L’antica patria di Gengis Khan è oggi una delle poche vere democrazie asiatiche.
Incuneata fra la Russia e la Cina, messa in crisi da alcuni inverni terribili e da una povertà endemica, la Mongolia è un paese a parte, che ha molto da dire all’Occidente.

di Cesare Sangalli foto di Marina Terrenzio

(Galatea, ottobre 2010)

 

Not so far. Non così lontano. La risposta della guida è sempre la stessa, tanto le distanze contano poco e prima o poi si arriva. Non sono i chilometri a fare la differenza, ma la mente. Se uno comincia a pensare che è difficile vedere altre macchine in giro, che indicazioni non ce ne sono, vere strade nemmeno, gli esseri umani scarseggiano, le case quasi non esistono, potrebbe anche farsi prendere dall’ansia. La Mongolia è un grande spazio aperto. Uno spazio vuoto. E la terra, la terra così contesa altrove, la terra sfruttata, delimitata, rubata, venduta, guerreggiata, qui è libera, è di tutti e di nessuno.
Forse l’immaginario “selvaggio west” è banale, ma davvero viene da pensare alle Grandi Praterie americane prima della conquista dei visi pallidi. Basta mettere gli yak (che in pratica sono mucche con la pelliccia) al posto dei bisonti, e i mongoli a cavallo al posto dei pellerossa, e il gioco è fatto. La tenda degli indiani qui si chiama “gher”, è rotonda e bianca, si costruisce in mezz’ora sulla struttura di legno, con il feltro a rivestire, e il telo bianco impermeabile legato intorno a coprire.
In mezzo, immancabile, la stufa a legna. Le gher, isolate o raggruppate, sono piccole isole bianche in un mare verde, con il filo di fumo a segnalare una presenza umana altrimenti invisibile.
No, l’ansia non appartiene a questi luoghi. Sarà che l’estate vibra di cicale e grilli, di fiori e di farfalle; sarà che gli inverni bianchi e rigidissimi (gli ultimi come non accadeva da anni) sembrano così distanti; ma tutto quello che si avverte è un senso di pace e libertà.
Un senso stranamente nemmeno troppo esotico, perché molte gher hanno i pannelli solari e la parabola satellitare, i nomadi mongoli usano il cellulare, e non è poi così difficile incontrare persone che parlano un po’ di inglese, o sono comunque abituate agli stranieri, che siano gruppetti di giapponesi in mountain bike o solitari motociclisti europei.

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È tutta la Mongolia, intesa come stato e società, a risultare not so far, non così lontana, per quanto sia veramente unica al mondo: il mondo moderno infatti non prevede più il nomadismo, mentre qui è vita quotidiana o quasi per metà della popolazione (scarsissima: neanche tre milioni di persone, di cui oltre un milione vive nella capitale Ulan Bator, in un paese che è cinque volte l’Italia).
Una vita grama. Una vita che dopo certe stagioni fredde come le ultime, può diventare impossibile, e che alimenta l’esodo costante dei mongoli da questi “pascoli del cielo” verso le città, o meglio la città, Ulan Bator, che ha più che raddoppiato i suoi abitanti nell’ultimo vorticoso ventennio, quello seguito alla fine del regime comunista, nel 1990-1992.
Hanno uno strano rapporto con la loro storia, i Mongoli, lo si capisce meglio visitando lo splendido Museo Nazionale di Ulan Bator. Un rapporto armonioso (forse dovuto al forte imprinting buddista) e orgoglioso (i mongoli erano un popolo di guerrieri, e sembrano averne piena consapevolezza), che si potrebbe sintetizzare con uno slogan: del passato non si butta via niente.
Altro che celebrazioni per i 150 anni di storia unitaria, tanto per dire dell’Italia: qui si parte dall’uomo delle caverne, dall’età del bronzo, perché questa terra è abitata da sempre, e le magnifiche, enormi pitture rupestri del primo piano, con le loro scene di caccia, lo testimoniano egregiamente. In fin dei conti, archi e frecce, pellicce e slitte, tende e renne, sciamani e amuleti sono ancora presenti nella vita mongola, e non certo per compiacere i turisti. Si può avvertire il timore, per non dire la paura, che gli sciamani incutono a distanza anche in giovani nati negli anni Ottanta, tutti Ipod e musica rock.Mongolia-00092
Non ci sono grandi strappi fra realtà e magia, fra fede e superstizione, fra storia e leggenda, e nemmeno fra culture diverse e diverse provenienze etniche, o fra diverse ideologie politiche.
