova il tesoro nascosto del Somaliland

In realtà, il Somaliland esiste, ed esiste bene, da ben 25 anni, cioè dal collasso della Somalia di Siad Barre nel 1991.
In quell’anno drammatico, che vide anche la caduta di Menghistu in Etiopia, si ritornò in pratica alla situazione che esisteva prima dell’indipendenza del 1960, quando le due Somalie, ex colonie di Italia e Regno Unito, decisero consensualmente di unirsi. “Pur esistendo un solo popolo somalo, uguale per etnia, per lingua e per cultura, non c’era mai stato prima uno stato unitario” – spiega Kamaal Ahmed Alì, giornalista di 32 anni – “ma solo due amministrazioni coloniali molto diverse fra loro”.

Nella Somalia britannica il potere tradizionale dei clan rimase sempre molto forte: gli inglesi comandavano dall’alto, ma lasciavano molto spazio alle consuetudini locali.

Nella Somalia britannica il potere tradizionale dei clan rimase sempre molto forte: gli inglesi comandavano dall’alto, ma lasciavano molto spazio alle consuetudini locali.
L’amministrazione coloniale italiana, al contrario, indebolì molto le strutture di potere clanico. E i quadri formati dal fascismo prima e dalla Repubblica dopo, nel decennio di amministrazione fiduciaria (1950-1960), pur non brillando per qualità e integrità, divennero la spina dorsale del regime dittatoriale di Siad Barre “bocca larga”, che potrebbe essere considerato il “gemello nero” di Gheddafi: stessa ideologia politica, un mix di Islam e “socialismo africano”, stessa provenienza militare, stesso momento della presa di potere con un colpo di stato (ottobre 1969).
Se fin dai giorni successivi all’indipendenza la gente del Somaliland sentiva di contare poco per il governo di Mogadiscio, con la dittatura di Siad Barre le cose non fecero che peggiorare, fino al bombardamento di Hargeisa nel 1988: era la punizione inflitta alla popolazione per la guerriglia del Somalia National Movement, una delle formazioni di opposizione che alla fine fecero crollare il regime. La caduta del tiranno era l’unico obiettivo dei capi della guerriglia del Somaliland, che non erano affatto separatisti.
Fu il consiglio degli anziani, i leader dei clan, che, ascoltando le richieste di un intero popolo, convinsero gli esponenti del SNM a chiamarsi fuori dalle trattative per il potere in Somalia.
Mai scelta fu più saggia: l’ ex Somalia italiana sprofondò quasi subito nell’inferno della guerra per bande, in cui andarono ad infilarsi i marines spediti da Bush padre e gli italiani del contingente ONU, per poi scappare di fronte al fallimento totale. Da allora, la Somalia è diventata per tutti sinonimo di terrore e anarchia, esempio da manuale di “Stato fallito” (“failed State”).
Ma il Somaliland, grazie anche alla compattezza del suo popolo di soli 3 milioni e mezzo di abitanti (più o meno quanti ne fa Mogadiscio da sola) è invece un esempio di Stato virtuoso, un caso interessantissimo di recupero della tradizione politica africana.

Strade di Hargeisa. Antico e moderno convivono senza troppe tensioni. Il Somaliland, pur essendo prettamente islamico sunnita, non accetta alcuna deriva fondamentalista
Strade di Hargeisa. Antico e moderno convivono senza troppe tensioni. Il Somaliland, pur essendo prettamente islamico sunnita, non accetta alcuna deriva fondamentalista

