Bataclan. I terroristi europei

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Un uomo soccorso fuori dal Bataclan, Parigi, 13 novembre 2015
Un uomo soccorso fuori dal Bataclan, Parigi, 13 novembre 2015 (Thierry Chesnot/Getty Images)

Tutto si originerebbe tra Siria e Iraq, nel califfato. Da qui l’efficienza delle cellule terroriste in azione. Da qui anche la convinzione che – demolito il califfato – torneremo alla nostra quotidianità e democrazia. Né l’uno, né l’altro, né la terza profezia.
Le biografie dei terroristi europei confermano – da Atocha al Metro di Londra, a Charlie Ebdo, al Bataclan – che qui si tratta di noi, che qui siamo noi.
Giovani europei inoccupati, disoccupati, esistenze senza motivo, proletariato e sottoproletariato metropolitano, cresciuti negli slums, autobiografie della leggera, storie di ladruncoli, lenoni della prostituzione, ruffiani, piccoli spacciatori… Nessuno ha mai fatto qualcosa per levarli da lì: non sindacati, non partiti, non ideali di lotta e cambiamento. Loro ci hanno provato con jacqueries, ci hanno provato a livello di massa, ben visibili, poi, alla fine, passa “un predicatore itinerante” – in moschee improvvisate o in un carcere – (Bensheikh Shoheib, mufti di Marsiglia: “si aprono e si chiudono moschee nei garages, nelle cantine senza alcun rispetto per le regole; chiunque si improvvisa imam”) e il nulla immaginato cambia, l’illuminazione riempie i cuori, il riscatto è vicino, la promessa configurata. Giovani che crescono e vengono dalle tante Sens, Malenbeek, e da quell’estensione metropolitana coloniale che sono il Marocco, l’Algeria.
Che vadano a fare dei corsi rapidi nello Is o che si siano addestrati in Bosnia o semplicemente nelle lotte di quartiere, gli attentati in Europa indicano preparazione approssimativa, casalinga, mezzi rozzi. Vanno, pur di uccidere gli odiati altri abitanti della città, in una confusa vis antisistema (bruciano e fanno bruciare danaro al Bataclan), hanno kalashnikov che si inceppano, cinture esplosive che non funzionano, sanno che moriranno, lasciano documenti e automobili intestate.
Di quale efficienza parliamo? Dovremmo parlare della inefficienza delle intelligences che lavorano alle macrostrumentazioni del fenomeno.
Vantiamo la nostra democrazia: utopia-concreta molto, molto dura da vivere e sostenere. In genere, la vulgata ci convince che le democrazie si reggono sul voto e sul rito elettorale. Quando il Fis (musulmani cosidetti ‘moderati’) stravince le elezioni in Algeria nel 1991, la risposta è  il golpe. Quando i Fratelli musulmani stravincono le elezioni in Egitto la risposta è il golpe militare e la condanna a morte di Morsi (non certo un genio) già imprigionato. In Iraq nel 2005 si celebrano elezioni-farsa nel paese occupato e nel lutto di centinaia di migliaia di civili: coreuti, pifferai e idioti ne esaltano la decisiva funzionalità verso la democrazia.
È questa la democrazia di cui parliamo?
Non sulla Libia, non ancora sull’Iraq. Ne abbiamo parlato a lungo, fuori dal coro, ma brevemente ancora su Atocha e le altre stazioni madrilene.
Sulle stragi dei treni, nell’ora dei pendolari dell’11 marzo 2004, nella Spagna combattente in Iraq, montò sopra e subito, alla vigilia elettorale, il governo di Aznar: “Sono stati quelli dell’Eta”. È lo stesso esercizio che si consuma sui fatti di terrorismo e con lo strumento del terrorismo. Dagli Stati Uniti, alla Turchia, ad Israele, all’Arabia Saudita e quanto d’altri, ognuno fa nascere, finanzia, controlla, scatena, mette in campo, movimenti terroristi – partendo da bisogni reali tuttavia.  Traslati ad arte, questi reali bisogni, spostati in metafisica, in religio, in combattenti contro. Fu contro l’Urss e il comunismo, oggi è per opposti, transeunti, interessi nel mercato globale. È per questo che non funzionano le intelligences che pure incassano quotidianamente le nostre mails e le conversazioni telefoniche globali. Solo se nascerà forza e intelligenza per aiutare l’uscita dal cul de sac della jacquerie e del terrorismo, verso una lotta di classe aperta, queste masse di diseredati e di ‘illuminati’, solo se, individuato il nemico di classe, nasceranno idee, logiche, consapevolezze, cioè un “pensare il mondo e guardare alla realtà” protagonisti anche questi marginali in armi e queste vittime-complici di una totale e spaventosa automistificazione, questi veri e propri oggetti di una persistente strumentalizzazione, si potrà ragionevolmente immaginare un futuro diverso.