La Mongolia ha assorbito l’Asia intera, per non dire il mondo: l’idea del limes, del confine invalicabile, non appartiene alla “Terra del Cielo Blu”. Gli imperi andavano e venivano, si disgregavano e si riunivano, sottomettevano i popoli ed erano da questi sottomessi.
Da questa terra, quando i mongoli ancora non esistevano, partirono gli Unni. Proprio quelli di Attila, il flagello di Dio. Il principio rimase sempre lo stesso: pochi contro tanti, sempre in minoranza, eppure invincibili (o quasi), grazie ai cavalli e al coraggio, alla incredibile capacità di resistere e alla determinazione spietata.
Dopo gli Unni, che già scorazzarono dalla Corea fino alle rive del Mediterraneo, arrivarono i Turchi, o meglio, un’etnia riconducibile al ceppo turco. E dopo i turchi, i mongoli, “i figli della luce d’oro”. Nessuno sa esattamente come nacque questo popolo, legato comunque dalla storia e dalla geografia ai primi due, Turchi e Unni: tanto vale citare la leggenda, che vuole il capostipite originato dall’accoppiamento di un lupo blu e di una cerva fulva (il blu e il rosso sono i colori nazionali, ma dovrebbero rappresentare il cielo e il fuoco) sulle rive del lago Bajkal (questo dato geografico sembra certo: oggi il lago appartiene però alla Russia), in pieno Medioevo.
I mongoli delle origini erano divisi in dispute fratricide, fino a che, nell’Anno del Signore 1162 nacque un bambino chiamato Temujin. “Non tormentate un cucciolo: da grande potrebbe diventare una tigre” (dal film “Mongol”): il piccolo Temujin sopravvive a tutto, a chi lo voleva ridurre in schiavitù, a chi lo voleva uccidere. Ha l’audacia dei predestinati, è un capo amatissimo dai suoi guerrieri, è feroce contro i nemici, ma sa essere saggio, generoso e lungimirante. Adotta finalmente un vero alfabeto per la lingua mongola, unifica la sua nazione e poi si lancia nelle conquiste di altre terre, sempre più vaste, anche se la massima espansione dell’impero mongolo verrà raggiunta dopo la sua morte, che è quasi contemporanea a quella di San Francesco di Assisi (1227).
Il più grande impero del mondo, com’è stato giustamente definito, si estendeva per almeno sette fusi orari da est a ovest (dal mar del Giappone alla Polonia), arrivava a sud fino a Nuova Delhi e a nord fino a Mosca. A tenerlo insieme, più della forza militare, era un sistema di regole riconosciuto, accettato dai popoli che vi si sottomettevano senza combattere: Gengis Khan lasciava la massima libertà religiosa, assicurava in maniera assoluta il salvacondotto degli ambasciatori (tanto che per qualcuno è l’artefice della diplomazia moderna), garantiva un basso livello di tributi, soprattutto ai mercanti, organizzando un’area immensa di libero scambio, come si direbbe oggi, con tutti i benefici che questo comporta. Fu la pochezza dei suoi eredi a smantellare l’impero, e a relegare, lentamente ma inesorabilmente, il popolo mongolo ad un ruolo subordinato, sempre più vassallo della Cina dominata dalle dinastie manciù, che pure erano più affini ai mongoli che ai cinesi.
Il destino “moderno” della Mongolia era scritto: per liberarsi dal gigante cinese ci si deve appoggiare al gigante russo. L’aspirazione all’indipendenza dei mongoli non viene mai meno, aspetta solo l’occasione giusta per sottrarsi al giogo del Celeste Impero, sempre più decadente. L’occasione arriva quando in Cina viene deposto il famoso Ultimo Imperatore (quello del film di Bertolucci) e proclamata la Repubblica, nel 1911.