In nessun altro stato africano, infatti, c’è un organo, previsto dalla costituzione del Somaliland approvata nel 2001, come la Gurti o “Camera Alta” (Upper House). Sono 82 membri nominati dai clan, secondo criteri di prestigio e autorevolezza dimostrati negli anni (e fra loro c’è anche una donna). È una specie di “democrazia di parentela”: è un po’ come se i somali fossero tutti “cugini”; il clan regola i contenziosi e garantisce la solidarietà del gruppo a chi è in difficoltà. La differenza rispetto alla Somalia del sud, quella “italiana” è che “nel Somaliland è la struttura del clan a essere forte, e non il singolo leader; a Mogadiscio invece ci sono tanti leader forti- in feroce competizione fra loro – rispetto a clan piccoli e deboli”, chiarisce ancora Kamaal.
Insomma, grazie alla propria peculiare impostazione politica, il Somaliland vive in pace dal 1991, con una democrazia che si può considerare accettabile, per gli standard africani, ed è comunque la migliore del Corno d’Africa, con la sicurezza garantita a tutti gli abitanti, nessuna traccia di fanatismo o integralismo, e una buona libertà di stampa.
Il primo problema è la povertà diffusa, sicuramente estrema per i tanti pastori nomadi (che rappresentano più di metà della popolazione), ma che non è assolutamente miseria nei contesti urbani: i somali sono in generale orgogliosi e dinamici, hanno capacità di iniziativa, e non a caso da emigranti si sono integrati un po’ in tutto il mondo. Proprio il rientro di una parte della diaspora somala (giovani in particolare) fa sì che la qualità di molti servizi (dagli internet point agli alberghi, dai trasporti alla telefonia) sia eccellente rispetto ai mezzi, superiore a quella di molti altri paesi africani, e sicuramente più accessibile come prezzi.

Un disabile nelle strade di Hargeisa. Le strutture tradizionali dei clan garantiscono ancora una sorta di “welfare” all’africana: nessuno è lasciato da solo, l’appartenenza alla comunità è molto forte
Un disabile nelle strade di Hargeisa. Le strutture tradizionali dei clan garantiscono ancora una sorta di “welfare” all’africana: nessuno è lasciato da solo, l’appartenenza alla comunità è molto forte

Il secondo problema è il largo consumo di qat, che può creare un’autentica dipendenza, e compromettere la capacità lavorativa e gli equilibri familiari. Il qat è una specie di anfetamina dei poveri, bisogna masticarne quantità notevoli per trarne l’effetto euforizzante; ma  quando subentra il “calo”, lascia le persone inebetite e sonnolenti, con tempi di smaltimento molto lunghi.
Il fatto è che c’è tutta un’economia legata al commercio di quest’erba (prodotta perlopiù in Etiopia), un commercio affidato in gran parte alle donne: loro possono sostentare la famiglia, lo Stato ricava con le tasse una buona parte delle sue entrate. L’avvento della libertà ha riportato in auge il consumo di qat: Siad Barre infatti l’aveva vietato (si rischiava perfino la pena di morte) più che altro per cercare di tagliare i ricavi delle guerriglie, che ne controllavano il commercio.

Ma il vero, grande handicap di questa nazione straordinaria è dovuto al mancato riconoscimento internazionale

Ma il vero, grande handicap di questa nazione straordinaria è dovuto al mancato riconoscimento internazionale. Tagliato fuori da ogni accordo mondiale, escluso dalla sfera dell’ONU, il Somaliland non ha accesso né agli aiuti, né ai capitali stranieri. Ci sono solo alcuni interventi umanitari portati avanti dalle singole associazioni (nel caso di Las Geel, per esempio, c’è stato l’aiuto finanziario di una ONG della Danimarca). E nonostante il Somaliland sia integralmente musulmano sunnita, i rapporti con la vicina Arabia Saudita e con i paesi arabi non sono affatto buoni: la linea politica della Lega Araba si è intestardita sulla Somalia unita. Qualche spiraglio viene solo da altri paesi africani, e da una certa simpatia della vecchia potenza coloniale, il Regno Unito, del Canada e dei paesi scandinavi.
La politica internazionale tende a mantenere i vecchi equilibri o a ripristinarli, la diplomazia ha forse gli schemi mentali più conservatori di qualsiasi altro settore: c’è sempre il timore di creare il precedente separatista, e incoraggiare altre secessioni. Un timore che ha la sua legittimità, ma che non può trasformarsi in pregiudizio, negando ostinatamente la realtà. Il Somaliland dovrebbe semplicemente diventare il 195° stato dell’ONU, e andrebbe aiutato a diventare un paese modello per quest’area così conflittuale, come in gran parte è già.