Immagini di rara poesia della terra di Puglia, fanno da cornice preziosa alla straziante sofferenza di chi è costretto a star lontano dalla propria famiglia, i migranti in cerca di possibilità di un’esistenza più dignitosa. Le vite accanto è l’importante documentario del giovane regista pugliese Luciano Toriello, che dà voce alle storie dei richiedenti asilo, ospitati in quello che quindici anni fa era un centro di prima accoglienza, ora occupato abusivamente. Come casa una serie di container abbandonati, su una pista di atterraggio costruita dalle truppe americane durante la seconda guerra mondiale. Tutto intorno campi di grano, l’antico simbolo di rinascita e di speranza nel futuro, e di ulivi, segno profondo di pace.
Un tempo questa terra ha visto partire i suoi migranti alla ricerca di fortuna, ora invece ha il compito di ricambiare quell’ospitalità di cui si era fatta carico un’altra terra. Ma il campo profughi di fatto è diventato un ghetto, organizzato in veri e propri quartieri a seconda della nazionalità di provenienza dei migranti. Siamo a  pochi chilometri da Foggia, in pieno Tavoliere delle Puglie, nel Borgo Mezzanone, eppure sembra un mondo a parte, silenzioso, invisibile, inesistente.
Un documentario che vuole restituire voce e identità a chi li ha persi, attraverso quattro storie di vite difficili: la gravidanza complicata di Blessing, la lontananza dalla famiglia di Roger, il desiderio d’indipendenza di Peropkar e il percorso di integrazione di Farhan.
Il regista trentaquattrenne Luciano Toriello ci racconta alcuni aspetti della lavorazione di questa intensa pellicola, opera prima per regia e montaggio, ricca di emozioni e poesia, presentata al Festival del Cinema Europeo di Lecce.

Com’è nato il progetto di questo documentario?
Le vite accanto è il risultato di due anni e mezzo di lavoro a Borgo Mezzanone. Mentre frequentavo la borgata e parlavo con le persone che vi abitano, le storie mi sono letteralmente venute incontro in tutta la loro urgenza. Forti e delicate al contempo, in alcune di esse ho trovato legami con la mia storia personale. Così, in un rovesciamento di prospettive, mi sono reso conto di come io stesso avrei potuto rappresentare ‘la vita accanto’ dei protagonisti del mio film. Ho raccontato così quattro giovani migranti, e il loro tentativo di affermare una propria idea di famiglia.

Quando è cominciata l’avventura di Le vite accanto?
Nell’inverno del 2013, quando per un anno ho frequentato Borgo Mezzanone senza telecamera, cercando di assorbire il territorio e le molte storie che lo vivono; sentivo che la mia vita cambiava ad ogni storia raccontata, sentivo che stavo crescendo come uomo. Ho cercato di raccontare la condizione universale dell’essere genitori e figli.

Ci puoi rivelare la soddisfazione di mostrare questo bel documentario ai più giovani?
Sì, le proiezioni più emozionanti sono state quelle fatte nelle scuole: vedere tanti ragazzi attenti è motivo di gioia, ma soprattutto occasione per stigmatizzare l’idea del cattivo che sempre più spesso viene appiccicata addosso a chiunque sia extracomunitario, veicolata da alcuni media o da alcune fazioni politiche.

Generalmente qual è la vita di un documentario dopo che è venuto alla luce?
Il genere cinematografico del documentario non ha una distribuzione nei cinema, nonostante si sia conquistato il ruolo sempre più rilevante di catturare con grande forza la realtà che ci circonda; per questo è fondamentale il lavoro delle associazioni e degli operatori culturali dei festival affinché gli venga riconosciuto il giusto spazio e la doverosa visibilità e diffusione.

E il suo prossimo impegno cinematografico?
Sto girando in Brasile, nel poverissimo stato dell’Amapa, a nord dell’Amazzonia, per documentare un progetto di volontariato finalizzato alla costruzione di un presidio medico presso una tribù indigena.

Lunga vita al documentario, espressione di vita nella sua più spontanea e incisiva forza!