Sono anni turbolenti, i primi decenni del Novecento: la Belle Epoque degli occidentali tramonta lasciando guerre mondiali e rivoluzioni, sconvolgimenti planetari che non si sono del tutto assestati ancora adesso. La Mongolia che proclama ipso facto la sua indipendenza dalla Cina nel 1911 si raccoglie intorno alla fede buddista, nominando la guida religiosa capo dello stato. La nazione che fu di Gengis Khan si avvierebbe ad essere un regno di monaci come il Tibet, migliaia di chilometri più a nord. Ma i cinesi non ci stanno, e appena si riorganizzano invadono di nuovo la Terra del Cielo Blu (1915 – 1919).
Per liberarsi dei cinesi, urge l’aiuto dei russi. Ma a Mosca è scoppiata la Rivoluzione di Ottobre, e i russi si stanno affrontando in una sanguinosissima guerra civile, fra i rossi bolscevichi e i bianchi aristocratici. Un capitolo di questa guerra si svolge in Mongolia, e sta a metà fra la storia e una saga di Corto Maltese (nel caso specifico, “La casa dorata di Samarcanda”: i dettagli storici di Hugo Pratt sono sempre esatti).
A cacciare i cinesi arrivano per primi i russi bianchi guidati dal “barone pazzo”, Roman von Ungern-Sternberg, nome tedesco ma nazionalità russa, un condottiero feroce e psicopatico, che si sentiva l’erede di Gengis Khan e voleva fondare un nuovo impero mongolo di fede buddista.
I monaci che lo accolsero come un liberatore capirono presto che avevano a che fare con un avventuriero criminale. Per restituire l’indipendenza alla Mongolia servivano i comunisti, serviva il neonato Partito Rivoluzionario del Popolo Mongolo (PRPM), primo partito politico della storia mongola (nonché unico per una settantina di anni), guidato da Sukhbatar, eroe dell’indipendenza, che nell’estate del 1921 guidò i suoi uomini e gli alleati bolscevichi alla conquista definitiva di Ulan Bator (che all’epoca si chiamava ancora Urga).
Il leader comunista ancora oggi viene ricordato come padre della patria, e guarda orgoglioso dall’alto della sua statua equestre Gengis Khan seduto davanti al Palazzo del Governo, nella grande piazza che porta il suo nome ed è il centro della capitale mongola.
Certo, l’avvento del comunismo non fu una passeggiata, per i mongoli, in particolare per i monaci buddisti. Nei primi anni, il partito sembrava accettare la netta supremazia della fede buddista sul popolo: per avere gente alle riunioni, per organizzare la vita politica, si doveva passare sempre e comunque per gli appelli dei lama, gli unici ad essere ascoltati veramente. Ma la strana simbiosi fra buddisti e comunisti non poteva certo sopravvivere alla stagione dello stalinismo: agli inizi degli anni Trenta, in linea con le purghe sovietiche, anche la Mongolia conobbe il suo periodo di terrore assoluto: i monaci e gli oppositori vennero massacrati a decine di migliaia, i loro corpi buttati nelle fosse comuni, nei crepacci e nei fiumi, i monasteri saccheggiati, bruciati, distrutti pezzo a pezzo.Mongolia-00165
In ogni caso, l’essere diventato un paese satellite dell’Unione Sovietica (l’unico al mondo, a quei tempi) permise alla Mongolia di respingere l’assalto dei giapponesi, alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale. E finita la guerra, soprattutto in seguito alla morte di Stalin e del suo omologo mongolo, Choibalsan, il paese visse sotto un regime autoritario ma non brutale, stabilendo relazioni diplomatiche con tutte le altre nazioni: la Mongolia era un tranquillo stato cuscinetto fra i due giganti mondiali del comunismo, la Cina e l’Unione Sovietica.
La fine del regime comunista, ricordata con pari orgoglio dell’indipendenza bolscevica nell’ultima sala del museo, fu spettacolare ma non traumatica. Nell’inverno del 1989, quello della caduta del muro di Berlino, si organizzò un movimento di opposizione chiamato Unione Democratica e guidato da un carismatico docente universitario rispettato da tutti, il professor Zorig. La piazza Sukhbatar, dove circolavano ancora capre e cammelli e dove non esisteva ancora il monumento a Gengis Khan, si riempì di manifestanti, nonostante il freddo polare (la temperatura a Ulan Bator d’inverno può scendere a oltre 30 gradi sotto zero): si chiedeva la fine del regime a partito unico e una nuova costituzione. Il Museo nazionale ricorda quelle giornate gloriose esponendo anche i termos di tè caldo che i manifestanti si scambiavano per resistere al freddo. In pratica, si celebra il comunismo che portò l’indipendenza e l’opposizione al comunismo che portò la libertà, senza bisogno di eroi.
La transizione politica è stata così morbida che il Partito rivoluzionario del popolo mongolo non ha nemmeno cambiato nome, caso più unico che raro, e ha vinto nettamente le prime due elezioni libere, quelle del ’90 e del ’92. Poi è cominciata l’alternanza, (che quasi sempre è un segnale di buona salute per una democrazia), con il Partito Democratico. Un altro segnale positivo viene dallo strepitoso livello di partecipazione popolare: oltre il 90 per cento dei mongoli ha votato alle prime elezioni, e anche se è poi iniziata la tendenza (fisiologica?) al ribasso, siamo ancora ad un 80 per cento abbondante di votanti. Il tutto accompagnato da una vivacissima stampa indipendente: si contano ben 14 quotidiani, con le massime diffusioni oltre le 60mila copie, una cinquantina di periodici e ben undici pubblicazioni in lingua straniera (inglese, russo, cinese e giapponese). Probabilmente il successo della stampa si deve in gran parte alla buona scolarizzazione di base della popolazione, una classica eredità positiva dei regimi comunisti. Questo e altri indici sociali fanno sì che la Mongolia occupi un rango nella classifica dello sviluppo umano certamente basso (112°) ma non proporzionale al PIL (per fare un esempio: il Sudafrica, con una ricchezza pro capite quadrupla, sta ben 13 posizioni più in basso per lo sviluppo umano).Mongolia-00093
La Mongolia è anche il secondo paese al mondo, dopo l’Ecuador, ad aver aderito alla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti sociali, economici e ambientali, che consente ad ogni singolo cittadino o a singoli gruppi di chiedere l’intervento dell’ONU se questi diritti sono violati dal governo (il terzo paese ad aderire è stata recentemente la Spagna di Zapatero, primo fra i paesi europei).
Ma certo non ci sono solo luci, nella storia della giovane democrazia mongola. Intanto, c’è un omicidio politico a macchiare il ventennio post comunista: nel 1998 il professor Zorig, il leader della rivoluzione democratica del 1990, viene ucciso in circostanze misteriose. L’unico imputato dell’omicidio, dopo essere stato rapito dall’intelligence mongola in Francia (!) , torturato e poi rilasciato perché malato, muore lasciando insoluto il caso, che viene di fatto insabbiato.
Poi c’è una corruzione dilagante, trasversale, dovuta anche allo sviluppo impetuoso che ha caratterizzato il paese, con l’assalto delle imprese russe del settore minerario alle ingenti risorse mongole (rame, soprattutto, ma anche oro, ferro, petrolio), quello cinese nel ramo delle costruzioni e infrastrutture (di cui il paese ha un bisogno assoluto), e il monopolio coreano e giapponese delle auto e dell’elettronica. L’apertura ai capitali stranieri prosegue incessante, ora arrivano anche le grandi firme francesi e italiane della moda, ma la preferenza per i russi è indiscutibile, tanto che la lingua mongola è scritta ancora con i caratteri dell’alfabeto cirillico, adottato ai tempi di Stalin. C’è molta più diffidenza nei confronti dei cinesi “anche perché i mongoli hanno ben presente quello che è successo in Tibet”, afferma un missionario cattolico.
Il rilassamento morale ha reso più torbida la vita politica. Alle ultime elezioni, le reciproche accuse di brogli fra i due partiti principali sono degenerate in violenza, e la sede del PRPM, gli ex comunisti, è stata data alle fiamme. La lotta politica sempre più accanita e sempre più fine a se stessa fra ex comunisti e oppositori democratici si è alla fine “risolta” in un abbraccio consociativo, una Grande Coalizione che vede il 60 per cento delle cariche governative al PRPM (comunque maggioritario nel paese) e il 40 per cento ai democratici.
A quanto pare, la strana coalizione sembra funzionare molto meglio dei governi precedenti a senso unico, anche se la distanza fra la classe dirigente e il popolo appare notevole, in certi casi abissale.
Si è creato immancabilmente un homo novus mongolo che ama ostentare la ricchezza, nell’abbigliamento, nelle auto e nei gadgets. Si siede con gli amici nei locali di tendenza (ce n’è per tutti i gusti) e beve whisky o vodka a bottiglie intere. Atteggiamenti un po’ cafonal, cellulari sempre accesi, e senza la paranoia europea dei divieti di fumo (a parte questo, quindi, in tutto e per tutto simili a noi)
Allo stesso tempo le donne della capitale sono belle, orgogliose, molto attratte dall’abbigliamento sexy (con un’autentica passione per i tacchi vertiginosi e a spillo). Sembrano assolutamente emancipate, almeno negli atteggiamenti, perché girano da sole o con le amiche, e da sole o con le amiche si siedono nei locali a bere e a fumare, anche la sera. Il fatto è che la Mongolia è uno dei paesi più sicuri del mondo, con cifre bassissime di omicidi, stupri e criminalità vera, e tutto questo senza quasi vedere polizia in giro.Mongolia-00176
La povertà è endemica, ma non diventa mai miseria, sia per l’aiuto dei parenti che vivono fuori dalle città (grazie ai quali il fabbisogno alimentare è comunque assicurato) sia per i programmi sociali del governo e delle ong, che assistono i marginali, siano vecchi soli o bambini abbandonati. Ma c’è anche il forte senso di dignità dei mongoli, che, nonostante il duro impatto con la modernità, hanno mantenuto un’identità forte, priva di complessi di inferiorità.
Certo, la realtà della Mongolia profonda, al di là della grande bellezza naturale, è assai prosaica, soprattutto per le donne, che sono caricate di gran parte del lavoro. Però imparano anche loro ad andare a cavallo (praticamente è come per noi andare in bici), vanno a scuola come i maschietti e non hanno l’aria per niente sottomessa. Il problema ancora una volta riguarda di più gli uomini, perché la famiglia è fragile, ci si separa molto facilmente, e i soliti maschi vigliacchi si guardano bene dall’accudire i figli. L’alcolismo è notevole, e la violenza domestica diffusa. Ma alla fine, non più che in tanti altri paesi. Il problema della Mongolia del nomadismo è soprattutto legato alla totale incertezza sul futuro, in un paese che, paradossalmente, avrebbe bisogno di immigrati per utilizzare meglio l’enorme disponibilità di terra. Fin qui gli allevatori mongoli si sono sempre arrangiati, ma il governo deve trovare il modo di sostenere l’economia di pura sussistenza di questa gente, che vive in condizioni molto dure (non esiste l’acqua corrente, non c’è un bagno che non sia una latrina, l’elettricità è razionata, ed è meglio non ammalarsi, da queste parti).Mongolia-00065
Vedendo i ragazzini cavalcare liberi per questi immensi altipiani non si rimpiange certo il traffico caotico di Ulan Bator . In realtà, fra tutti questi animali (cavalli, yak, capre, pecore, mucche, cammelli) si nasconde uno dei tesori della Mongolia, il suo prodotto più prestigioso: il cashmere.
E il fatto interessante è che non c’è solo esportazione della materia prima (la Mongolia è il primo produttore mondiale), ma anche una lavorazione sempre più sofisticata, che può competere tranquillamente per qualità, stile e disegno, con i marchi europei, a prezzi decisamente inferiori. E oltre al cashmere, un aiuto notevole viene dal turismo (che rappresenta il 18 per cento del PIL), anche se le attrezzature sono quasi inesistenti, e il livello di improvvisazione è molto alto: ma il turista che viene quaggiù si abitua subito a lasciarsi alle spalle ogni idea di comfort, scoprendosi tutti i giorni un po’ più selvaggio (e inevitabilmente un po’ più sporco).

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Sì, la Mongolia è tanto affascinante quanto dura da vivere. Ma è bello sapere che anche nel caos impazzito del Nuovo Millennio esiste un paese così, che non ha violato e forse non violerà mai la promessa solenne fatta dal governo americano ai pellerossa prima di entrare nel Novecento (come ricorda il “Piccolo grande uomo” alla fine del film omonimo): “una terra dove vivere liberi e in pace, una terra tutta loro, finché cresce l’erba, il vento soffia e il cielo è blu”.